Industria 4.0? Il telelavoro è la morte civile per un lavoratore

Nell’epoca della quarta rivoluzione industriale il telelavoro continua ad avere effetti devastanti nella vita di un lavoratore e nelle sue relazioni interpersonali

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La tastiera di un pc

Oggi i giuslavoristi e i sociologi del lavoro parlano di industria 4.0: tra gli addetti ai lavori ci si chiede con forte e vibrata preoccupazione se nell’epoca della quarta rivoluzione digitale l’uomo riuscirà a sventare l’attacco della macchina o se sostanzialmente verrà fagocitato dai computer che alla fine svolgeranno il suo lavoro. Personalmente non ho una risposta a questa domanda epocale, anche se penso che difficilmente le macchine potranno sostituire la creatività che sottende gran parte dell’attività umana. Eppure, a proposito del dibattito sulla industria 4.0, vorrei rimarcare alcuni aspetti devastanti che il cosiddetto telelavoro, uno dei frutti bacati più evidenti di questa trasformazione del mondo del lavoro, ha nella vita di un lavoratore e nelle sue relazioni interpersonali e familiari.

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Telefono, taccuino e pc: gli strumenti di lavoro di un freelance

Di solito il telelavoro, cioè la possibilità per il lavoratore di svolgere le sue mansioni comodamente dalla propria casa, ribattezzata smart working con il solito rassicurante lessico anglosassone, viene proposto come una grande conquista di libertà. Ma libertà non è. Credo infatti che un lavoratore abbia tra le altre cose diritto anche a un suo posto di lavoro fisico. Perché il lavoro è sostanzialmente una attività sociale che implica delle quotidiane relazioni con gli altri.

Viceversa, nella realtà, il telelavoro abbruttisce. Debilita l’uomo. È qualcosa che spesso non viene percepito neppure come lavoro.

L’inizio della mia morte civile con il telelavoro è iniziata nell’estate del 2007. Ero appena tornato dal viaggio di nozze ed ero irrimediabilmente e irresponsabilmente felice e ottimista, cosa assai irrituale per una persona come me.

Come spesso accade in questi casi il tracollo era però dietro l’angolo. Il giornale dove lavoravo entrò immediatamente in crisi e smise le pubblicazioni da un giorno all’altro. Qualche mese dopo, nell’autunno dello stesso anno, ero in cassa integrazione.

Della serie: quando sei felice e sereno evita di darlo a vedere. Qualcuno potrebbe accorgersene.

Fortunatamente le pubblicazioni ripresero all’inizio dell’anno successivo (il fallimento definitivo di quell’esperienza editoriale fu sancito solo nel 2010), ma in questa prima fase di ripartenza del giornale irruppe nella mia vita il famigerato telelavoro. Nonostante le mie strenue proteste, l’editore mi fece recapitare a casa un enorme computer (a quell’epoca utilizzavamo ancora delle macchine antidiluviane) che dovetti sistemare nell’unico spazio disponibile del mio piccolo appartamento: la cameretta di mio figlio di otto anni, che venne invasa da un monitor che occupava praticamente tutta la parete.

Iniziai a lavorare da casa. Di mattina andavo in tribunale per seguire la cronaca giudiziaria, di sera scrivevo. Niente più contatti con i colleghi del giornale, niente più riunioni, niente scambi e relazioni, se non qualche sporadica telefonata rubata ai ritmi di lavoro. Soltanto solitudine e isolamento. Che si traduceva anche in una maggior debolezza e vulnerabilità dal punto di vista sindacale.

Forse il telelavoro migliora i rapporti interfamiliari, mi si chiederà? Ma manco per idea. Chi lavora da casa diventa invisibile anche agli occhi dei suoi stessi familiari che, non conoscendo i meccanismi del suo lavoro, non sanno assolutamente cosa stia facendo. Vedono soltanto che sta tutto il giorno davanti al pc, ma non sanno distinguere il lavoro vero e proprio, che va dalla attività di redazione degli articoli o degli eventuali comunicati stampa, da un eventuale cazzeggio sui social network.

Questo comporta continue discussioni e tensioni, con l’accusa sistematica di una disponibilità quasi nulla per la famiglia.

Il telelavoro appiattisce tutto. La mancanza di uno spazio fisico e di relazione sociale non permette di distinguere adeguatamente tra i momenti di lavoro e quelli di riposo, tra impegno e cazzeggio. È una frustrazione continua. Quasi per magia, con un atteggiamento quasi schizofrenico, il telelavoratore è visto da chi condivide i suoi spazi vitali come uno che sta sempre lavorando e, nello stesso tempo, come uno che non fa mai un cazzo.

Oggi, lavorando da libero professionista, sono costretto da circa dieci anni a fare i conti con la frustrazione da telelavoro. Il mio ufficio continua ad essere inesorabilmente la mia casa. Che con i suoi ritmi e i suoi rumori non è ovviamente un posto di lavoro, ma una semplice e comunissima casa. La mia scrivania, in mancanza di altro, è la tavola dove alle ore dei pasti si mangia, spesso e volentieri con un pc portatile in mezzo alle balle perché non ho ancora finito di scrivere. Ormai mi sono abituato al fatto che i miei familiari continuino a non capire quali sono i momenti in cui sto lavorando e ho bisogno di un po’ di concentrazione.

Eppure, alla veneranda età di cinquant’anni suonati, dopo aver praticato in maniera assidua per circa dieci anni il telelavoro, ho ancora il miraggio di un ufficio presso il quale recarmi per svolgere serenamente il mio mestiere. Per poi magari ritornare a casa la sera, libero da incombenze lavorative e con la mente sgombra per dedicarmi alla mia famiglia. Insomma, pur essendo consapevole che in questo periodo di crisi bisogna sapersi accontentare e bisogna saper gioire anche di quel poco che si ha, in fondo al mio cuore sogno di poter affrontare questa quarta e impegnativa rivoluzione industriale 4.0 senza l’incubo del telelavoro.

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