Murtas (Ugci Cagliari): “La legge deve essere al servizio del bene comune”

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Il Palazzo di Giustizia di Cagliari

Vedo con preoccupazione la tendenza che si sta diffondendo negli ordini professionali di sottoporre a procedimenti disciplinari i professionisti per semplici dichiarazioni, a prescindere da ciò che in concreto hanno fatto. Il rischio di imporre un pensiero unico è concreto“. Secondo il segretario dell’ Ugci Cagliari Luigi Murtas, nella società odierna, dove spesso chi straparla ideologicamente di libertà e diritti civili, alla prova dei fatti, tende a limitare le libertà di espressione altrui e la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza il grande pericolo è quello del pensiero unico. La sezione cagliaritana dell’Unione dei giuristi cattolici, svolge dal 2006 una importante azione di sensibilizzazione culturale e deontologica sul variegato mondo che gravita attorno al palazzo di Giustizia di piazza Repubblica.

ugci cagliari luigi murtas
Il segretario dell’Ugci di Cagliari Luigi Murtas

Dottor Murtas, esiste secondo lei un problema di democrazia?

A mio parere sì. In molti ambiti non c’è libertà di esprimersi con franchezza perché si ha il timore di dover sottostare a gogne mediatiche o a conseguenze economiche o disciplinari nel proprio lavoro o magari, in futuro, anche rispetto alla propria libertà personale In un mondo sempre più lontano dalla fede che significato ha oggi l’Unione dei giuristi cattolici? La secolarizzazione ha fatto notevoli passi avanti, tanto da mettere in crisi gli stessi fondamenti della nostra civiltà, che abbiamo dato per scontati forse per troppo tempo. Allo stesso tempo la secolarizzazione è una sfida da raccogliere. Le persone si fanno molte più domande e almeno ad alcune di esse i giuristi cattolici tentano di fornire qualche risposta. Un punto cruciale per noi è la centralità della persona umana e dei suoi diritti, intrecciati e vivificati dai doveri, come ha ricordato il presidente D’Agostino nell’ultimo convegno da noi organizzato. Come ricordava un illustre esponente del nostro sodalizio, il filosofo del diritto Sergio Cotta, la parola di Dio insegna al giurista cattolico che ogni individuo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e ciascuno è destinatario del messaggio di salvezza portato da Cristo. Su questo fondamento universale della dignità della persona si costruisce l’edificio del diritto naturale, secondo la prospettiva filosofica d’ispirazione cristiana che sottolinea l’intima relazione tra il diritto e la morale.

Tante leggi approvate ultimamente dal Parlamento italiano sono molto lontane dall’etica cristiana: come l’ Ugci affronta questa battaglia, che è prima di tutto antropologica e culturale?

L’apporto dell’ UGCI in questo senso è mirato alla formazione. Che la legge civile non possa corrispondere in toto alle esigenze della legge morale naturale è inevitabile, non sarebbe logico pretendere che ogni precetto morale corrisponda automaticamente a un precetto legislativo. Si cadrebbe altrimenti nell’ingenua pretesa espressa da un noto paradosso formulato da Thomas Eliot, cioè costruire un sistema di regole così perfetto da rendere inutile essere buoni. C’è una divaricazione inevitabile tra la sfera giuridica e quella morale e il “gap” tra l’una e l’altra dimensione va colmato con la formazione, che permette di capire che aldilà di quanto preteso per legge la struttura ontologica dell’uomo fa sì che scaturiscano altre esigenze, più profonde e più impegnative. E ovviamente sarà necessario illuminare le menti di fronte a leggi che oggettivamente contrastano con le esigenze minime del bene comune e risultano pertanto inaccettabili, a partire dalla tutela della vita umana dal suo sorgere alla fine naturale e alla dignità della famiglia.

Tra i vostri obiettivi statutari c’è quello della tutela della famiglia: crede che il legislatore italiano stia tutelando a sufficienza la famiglia?

Direi proprio di no. Si assiste a un processo di progressivo arretramento della legislazione italiana dalla linea tracciata nel dopoguerra dai nostri padri costituenti, che avevano delineato un paradigma straordinariamente preciso e confortante nell’articolo 29, che tutela la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Una fiscalità opprimente, una scarsa attenzione per le esigenze delle lavoratrici madri (e anche dei padri) e la preoccupante svalutazione dell’istituto matrimoniale, sottoposto da un lato a uno sgretolamento sempre più pervasivo coi divorzi via via più facili e dall’altro all’equiparazione con situazioni del tutto differenti e moralmente discutibili indeboliscono enormemente la capacità delle famiglie di far fronte al quotidiano impegno di educazione e mantenimento dei figli e inevitabilmente si ripercuotono negativamente sull’intero tessuto sociale. Il presidente D’Agostino parla al riguardo di un processo di “dematrimonializzazione”, espressione più scorrevole in lingua francese, il “demarriage”. La dematrimonializzazione accompagnata al crollo demografico sta alterando irreversibilmente l’Occidente, riproponendo, sia pure in forme diverse, forme di alterazione politico-culturale paragonabili a quelle che segnarono il passaggio dalla tarda antichità al Medioevo.

