don lorenzo milani

Se perde i ragazzi più difficili la scuola non e più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Lo scriveva negli anni Sessanta Don Lorenzo Milani quando nella Lettera a una professoressa, pubblicata poco prima di morire e scritta con la collaborazione dei suoi ragazzi della scuola di Barbiana, denunciava le storture di una scuola pubblica ingiusta e tagliata su misura per i figli dei ricchi. Una scuola in cui le persone che in qualche modo erano diverse perché non avevano avuto accesso al patrimonio culturale per motivi economici o per altri svariati motivi venivano emarginate. La proposta di Don Milani, portata avanti nella sua scuola sulle montagne toscane, era quella di una scuola senza voti, né bocciature, che valorizzasse indistintamente tutti i ragazzi, anche quelli apparentemente diversi e meno dotati culturalmente, sotto la guida di insegnanti sensibili e capaci di comprendere e far fiorire anche le menti più vivaci e imprevedibili.

La lezione di Don Lorenzo Milani

Don Lorenzo Milani insieme ai suoi ragazzi

In questi cinquant’anni la scuola italiana non è cambiata. Non ha perso quella propensione al nozionismo fine a se stesso. La nostra scuola continua ad essere poco stimolante e ad accentuare la competitività all’interno delle classi: premia chi studia esclusivamente per prendere il bel voto in pagella o all’esame, mentre non dà stimoli a chi intende il percorso scolastico come una crescita e una maturazione personale che vada al di là delle nozioni, imparate pedissequamente e poi subito dimenticate.

Dimentico della lezione di Don Milani il nostro sistema scolastico continua a navigare nelle secche del nozionismo che, inevitabilmente, porta a un impressionante analfabetismo di ritorno, perché i concetti mandati giù a memoria a scuola dopo poco tempo si dimenticano.

In Sardegna da cinquant’anni si discute di una dispersione scolastica che attualmente raggiunge percentuali altissime, quasi il 25%. Ma chissà se in questi anni gli esperti di statistica si sono presi la briga di andare a vedere chi sono davvero i ragazzi che smettono di andare a scuola. Perché se dalla teoria si passa alla pratica si scopre che molto spesso si tratta di ragazzi brillanti che semplicemente non hanno alcuno stimolo a frequentare una scuola inadeguata e poco stimolante che li costringe a studiare solo per il voto materie che il più delle volte percepiscono come assolutamente inutili.

Ovviamente una scuola fatta esclusivamente di nozionismo, formalismo, voti e note disciplinari finisce per valorizzare esclusivamente gli studenti più competitivi, quelli che puntano solo ad ottenere il bel voto (magari studiando a memoria) e che probabilmente da grandi sgomiteranno per avere i posti più ambiti nella società.  Questo tipo di scuola penalizza invece le menti più sensibili e vivaci, i ragazzi magari più difficili, che per motivi economici non sono riusciti ad avere solide basi culturali di partenza oppure che semplicemente hanno bisogno di avere maggiori stimoli.

A questo punto la domanda sorge spontanea. Chi esce trionfante dall’attuale sistema scolastico con voti altissimi di diploma e laurea è davvero migliore di chi, magari più creativo e dotato di qualità fuori dal normale, si tira indietro e smette di andare a scuola perché la trova poco stimolante? Oppure certe persone, se adeguatamente valorizzate con una formazione scolastica diversa, potrebbero dare un contributo maggiore alla nostra società?

Spesso si sente dire che oggi in Italia comandano i mediocri. Non c’è dubbio che questa sia una grande verità, viste le condizioni in cui si trova il nostro Paese. E non c’è dubbio che la mediocrità di una classe dirigente sia strettamente proporzionale alla mediocrità della scuola che l’ha formata.

Quel che è certo è che in cinquant’anni, nonostante ogni tanto si parli ciclicamente di una scuola senza voti, la lezione di Don Milani in Italia non è mai stata ascoltata. Il nostro sistema scolastico continua a premiare chi ha maggiori possibilità economiche e ad insegnare un nozionismo fine a se stesso valorizzando chi è competitivo e magari studia a pappardella le lezioni a discapito di, pur essendo brillante, acuto e creativo, ha bisogno di stimoli più interessanti e intende la scuola semplicemente come un modo per crescere, maturare e imparare a relazionarsi con gli altri.

Una scuola ingiusta che continua a coccolare, valorizzare e far crescere soprattutto quelle menti mediocri (ma estremamente competitive e arriviste) che da anni vengono piazzate nelle camere dei bottoni con esiti nefasti per il nostro Paese.

Di Alessandro Zorco

Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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