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Unioni civili: quando la TV impone agli italiani i modelli familiari

In principio era la famiglia del Mulino Bianco. Papà, mamma e due bambini rigorosamente biondi, solitamente un maschietto e una femminuccia, che facevano colazione felici tutti insieme, prima di affrontare la giornata al lavoro o a scuola. Poi nel tempo questo modello si è un po’ modificato. Nelle pubblicità televisive hanno fatto il loro ingresso trionfale figli imbarazzati che non sapevano cucinare i sofficini o i cordon bleu per il fidanzato e dovevano trovare il coraggio per fare outing e confessare alla mamma la loro omosessualità. Nello stesso tempo la famiglia televisiva composta da papà e mamma diventava sempre meno salda e più rabberciata. Il fallimentare esperimento della Rai TV di riproporre il vecchio Carosello (reloaded), qualche anno fa, aveva ad esempio come protagonisti due genitori imbranati e poco credibili, in balia dei figli pestiferi. Simbolo di una famiglia Mulino Bianco sempre più alla deriva di fronte alla modernità e al progresso.

Da qualche anno a questa parte nel mondo patinato e ricchissimo della pubblicità fare riferimento ad una famiglia tradizionale formata da un padre e da una madre è diventata una specie di bestemmia. Chi lo ha fatto è stato sistematicamente boicottato dal sistema mediatico. E’ successo al re dei maccheroni Guido Barilla, accusato di omofobia per la sua dichiarata preferenza verso la famiglia “tradizionale” e costretto a ritrattare le sue dichiarazioni come il peggiore dei malviventi. Ed è successo agli stilisti Dolce & Gabbana, che osarono criticare pubblicamente la scelta della celebre rockstar Elton John di avere un figlio con il suo compagno dopo aver affittato l’apparato riproduttivo di una donna previo esborso di una grossa somma di denaro. Questo boicottaggio mediatico è stato riservato a chiunque abbia avuto l’ardire di propendere per un modello familiare fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna finalizzato alla procreazione di altri piccoli esseri umani.

Il compito della Tv

La TV deve raccontare i cambiamenti di una società, le sue pulsioni verso il nuovo, ma non deve imporli e indirizzarli in maniera unidirezionale. Perché altrimenti diventa una TV di regime. Roba da Minculpop e da colonizzazione ideologica.

Eppure siamo ormai di fronte ad una sorta di lavaggio del cervello sistematico. All’inizio dell’anno, nel periodo dell’approvazione della legge sulle unioni civili, non c’era cantante o attore italiano che potesse essere ospitato nei salotti televisivi, nei festival e nei talent show senza un braccialetto o una coccarda arcobaleno che desse testimonianza coram populo della sua spiccata sensibilità verso il tema dei diritti civili.

Non importa se i diritti civili tutelati dalla legge al vaglio del Parlamento in quel periodo celassero dietro l’apparentemente innocuo termine inglese stepchild adoption il business milionario della compravendita di esseri umani che sfrutta le donne più povere e crea tanti orfani senza radici.

Perché la nuova famiglia che la finzione televisiva vorrebbe sostituire al desueto modello tradizionale per essere felice ha bisogno di bambini. E dato che le persone dello stesso sesso da sole i bambini non li possono fare per evidenti ragioni logistiche, per produrre quei bambini è necessaria una macchina riproduttiva molto costosa. E’ necessario un grande business mondiale per la compravendita di esseri umani. Così come serve un grande dispiegamento di forze economiche anche per modificare la testa delle giovani generazioni ed inculcare nei bambini sin dalle scuole materne l’idea innaturale e menzognera che un bimbo può avere due papà o due mamme.

Il fatto è che non è così. Non è vero. E’ una balla colossale.

La TV deve raccontare la realtà, dicevamo, ma non condizionarla o mistificarla. Perché se no diventa una TV di regime. Roba da Minculpop.

Eppure oggi non c’è trasmissione televisiva o manifestazione pubblica in cui non venga strumentalmente e forzatamente fatto riferimento all’amore omosessuale con baci ostentati pubblicamente e ostentate richieste di matrimonio che finiscono davvero per ghettizzare, discriminare e trattare a mo’ di macchietta dei sentimenti che invece sono assolutamente seri e rispettabili.

