Trump, la vittoria dei miserabili e la sconfitta del giornalismo in mala fede

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Il nuovo presidente americano Donald Trump

La vittoria dei miserabili. È questa la chiave di lettura che il quotidiano cattolico La Croce di Mario Adinolfi dà della vittoria di Donald Trump alle elezioni americane. Miserabili sono infatti stati definiti da Hillary Clinton i sostenitori di Trump all’indomani della sua sonora ed emblematica sconfitta. Profondo conoscitore degli Usa e indiscutibilmente senza padrini (constatazione che va al di là di qualsiasi convinzione religiosa o ideologica), Adinolfi è stato uno dei pochi giornalisti italiani a puntare sulla vittoria del miliardario statunitense. Non per avere particolari doti di preveggenza alla Nostradamus, ma semplicemente per essere andato spesso a parlare con gli americani semplici, quelli che non fanno parte dell’elìte newyorchese ma di una middle class molto arrabbiata con il governo Obama. Ancora oggi, ad un giorno dalla trumpvata all’establishment americano, tanti altri grandi quotidiani italiani cascano dal pero e parlano ancora di “sorpresa”, manifestando l’incapacità o molto più probabilmente la totale mancanza di volontà di capire cosa sta effettivamente accadendo dall’altra parte dell’oceano.

Eppure le parole sprezzanti e altezzose pronunciate da Hillary Clinton, che all’indomani della sconfitta ha definito un “branco di miserabili” i sostenitori di Trump, non fanno altro che aumentare la distanza tra questo modo di fare politica e la gente comune, dando adito a ulteriori divisioni e scontri e alimentando le istanze antidemocratiche di una parte della popolazione americana che non accetta l’esito delle urne e sta manifestando (soprattutto nella ricca New York) contro Trump.

La vittoria “inattesa” di Donald Trump

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Donald Trump durante la campagna elettorale americana

Si è detto che la vittoria di Donald Trump – oltre ad essere una sconfitta per le lobbies finanziarie che pilotano il governo Usa – ha fatto fare una pessima figura anche al giornalismo americano e internazionale. La figura dei cioccolatai, avrebbe detto qualche annetto fa un altro riccone, l’avvocato Gianni Agnelli. Oggi, ad un giorno dal voto, è arrivato il mea culpa del New York Times (ne da notizia il Fatto Quotidiano) che ha ammesso davanti al mondo di non aver saputo interpretare il grande malessere della middle class americana per essere stata sostanzialmente abbandonata da un governo che da anni si fa esclusivamente portavoce dei grandi potentati finanziari senza pensare ai bisognosi, tradita “da una serie di accordi commerciali che considera una minaccia al proprio posto di lavoro voluta dall’establishment di Washington, da Wall Street e dagli organi di informazione“.

Eppure questo modo di trattare giornalisticamente la vittoria di Trump nasconde una colpa più grande della semplice superficialità e trascuratezza. Il giornalismo patinato e ben pagato degli anchorman e delle testate americane più prestigiose è evidentemente espressione diretta del sistema economico e finanziario. In America, così come in Italia ed in ogni parte del mondo, un giornalismo ricco e privilegiato non può che seguire il più forte comportandosi non come un cane da guardia, ma come un cagnolino al guinzaglio del padrone.

Non può dunque meravigliare che la grande stampa internazionale (non solo americana) abbia difeso fino all’inverosimile la causa dei potenti Clinton, foraggiati dai ricchissimi emiri del Qatar, dalle lobbies finanziarie e dall’industria dell’aborto. Così come hanno fatto anche le grandi star della musica e del cinema americano.

Tradotto: la stampa statunitense non solo non ha saputo interpretare gli umori di una classe media molto incazzata (i miserabili di cui parla la Clinton), ma li ha colpevolmente e scientemente trascurati.

Eppure probabilmente più che riportare gli endorsement di Bruce Sprinsteen e di altre star della musica o del cinema sarebbe bastato parlare con una massaia, un operaio ed un tassista per capire le ragioni di quel malessere e quell’abbandono della classe media americana. Che peraltro è lo stesso che si respira in Italia. Magari si sarebbe capito perché le donne delle classi più povere hanno preferito votare un ricco playboy sessista e anche un po’ razzista piuttosto che dare fiducia a una donna che, certo con più garbo e maniere molto più delicate, non avrebbe difeso i loro interessi ma quelli delle ricche lobbies finanziarie e delle multinazionali dell’aborto e della compravendita dei bambini.

