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Commissione Moby Prince: i soccorsi al traghetto sono stati inesistenti

Non è che i soccorsi alla Moby Prince siano stati solo insufficienti o superficiali: sono stati completamente “inesistenti”. E’ una delle prime risultanze a cui è arrivata la Commissione parlamentare d’inchiesta istituita dal Senato nel luglio 2015 per fare luce sulle cause del disastro del traghetto Moby Prince. Lo ha detto il senatore Luciano Uras, componente della commissione, anticipando che la prima tranche dell’indagine (che confluirà a breve nella relazione intermedia di metà mandato) porterà ad una riabilitazione del comportamento del comandante Ugo Chessa e dell’intero equipaggio della Moby che – ha spiegato Uras – “hanno assistito con grande impegno tutti i passeggeri nelle ore drammatiche in attesa dei soccorsi che non sono purtroppo mai arrivati ed hanno portato alla morte di 140 persone”.

Il senatore Uras è intervenuto telefonicamente durante un incontro che si è tenuto nei giorni scorsi alla Mediateca MEM di Cagliari in cui è stato proiettato il docufilm Buonasera Moby Prince del giornalista Rai Paolo Mastino ed è stato presentato il libro Moby Prince, novemila giorni senza verità della giornalista livornese Elisabetta Arrighi.

commissione d'inchiesta
Luchino Chessa uno dei figli del comandante della Moby Prince Ugo Chessa e rappresentante dell’associazione 10 aprile che riunisce i familiari delle vittime

Durante l’incontro  – moderato dai giornalisti Nicola Pinna (La Stampa) e Andrea Frailis (L’Unione Sarda) – sono state ripercorse le tappe di quella tragica notte del 10 aprile 1991 quando il traghetto Moby Prince si schiantò per motivi ancora misteriosi contro la petroliera Agip Abruzzo ancorata a due miglia dal porto di Livorno. E sono state ripercorse ancora una volta, grazie al supporto di cronisti attenti e competenti che hanno seguito la vicenda sin dall’inizio, le tappe di un procedimento giudiziario che, nel 2010, è approdato a una verità processuale lacunosa e piena di contraddizioni che ha praticamente attribuito la responsabilità della collisione alla nebbia e ad un presunto e indimostrato errore umano del comandante Chessa. Inoltre secondo i giudici – che hanno assolto tutti i protagonisti della vicenda – le fiamme si sarebbero propagate talmente in fretta sulla Moby Prince da portare alla morte in pochi minuti tutti i passeggeri e rendere così superflui i soccorsi. Una versione di comodo, ormai superata dall’evidenza dei fatti, che ha scagionato chi quella notte dopo aver messo in salvo tutto l’equipaggio dell’Agip Abruzzo ha completamente dimenticato i 140 passeggeri del Moby Prince.

L’attività della commissione

I risultati dell’attività della commissione d’inchiesta saranno illustrati nei prossimi giorni in una conferenza stampa di metà mandato, ma dalle audizioni, consultabili integralmente sui canali informatici del Senato, sono scaturite importantissime novità.

In questi mesi la commissione ha infatti preso nella dovuta considerazione testimonianze, atti e avvenimenti che durante l’iter processuale erano stati inspiegabilmente accantonati. Particolarmente interessante è stata l’audizione del capitano Gregorio De Falco che ha provato dati alla mano che anche la Moby Prince, come tutti i traghetti, era dotata di una zona protetta. Esattamente quel salone Deluxe, cuore della nave dotato di porte antifuoco perfettamente funzionanti, dove l’equipaggio guidato dal comandante Ugo Chessa aveva correttamente sistemato i passeggeri, rimasti in vita per molte ore nella vana attesa dei soccorsi.

Ma dall’inchiesta sono emersi con forza anche tanti altri particolari importanti sulla dinamica ancora oscura dell’incidente. Decisivo è stato in questi anni l’apporto del giornalismo d’inchiesta che sta contribuendo a fare luce su quella che è stata definita da subito la seconda Ustica. Anche perché la tragedia ha avuto come teatro lo specchio di mare al Largo del Porto di Livorno, nei pressi della base militare di Camp Derby da cui in quella primavera del 91 partivano con molta frequenza le armi destinate alla Guerra del Golfo.

Importante è stata l’audizione di Enrico Fedrighini, giornalista e autore del volume Moby Prince: un caso ancora aperto, che volontariamente ha scelto di farsi sentire dalla commissione per esporre alcuni punti della sua inchiesta giornalistica. Supportato dalle carte processuali Fedrighini ha ribadito con forza alcuni punti incredibilmente dimenticati dai giudici nella ricostruzione processuale. Come ad esempio le testimonianze di due allievi ufficiali che quella notte avevano nitidamente visto un incendio divampare a bordo della petroliera Agip Abruzzo già molto prima della collisione, quando il Moby Prince ancora stava uscendo dal porto di Livorno (ecco l’audizione integrale).