Cosa si può fare di più per tutelare le famiglie italiane?

Le rispondo ancora con parole di Francesco D’Agostino: “se l’Occidente vuole preservare la propria identità deve “rimatrimonializzarsi”, il che però implica che tutto l’istituto del matrimonio vada profondamente ripensato e preso sul serio, anche per quel che concerne le dinamiche divorziste e procreative. Ossessionati come siamo dai problemi dell’economia sembra che non siamo più capaci di percepire come alla base dell’esperienza sociale non stia la ricchezza degli individui, ma la loro collocazione all’interno delle strutture familiari e come alla base della famiglia stia il matrimonio e la sua capacità di “durare”. Nella logica della durata il matrimonio civile è fallito: non è fallito per aver cercato di sostituirsi al matrimonio cristiano, ma per aver coltivato l’illusione che fosse sufficiente il riferimento all’autorità dello Stato per dare un fondamento ai vincoli della coniugalità. Avevano ragione i giuristi cattolici antidivorzisti: quella del matrimonio è questione antropologica, prima che confessionale. E poiché le difficoltà del presente, prima che confessionali, sono antropologiche, c’è da essere profondamente inquieti sul nostro futuro.

Le nuove frontiere della scienza pongono grandi interrogativi sui temi bioetici, sempre più connessi al diritto: oggi è la legge che decide quando si è vivi e quando si è morti. I giuristi cattolici hanno tra i loro compiti quello di ridimensionare un legislatore che probabilmente pensa di sostituirsi a Dio?

Forse sì, anche se a volte si ha più l’impressione di un legislatore ridotto a una sorta di sportello bancomat da cui riscuotere volta per volta il riconoscimento di ogni pretesa e fantasia, che rapidamente assurge al rango di “diritto”. Un legislatore che, per tutelare veri e presunti diritti, sta via via sminuendo il valore intangibile della persona umana per applicare anche alla vita umani criteri utilitaristici, economici, inevitabilmente egoistici. Quale antropologia sta alla base della pretesa di disporre liberamente della vita umana? Quale idea di persona umana? Quella che appare come una logica di libertà è in realtà una logica liberticida, che – negando la verità – distrugge la libertà e la speranza, e prima ancora la vera immagine dell’uomo. Si ha sempre maggiore difficoltà a vedere uno di noi nell’uomo ancora non nato, nel malato terminale e nel disabile. Tutto viene misurato in termini di “qualità della vita”, che spesso coincide con la “comodità della mia vita”, con un giudizio di valore attribuito al più forte, alla persona già realizzata e ancora in piena efficacia, con esiti a volte agghiaccianti.

Recentemente l’ Ugci si è pronunciata a favore della legge sulle Dichiarazioni di volontà anticipata. Siete completamente favorevoli o trovate anche qualche criticità in questa normativa?

Il Consiglio centrale dell’Ugci si è espresso all’unanimità nel senso di ritenere necessaria l’approvazione della legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento. La presa di posizione è stata motivata in ossequio al “metodo della mediazione”, che secondo i dirigenti nazionali, nel timore, come spiegato nel comunicato ufficiale, che l’atteggiamento ostruzionistico a proposte di leggi su temi etici potesse portare il Parlamento a legiferare successivamente in senso addirittura peggiorativo. Ovviamente il fatto che ci sia una posizione ufficiale non impedisce ai singoli soci di portare avanti posizioni differenziate. Personalmente non ritengo che una opposizione chiara e ben motivata possa caratterizzarsi come “ostruzionismo”, e del resto dire sì a certe proposte non è detto che ponga fine al processo di revisione legislativa in senso deteriore, secondo il ben noto meccanismo dello “slippery slope”, dello scivolamento passo dopo passo.

Matrimonio e unioni civili: qual è la posizione dell’ Ugci?

E’ la posizione della Chiesa, che si espresse in modo nettamente contrario con un documento della Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. Ora che, per così dire, “la frittata è fatta”, bisogna cercare di impedire che si percorrano chine ancora più scoscese, magari attraverso l’allargamento delle maglie dell’adozione e la legalizzazione della pratica inaccettabile della maternità surrogata, vietata dalla nostra legislazione ma spesso realizzata in frode alla legge.

Oggi si parla molto di magistratura creativa: spesso le leggi italiane sono pasticciate o quanto meno lacunose e permettono ai giudici di intervenire in maniera creativa creando nuove norme. Come si pongono i giuristi cattolici di fronte a questo discutibile modo di legiferare?

