Vespa e gli altri professionisti in finta pensione

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Bruno Vespa

Il dibattito di questi giorni sulla puntata che Bruno Vespa ha dedicato al funerale show di Vittorio Casamonica non mi ha appassionato più di tanto. Soprattutto perché, come ha sottolineato Enrico Mentana su Facebook, la grancassa contro il popolare conduttore di Porta a Porta, accusato di essere stato fin troppo arrendevole nei confronti del clan romano dei Casamonica, è stata orchestrata soprattutto da tutti quei politici che fanno carte false proprio per essere invitati nel salotto di Vespa.

Quel che mi scandalizza maggiormente è invece il fatto che Bruno Vespa, classe 1944, alla veneranda età di 71 anni e con in tasca una congrua pensione mensile erogata dall’Inpgi, la cassa di previdenza dei giornalisti, continui a lavorare in Rai con un contratto di collaborazione che, secondo quanto riportato tempo fa da Repubblica in questo articolo su Vespa, sarebbe ammontato a 6,3 milioni di euro per il triennio dal 2010 al 2013. Con possibilità di realizzare delle puntate speciali e fuori budget (quelle pattuite dal contratto erano cento) al modico prezzo di 12 mila euro l’una. Praticamente – secondo quanto riportato da Repubblica – una puntata di Vespa varrebbe quasi  quanto il compenso annuo di un giornalista praticante e molto più di un precario che macina quotidianamente articoli per un giornale.

Non solo Vespa

Ovviamente Bruno Vespa non è l’unico caso di giornalista pensionato che continua a lavorare. In Rai, ad esempio, c’è tra gli altri anche il giornalista scientifico Piero Angela che ad 85 anni suonati continua imperterrito a condurre il suo Super Quark.

La Rai d’altronde non è l’unica testata giornalistica che premia i giornalisti pensionati. La prassi vuole che il giorno dopo la pensione per tanti giornalisti italiani (soprattutto quelli che non hanno patteggiato con l’azienda il pre pensionamento con un posto in redazione per il figlio) sia pronto un ottimo contratto di collaborazione. Ovviamente non ai livelli retributivi di Bruno Vespa. Non è infrequente inoltre che i giornalisti pensionati siano messi a capo degli uffici stampa istituzionali, come più volte è capitato di recente in Sardegna.

Le altre professioni

Ovviamente la prassi di continuare a lavorare pur prendendo la pensione e ad occupare così dei posti che potrebbero essere liberati per far lavorare qualche giovane bisognoso di crearsi il futuro non è soltanto una prerogativa dei giornalisti. Ci mancherebbe.

Quanti avvocati pensionati continuano tranquillamente a svolgere la libera professione e a sfornare onerose parcelle per i clienti pur percependo fior di pensioni? Quanti medici in pensione continuano a visitare i loro pazienti? Quanti baroni continuano ad occupare le cattedre universitarie?

Lo stesso accade per i politici e per i manager della pubblica amministrazione. Senza arrivare al caso limite della mitologica pensione di Giuliano Amato, spessissimo i direttori generali, depositari dei sacri segreti della burocrazia, devono essere assunti con contratto di collaborazione immediatamente dopo essere andati in pensione perché nel ministero o nell’assessorato che per anni hanno governato non c’è nessuno che possa fare il loro lavoro.

I Casamonica da Vespa

Serve una riforma equa

Eppure in una nazione in cui a fianco ai super pensionati che cumulano pensioni e vitalizi e spesso continuano a lavorare vive una enorme parte della popolazione italiana non sa neppure se percepirà uno straccio di pensione, tutto questo sembra un po’ immorale.

La riforma pensionistica equa in questo momento potrebbe essere rappresentata da questi tre semplici step:

  • mettere un tetto massimo alle pensioni (con 5-6 mila euro al mese qualunque persona potrebbe vivere benissimo) e ovviamente uno minimo (almeno mille);
  • vietare il cumulo delle pensioni e dei vitalizi (in Italia basta poco per diventare parlamentare o consigliere regionale e maturare congrui vitalizi che si cumulano a quelli professionali raggiungendo cifre immorali);
  • imporre una semplice regoletta: chi matura i requisiti e decide di percepire la pensione deve interrompere qualsiasi attività lavorativa, a meno che questa non sia prestata a titolo gratuito e magari finalizzata ad insegnare il mestiere a qualcun altro.

Questa ultima regola dovrebbe valere per tutti i liberi professionisti che oggi continuano a guadagnare dalla loro professione pur cumulando pensione e vitalizi vari. Mentre per i manager pubblici questo divieto dovrebbe essere accompagnato dall’obbligo, negli ultimi cinque anni di lavoro, di formare adeguatamente dei dirigenti che possano sostituirli quando andranno in pensione.

Una riforma di questa portata – oltre a togliere un po’ di potere alle caste che si sono attaccate alle loro poltrone – potrebbe dare fiato alle boccheggianti casse previdenziali italiane (come la nostra cara Inpgi) perché liberebbe un po’ di posti di lavoro (è lapalissiano: più gente lavora più si incassano contributi). Ma chissà perché è molto difficile che il giornalista pensionato Bruno Vespa possa parlarne nella prossima e costosa (per gli abbonati Rai) puntata di Porta a Porta quando insieme a Matteo Renzi tratterà il tema della riforma delle pensioni.

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