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Don Tonio Pittau: la Cassazione riapre il giallo della Cattedrale

La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura di Cagliari sulla morte del parroco della Cattedrale di Cagliari don Tonio Pittau. La decisione dei giudici romani – dopo la riapertura del caso richiesta dal legale dei familiari del sacerdote, l’avvocato Alfonso Olla – riporta alla ribalta il giallo della Cattedrale legato alla scomparsa del sacerdote, avvenuta in circostanze misteriose tra la notte del 22 dicembre e l’alba del 23 dicembre 1988 quando il corpo di don Pittau fu trovato accanto alla sua auto in fondo ad un burrone sotto l’Orientale sarda che da Cagliari porta a Muravera. A ricostruire la vicenda – oltre ai cronisti dei giornali locali – è stato anche il sito Chiesasarda.it che ha pubblicato un interessante articolo dello storico Gianfranco Murtas, profondo conoscitore e testimone della storia più recente della chiesa sarda, che ripercorre uno dei casi di cronaca più intricati che hanno interessato la Diocesi di Cagliari.

Lo strano incidente di don Tonio Pittau

don tonio pittau
L’auto di don Tonio Pittau ritrovata in un dirupo sotto la strada Cagliari-Muravera (foto di repertorio riportata dal sito Chiesasarda.it)

Stando alla ricostruzione fatta da Murtas la morte di don Tonio Pittau, sulla quale la magistratura cagliaritana sta indagando senza alcun risultato da quasi tre decenni, sarebbe stata senza ombra di dubbio un assassinio. Un assassinio coperto con una tragica messa in scena di un incidente d’auto e preceduto da una serie di antefatti altrettanto misteriosi. A partire dal celebre furto, risalente al giugno 1985, dal tesoro del Duomo di Cagliari di un piatto tempestato di 1500 diamanti e di un ostensorio dal valore inestimabile perché ascritto alla scuola del Cellini del XVIII secolo.

Fino alle minacce ricevute da don Tonio Pittau pochi giorni prima della sua scomparsa da parte di alcuni sconosciuti che si erano presentati in Cattedrale prima della Messa serale. Forse le stesse persone che la notte della sua morte entrarono nella abitazione di don Pittau per rovistare in cerca di qualcosa. O quelle che, pare travestite da prete, chiesero di poter visionare l’auto bianca del sacerdote sottoposta a sequestro.

Quel che è certo – spiega Murtas nell’articolo – è che nel settembre del 1986 (poco più di due anni prima dell’ “incidente”) l’allora arcivescovo di Cagliari monsignor Giovanni Canestri aveva chiesto con insistenza a don Tonio Pittau di lasciare la parrocchia di Sant’Avendrace per andare a svolgere in Cattedrale il suo ministero. E ad un primo rifiuto del sacerdote aveva opposto una ferma richiesta di obbedienza in quanto don Pittau sarebbe stato chiamato a svolgere nella parrocchia di Santa Cecilia una vera e propria “missione speciale”: quella di bonificare l’ambiente della Cattedrale di Cagliari da non ben precisate perniciose situazioni.

Quali fossero quelle situazioni perniciose non è stato mai capito ufficialmente, anche se si intuisce che il presule facesse riferimento ad una diffusa immoralità dei costumi abbastanza notoria in quel periodo nella chiesa cagliaritana.

Quel che è certo è che – nota Murtas – la richiesta pressante di monsignor Canestri, che alla fine ottenne il trasferimento di don Tonio Pittau da Sant’Avendrace alla Cattedrale, si è rivelata con il senno di poi un vero e proprio invito al martirio.

Scrive Murtas: “La sera del 22 dicembre 1988, poco più di due anni dopo quel sofferto “sì”, don Tonio veniva assassinato e portato, con tragica mess’in scena, in un dirupo presso il rio Picocca, nella direttrice Cagliari-Muravera, in territorio di Burcei. Fu trovato disteso accanto alla sua vettura, che altri scaraventarono nel burrone, coperto da un gran telo e con un cuscino sotto la testa. Scomparsi gli occhiali, scomparsa la catenina, scomparse le chiavi di casa e della Cattedrale. Livido un occhio e livida una mano chiusa a pugno. Porzioni di sostanza cerebrale furono allora rinvenute da un muraverese (che ne riferì ai familiari) e sepolte per pietà ad un lato della strada alta. Il cranio della vittima era spappolato, la nuca distrutta, svuotata, e non avrebbe lei, la vittima, potuto distendersi a terra e proteggersi dal freddo della notte, in attesa di soccorsi. In quella notte invece altri entrarono nella sua abitazione, rovistando. Forse quelli stessi che giorni addietro gli si erano presentati in Cattedrale, prima della messa serale, per minacciarlo; forse gli stessi che, presentandosi in talare in simulazione dei due fratelli preti, chiesero al custode dell’auto, sottoposta a sequestro, di poterla visionare (credibilmente per manometterla, per alterarla con aggiunte o sottrazioni clandestine)”.