Troppi i misteri accantonati dalla magistratura: l’esplosione avvenuta poco prima della collisione a bordo del Moby (cosa è saltato in aria?), le imbarcazioni non identificate che all’arrivo dei soccorsi sono state viste allontanarsi dallo scafo ancora fumante del Moby, le dichiarazioni sull’esistenza di superstiti a bordo rese nell’immediatezza dei fatti dall’unico sopravvissuto, il mozzo Alessio Bertrand, recuperato un’ora e mezzo dopo la collisione senza neppure una ustione addosso. Tanti tasselli di un puzzle dai contorni ancora molto misteriosi.

Oggi, a venticinque anni dalla tragedia, gli eventuali reati sono ormai prescritti e gli indizi sono stati distrutti. Le carcasse delle due navi coinvolte sono sparite troppo in fretta e in ogni caso la scatola nera della Moby Prince, che sicuramente conteneva molte risposte, è stata smontata e asportata a tempo di record.

Ma le domande sono rimaste senza risposta.

Perchè sul Moby Prince sono avvenute tante manomissioni? Perchè non esistono tracciati radar? Perchè non esistono immagini satellitari? Per quali ragioni i soccorsi si sono dimenticati del Moby Prince? Che ruolo hanno avuto le numerose navi militari e militarizzate che quella notte erano presenti nel porto di Livorno? Cosa si doveva nascondere? Cosa si deve nascondere ancora?

Sono troppi gli interrogativi su quello che le carte processuali hanno dipinto come un semplice incidente. E molto si può ancora fare per ristabilire almeno la verità sostanziale dei fatti, se non per riaprire addirittura il processo qualora si capisse che quella del Moby Prince è stata una strage che si sarebbe potuta evitare.

Magari anche grazie alle fotografie satellitari e ai tracciati radar – più volte richiesti agli alleati della Nato e alle forze dell’ordine italiane – che finalmente possano indicare con esattezza quali erano la posizione della Agip Abruzzo nel momento della collisione e la rotta effettiva del Moby e possano identificare le navi che quella notte affollavano quello specchio di mare che, in piena guerra del Golfo, pare pullulasse di imbarcazioni militari.

La commissione non ha smesso un attimo di muoversi per chiedere la documentazione da parte degli alleati e delle forze armate – ha spiegato a questo proposito il senatore Uras – ma senza nessun risultato. La storia insegna che queste sono ricerche sempre molto faticose”.

Le conclusione saranno assunte alla fine”, ha detto il presidente della Commissione d’inchiesta Silvio Lai (anche lui raggiunto telefonicamente). Pur essendo molto prudente e attento a non dare troppe anticipazioni, il senatore Lai ha comunque fatto capire che dall’inchiesta sono emersi molti elementi che non sono stati sufficientemente valutati nelle sentenze o comunque sono stati conosciuti successivamente al processo.

Basteranno per riaprire il processo? Chissà. Pare ormai acclarato, comunque, che la nebbia, ritenuta dai giudici livornesi la causa principale del disastro, quella notte non sia proprio comparsa nel porto. Così come pare sia stata superata completamente l’assurda presunzione della morte sopravvenuta in pochi minuti per tutti i passeggeri che fece ritenere superfluo soccorrere il Moby Prince. Due evidenze che contrastano completamente con le risultanze processuali.

Ma se il tema dell’omissione di soccorso era già chiaro sin dall’inizio, la commissione guidata da Silvio Lai avrà il compito di indagare anche sulle dinamiche dell’incidente. A questo proposito il senatore Lai ha spiegato di non ritenere che eventuali fotografie satellitari o tracciati radar siano decisivi. “Credo – ha detto – che piuttosto siano determinanti altri elementi assolutamente importanti che restituiscono dignità all’equipaggio della Moby Prince dal momento impatto in poi“.

Intanto, ora che sono arrivati al giro di boa, i lavori della commissione d’inchiesta rimangono per i familiari delle vittime del Moby l’ultima speranza per avere finalmente verità e giustizia dopo 25 anni di omissioni e bugie. “Siamo pienamente fiduciosi nel lavoro della commissione e attendiamo a breve la relazione di fine mandato – ha detto Luchino Chessa, uno dei due figli del comandante Ugo Chessa in rappresentanza dell’Associazione 10 aprile – Familiari Vittime Moby Prince –. Sia chiaro che noi familiari non ci fermeremo mai, se non saremo noi saranno i nostri figli e i nostri nipoti. Dare giustizia alla strage del Moby Prince è un atto di democrazia in un Paese che continua a celare molte vicende che non hanno ancora una volta una loro spiegazione e una loro verità”.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

1 COMMENTO

  1. Lo sdegno e la rabbia non mancano. Solo ci si chiede se è mai possibile che l’assassinio di 140 esseri umani può essere trattato da : istituzioni, autorità e magistratura con tanta ipocrisia e falsità.

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