Per questi motivi, al di là delle strumentalizzazioni, ha creato molte polemiche la trasmissione Stato Civile che la Rai TV, non appagata dal flop di qualche mese fa (era stata trasmessa in seconda serata e nessuno se l’era praticamente filata), ha deciso di rimandare in onda in prima serata per ben cinque giorni consecutivi, da Santo Stefano fino alla vigilia di San Silvestro.

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La decisione di Daria Bignardi, direttore di Rai Tre, di riproporre in prima serata nel periodo festivo la trasmissione Stato Civile ha suscitato molte polemiche. Prevedibile è stato invece il plauso ella senatrice Monica Cirinnà, relatrice della legge sulle unioni civili (foto tratta dal sito Osservatoriogender.it)

Quel che è saltato agli occhi è stata infatti l’ennesima forzatura da parte della TV di Stato che nella trasmissione condotta da Daria Bignardi pare cerchi disperatamente di sponsorizzare il nuovo istituto delle unioni civili – probabilmente ancora poco appetibile e poco utilizzata dalle stesse coppie omosessuali – con una massiccia operazione di indottrinamento ideologico.

La cosa che ha indispettito una parte consistente dell’opinione pubblica italiana è il tentativo di normalizzare televisivamente e forzatamente qualcosa che normale non è. Inevitabilmente. I figli – salvo cause di forza maggiore – nascono biologicamente da un padre e da una madre e in Italia la fecondazione eterologa, obiettivo finale del pasticciato sistema approntato dalla legge sulle unioni civili, è fortunatamente ancora vietata dalla legge.

È vietata perché la separazione di un essere umano dalla sua famiglia naturale crea inevitabilmente sofferenza, crea un distacco, un dolore lancinante. Perché chiunque venga separato dai genitori biologici o dai fratelli naturali passa tutta la vita a cercare di ricongiungersi alla sua famiglia.

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La trasmissione Così lontani così vicini, condotta da Al bano e Romina Power, metteva in luce il dramma della separazione dai genitori biologici: è stata sospesa lo scorso febbraio dalla Rai nel periodo in cui in Parlamento si dibatteva sulla legge Cirinnà e sulla stepchild adoption (foto tratta da internet)

Fino a poco tempo fa, d’altronde, queste storie la Rai TV le raccontava, e con ottimi ascolti. Basti pensare all’epoca delle carrambate di Raffaella Carrà o alla serie di programmi simili che la Rai TV ha prodotto negli ultimi venti o trent’anni.

L’ultima della serie è stata Così lontani così vicini, trasmissione che nell’ultima edizione è stata condotta da Al Bano e Romina Power. I due cantanti andavano in giro per il mondo per cercare di ricongiungere famiglie sfasciate e aiutare persone disperate a ritrovare le proprie radici.

Ebbene nonostante gli ottimi ascolti quella trasmissione è stata chiusa anzitempo lo scorso febbraio, stranamente in concomitanza con il dibattito parlamentare sulla legge sulle unioni civili. Ufficialmente è stata sospesa perché gli ascolti si erano improvvisamente abbassati. In realtà probabilmente la trasmissione di Al Bano e Romina Power non era politicamente corretta ed era in netta controtendenza rispetto ad un brodo culturale che oggi non vede certamente di buon occhio la valorizzazione degli antieconomici legami familiari naturali.

Il business oggi richiede ben altro: lo sradicamento dell’individuo dalle proprie origini familiari.

Ecco allora la scelta della Rai TV di riproporre Stato Civile, una full immersion festiva di cinque puntate consecutive sulle unioni civili, ben più in linea con i diktat del pensiero unico progressista. Anche se era una trasmissione con uno scarso appeal tra i telespettatori. La cosa più importante era far passare in prima serata sotto le feste una pubblicità occulta, ma ben visibile per chi la vuol vedere: unitevi civilmente, tanto prima o poi i figli si potranno comprare anche in Italia. Un indottrinamento ideologico inaccettabile al di là delle rispettabilissime vicende umane dei protagonisti della trasmissione.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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