La magistratura cagliaritana ha indagato per quasi trent’anni sulla morte di don Tonio Pittau, ma senza alcun evidente risultato. Anche perché a suo tempo la salma del sacerdote non era stata inspiegabilmente sottoposta ai rilievi autoptici previsti dalla legge e per ben tre volte su richiesta dei familiari, i giudici nel corso degli anni hanno sempre negato l’esumazione che – denuncia Murtas nell’articolo – avrebbe “confermato quanto gli agenti della scientifica confidarono in più circostanze ai congiunti: che di assassinio si era trattato, assassinio mascherato da una volgarissima commedia: quella dell’incidente d’auto. Anche perché non poteva darsi in alcun modo che un errore di guida portasse ad uscire nel breve stacco fra la sequenza delle protezioni laterali della strada: ci sarebbero volute cinque pazienti manovre tutte intenzionali”

Prosegue Murtas: “La magistratura cagliaritana non ha saputo – non direi mai, per l’ossequio dovuto all’ordinamento repubblicano, voluto – chiarire la situazione di fatto, scoprire cause e fatti, mandanti e sicari, se queste erano le parti. Certamente non ha voluto – non ha voluto – rispettare il diritto della famiglia a conoscere quel tanto che poteva essere a lei comunicato: perché non fu fatta l’autopsia – perché non fu fatta l’autopsia?! –, perché quel capo che in un primo momento era stato mostrato con qualche benda, ore dopo era stato quasi integralmente fasciato, come a dare qualche solidità a ciò che era stato abbattuto con colpi bestiali. La magistratura è al servizio della giustizia all’interno delle regole alte, insuperabili, della Costituzione repubblicana: deve rispettare l’umanità, la morale, deve – deve – rendere conto delle ragioni per cui non ha, d’iniziativa, proceduto alla rivelatrice esumazione della salma in questi lunghissimi quasi tre decenni. Ne deve rendere conto alla famiglia naturale e a quella elettiva, alla famiglia civica ed a quella ecclesiale”.

Ma in questa vicenda piena di oscurità e contraddizioni c’è stato un altro silenzio molto ingombrante durato quasi trent’anni: quello della stessa Chiesa cagliaritana.

Dopo monsignor Canestri i vescovi di Cagliari non sembrano essersi mai interessati a fondo di questo episodio. Nessuno, né monsignor Ottorino Pietro Alberti, né monsignor Giuseppe Mani, né l’attuale arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio, ha ritenuto opportuno chiedere conto alla magistratura di una indagine a singhiozzo, né tanto meno della mancata ispezione dei resti di don Tonio Pittau.

In tutti questi anni– commenta Murtas – ha probabilmente prevalso la prassi clericale di rimuovere i temi che fanno scandalo, come d’altronde è spesso avvenuto con i tanti casi di pedofilia.

Sono stati invece i giudici romani della Corte di Cassazione a riaprire il caso di don Tonio Pittau, annullando senza rinvio una archiviazione che avrebbe messo definitivamente una pietra tombale su un episodio ancora avvolto dal mistero. Ordinando ai colleghi cagliaritani di indagare ancora e lasciando, dunque, ancora aperto uno spiraglio di verità e di luce sulla storia di un prete che ha lasciato la tranquilla parrocchia di Sant’Avendrace per obbedire al suo Vescovo e affrontare lo sfascio morale che, a quanto pare, in quel periodo dilagava nella Cattedrale di Cagliari. Un prete che, per spirito di obbedienza, è andato probabilmente incontro al suo martirio.

Alessandro Zorco
Giornalista professionista. Amo scrivere, nuotare e andare in bicicletta. Sono sardo. La mia dimensione è il mare.

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