Il discorso della giurisprudenza creativa è un problema reale. Si assiste impassibili a un mutamento genetico del nostro sistema di bilanciamento dei poteri, senza che questo cambiamento sia stato consacrato da alcuna riforma costituzionale. È vero che secondo la nostra Costituzione i giudici sono soggetti soltanto alla legge, ma almeno alla legge devono essere soggetti. Non mi sembra corretto che in nome della ripetuta e costante rilevazione di “vuoti legislativi” si proceda di fatto a un mutamento delle leggi per via giudiziale. Spesso poi quei vuoti non ci sono affatto e la legge, che dovrebbe valere sino a modifica espressa, semplicemente vieta un certo comportamento o non vuole un certo istituto. La pretesa di innovare il sistema a prescindere dal Parlamento è ormai sotto gli occhi di tutti. Si sono invertiti i ruoli. Il Parlamento deve inseguire i giudici, legiferare in modo conforme ai dettami delle corti.

L’Ugci fa molta attenzione alla formazione dei giovani giuristi: pensa che in un mondo del lavoro sempre più chiuso e difficile le giovani leve riescano ad ascoltare la voce della coscienza oppure che ci sia il rischio di un sempre maggiore cinismo?

Non so se si possa parlare di cinismo. Certamente la difficoltà di inserirsi nel mondo del lavoro, le ristrettezze economiche, la perdita di tante sicurezze un tempo offerte dal sistema di welfare, forse a volte esagerate ma che senz’altro permettevano di progettare adeguatamente il proprio futuro, possono avere anche la perniciosa conseguenza di distogliere i giovani da una visione più alta del proprio lavoro e della propria presenza nella società, quasi che facesse capolino un atteggiamento disincantato, che rispetto all’esigenza di formare adeguatamente la propria coscienza e di guardare al bene comune e non solo al proprio orizzonte egoistico porti a dire “per queste cose ci sarà tempo dopo”.

Concretamente qual è secondo lei un approccio etico alla professione forense, alla magistratura o alla professione notarile? Che regole deontologiche deve seguire un giurista?

Anche a questo riguardo credo che sia importante l’approccio personalistico: è la persona umana, il suo bene vero e integrale, a dover guidare l’azione di un professionista del diritto. Rimangono sempre attuali le regole che Sant’Alfonso, illustre avvocato del foro napoletano prima di intraprendere la via del sacerdozio, formulò quale bussola per i colleghi di professione: “Non è mai lecito accettare cause ingiuste, non si deve difendere una causa con mezzi illeciti, non si deve caricare il cliente con troppe spese, le cause dei clienti devono essere trattate con la dedizione con cui si trattano le proprie, bisogna studiare i processi per trarne le argomentazioni precise per difendere la causa, spesso la dilazione e la trascuratezza degli avvocati pregiudicano i clienti, e i danni devono essere riparati, altrimenti si pecca contro la giustizia, l’avvocato deve implorare da Dio il suo ausilio nella difesa, perché Dio è il primo protettore della giustizia, non è degno di lode un avvocato che accetta molte cause, superiori ai suoi talenti, alle sue forze e al tempo di cui dispone, che spesso gli mancherà per prepararsi alla difesa, la giustizia e l’onestà non devono mai essere separate da un avvocato; anzi, devono essere sempre conservate come la luce dei suoi occhi, un avvocato che perde una causa per negligenza è obbligato a riparare i danni, nel difendere le cause bisogna essere veri, sinceri, rispettosi e ragionevoli. I requisiti di un avvocato sono scienza, diligenza, verità, fedeltà e giustizia.

In conclusione che prospettive vede per i giuristi cattolici?

Mantengono tutto il loro valore le parole che San Giovanni Paolo II rivolse ai giuristi cattolici a un convegno dei giuristi cattolici del 1998: “Preoccupazione comune dei giuristi è dare oggi piena effettività ai diritti umani di fronte alle loro gravi violazioni, che si registrano in diverse parti del mondo nonostante le solenni affermazioni di principio. Ma tale proposito rischia di conseguire esiti modesti o di confondere autentici diritti con rivendicazioni soggettive ed egoistiche, se manca un largo ed universale consenso sul loro fondamento. Risulta, pertanto, lodevole e meritorio il vostro sforzo per l’affermazione di un sano giusnaturalismo, che costituisce l’unica garanzia per fondare in maniera certa ed assoluta i diritti umani.” Riscoprire il diritto, in tutte le sue dimensioni, legge positiva, giurisprudenza, equità, come strumento a servizio dell’uomo e della costruzione del bene comune. È una bussola che può guidare ancora oggi il lavoro dei giuristi.

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