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Il segretario Pd Cucca contestato per l’assenza al Sardegna Pride di Sassari

Scricchiola sul Sardegna Pride l’unità del Partito Democratico in Sardegna. Il segretario regionale Giuseppe Luigi Cucca è stato duramente contestato sul web per la mancata partecipazione personale e la mancata adesione ufficiale del partito al Sardegna Pride che si è tenuto lo scorso 8 luglio a Sassari. Contrariamente ai suoi predecessori Renato Soru e Silvio Lai, Cucca, ex Margherita ed ex Ds, ha preferito non partecipare alla manifestazione sassarese che invece ha visto in prima linea il presidente del Consiglio regionale Gianfranco Ganau, il sindaco di Sassari Nicola Sanna e il senatore Luigi Manconi.

Pur ribadendo la sua sensibilità alle tematiche dei diritti civili, il segretario del Pd sardo ha replicato alle critiche ricevute sul web spiegando il perché della assenza al Sardegna Pride. “Il segretario di un partito deve esprimere la posizione di tutti e nel partito ci sono opinioni differenti che impediscono di esprimere una opinione contraria – ha scritto Giuseppe Luigi Cucca -. Ho agito responsabilmente lasciando che ciascuno si sentisse libero di aderire o meno alla manifestazione, nel rispetto di tutte le sensibilità del partito”.

Che il Partito Democratico sia profondamente spaccato sulle tematiche dei diritti civili si era constatato in maniera evidente durante i lavori che hanno portato all’approvazione della legge Cirinnà, quando l’ala cattolica del partito, i cosiddetti teodem, ha contribuito a scongiurare l’introduzione della stepchild adoption (ovvero l’adozione del figlio naturale del partner) che poi è stata comunque introdotta ugualmente dalla giurisprudenza creativa dei tribunali.

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L’arcobaleno, simbolo biblico che richiama l’alleanza tra Dio e l’uomo, è diventata in questi anni emblema dei diritti LGBT

In occasione della legge Cirinnà la Direzione regionale del Partito Democratico aveva approvato all’unanimità un ordine del giorno in cui sosteneva la posizione congressuale del segretario nazionale Matteo Renzi che – in alternativa al matrimonio egalitario richiesto da una parte del partito – aveva proposto le unioni civili basate non sull’articolo 29 ma sull’articolo 3 della Costituzione (in quel caso comprensive di stepchild adoption), posizione poi confluita nella legge Cirinnà. Nell’odg la direzione dem sarda chiedeva al Governo di legiferare al più presto per il riconoscimento dei diritti delle coppie gay.

Quel documento era stato approvato all’unanimità, ma – si sa – un conto è votare un documento in segreto per mantenere l’unità formale di un partito, un altro è mettere la faccia e partecipare ad iniziative pubbliche come il Sardegna Pride.

Le polemiche scaturite dalla mancata adesione ufficiale del partito alla manifestazione di Sassari attestano l’esistenza di una crepa profonda all’interno del Pd sardo dove esistono ancora delle “sensibilità” che non si riconoscono acriticamente nelle richieste del mondo LGBT.

La speranza è che – come è successo durante i lavori sulla legge Cirinnà – queste sensibilità, anche se minoritarie, trovino il coraggio di manifestarsi ed esprimere anche all’interno del partito la loro posizione su una materia estremamente complessa in cui i diritti e le libertà degli adulti rischiano di mettere in secondo piano i diritti dei bambini. E che il partito ascolti democraticamente anche le istanze dei teodem, senza reprimerle come opposizioni bacchettone.

Perché – se si analizza questo tema senza strumentalizzazioni ideologiche – è ormai abbastanza palese che il problema non è quello di combattere le discriminazioni contro le coppie dello stesso sesso (in Italia, salvo eccezioni, c’è una crescente sensibilità su questi argomenti), ma è quello di evitare che i diritti di chi non può avere naturalmente dei figli (coppie omosessuali o etero senza distinzioni) si traduca nella possibilità di comprare i bambini in uno spietato mercato di esseri umani che ha ben poco a che fare con la dignità umana.

Sardegna Pride a parte, la speranza è che, in un’Italia in cui gli ultimi dati Istat attestano 4 milioni e mezzo di persone che vivono in condizioni di povertà (un milione e mezzo di famiglie sotto soglia), il Partito Democratico – che oggi ha la responsabilità di governare l’Italia e la Sardegna – si ricordi di essere un partito di sinistra che dovrebbe avere come priorità principale la difesa dei più deboli e la creazione di condizioni di equità sociale e giustizia per tutti.

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