In quella che sta passando come una incapacità dei grandi media di interpretare la realtà americana c’è anche molta mala fede. La mala fede di un sistema dell’informazione che ormai fa passare solo le notizie gradite al potere. E le racconta come vuole il potere.

Potere che oggi vuole che nei tg e nei giornali sia dato ampio spazio a chi protesta perchè non accetta il verdetto democratico delle urne americane. Nello stesso modo in cui, con la puzzetta sotto il naso, mette in dubbio sui social network al riparo di una tastiera la stessa conquista del diritto universale al voto.

Il popolo americano – e lo dimostra il risultato delle urne – ha invece capito perfettamente che dietro i diritti civili propugnati dalla Clinton attraverso la sua fondazione milionaria non ci sono gli interessi della gente semplice e bisognosa, ma quelli di una ricchissima e potente oligarchia. E, checchè ne dica chi oggi scende in piazza, la maggioranza degli americani ha preferito dare fiducia ad un eccentrico playboy milionario, grezzo e sessista, con una improponibile zazzera biondo cenere sulla fronte, pur di mandare in corto circuito questo sistema basato solo sul potere della finanza.

Il ricco Trump – questo è sempre bene ricordarlo – non ha avuto alcun endorsement da parte dei potenti media americani che oggi aizzano la protesta contro di lui. Tutta la grande stampa Usa, le star della musica (persino Bruce Springsteen) e quelle del cinema si sono schierate ostentatamente e pervicacemente a favore di Hillary Clinton, come pressochè tutti gli opinion leader internazionali. Persino il presidente uscente Sbarak Obama (così è stato ribattezzato dalla Rete una volta preparate le valige per lasciare la Casa Bianca), che avrebbe potuto mantenere una posizione almeno ufficialmente imparziale, si è speso completamente per la Clinton definendo Trump “inadatto” a ricoprire la carica.

Ma nonostante questo enorme dispiegamento di forze e di danaro contro di lui Trump, che di denaro ne ha sicuramente tantissimo (è ai primi posti della classifica dei ricconi mondiali stilata dalla rivista Forbes), ha vinto scardinando non solo tutto l’establishment finto democratico che ha governato l’America in questi ultimi anni, ma anche lo stesso partito repubblicano che non avrebbe speso neppure un soldo per lui.

E’ confortante che il prossimo vice presidente Usa Mike Pence, figura sicuramente di primo piano nel prossimo governo statunitense, nel suo primissimo intervento abbia esordito ringraziando Dio e la sua famiglia. Famiglia che con questo voto (politico e non di mera protesta) la classe media americana ha chiesto ai propri governanti di tutelare maggiormente.

Ed è confortante anche che a poche ore dall’elezione di Donard Trump, dipinto dai media come un tremendo guerrafondaio, si siano immediatamente distesi i rapporti con la Russia, mai così tesi come in questi ultimi anni fino a sfiorare più volte un conflitto di proporzioni mondiali.

Insomma, nonostante le proteste di chi non accetti il verdetto delle urne e nonostante qualche sprovveduto opinionista da social network si ostini a dire e scrivere il contrario, non c’è dubbio che la vittoria in America non sia stata semplicemente la vittoria di un miliardario eccentrico, razzista e sessista, ma una vera vittoria della democrazia e del popolo. Popolo che, nonostante un sistema mediatico spesso prezzolato e in mala fede, è ancora in grado di andare oltre le apparenze e distinguere chi (anche se con modalità a volte discutibili) ha intenzione di fare i suoi interessi e chi invece lo prende soltanto per i fondelli pur ammantandosi di buoni propositi.

Per questo, riprendendo un piccolo giornale come La Croce che sta fuori dai grandi e perversi circuiti dell’informazione italiana, si può davvero dire che in America hanno vinto i miserabili e i senza voce. E ci auguriamo che tra un po’ riescano a vincere anche in Italia.

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