La storia della stampa sarda: un tesoro abbandonato nelle bancarelle

La collezione del tipografo Mariano Deidda, che racconta 240 anni di storia della stampa sarda, rischia di deteriorarsi nell’indifferenza delle istituzioni

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Mariano Deidda davanti ad alcuni dei suoi macchinari

Fregi del Regno di Sardegna con l’effigie del sovrano sabaudo, incisioni rarissime, milioni di caratteri mobili, tra cui quelli utilizzati per stampare i primi libri di Grazia Deledda e Sebastiano Satta o per realizzare la prima testata dell’Unione Sarda. Piombi decorati e incisi a mano, grandi torchi in legno, presse, cliché per la stampa delle fotografie e tantissimo altro materiale tipografico che racconta 240 anni di storia della stampa sarda. E’ il tesoro raccolto dal tipografo cagliaritano Mariano Deidda in oltre quarant’anni di professione. Un tesoro apprezzato a livello nazionale e riconosciuto dal Ministero dei Beni Culturali, ma incredibilmente dimenticato dalle istituzioni sarde. Tanto che Deidda, per farlo conoscere all’opinione pubblica, è sistematicamente costretto ad esporre i suoi pezzi unici nelle bancarelle dei mercati della Sardegna.

La storia della stampa sarda

La raccolta di Mariano Deidda parte dal 1770, quando la Stamperia Reale di Torino viene trasferita a Cagliari e sistemata negli scantinati dell’Università. Dopo qualche anno – racconta il tipografo – viene spostata nell’istituto di Santa Croce tenuto dai Gesuiti dove viene fondata la prima Stamperia Reale di Cagliari. Ai primi dell’Ottocento quest’ultima è acquisita da un dipendente, Carlo Timon, che fonda la prima Tipografia Civica di Cagliari. Sarà però il figlio di Timon, Antonio, a prendere con decisione le redini dell’attività paterna per diventare il più grande tipografo sardo, il “principe dei tipografi dell’isola”. La prima tipografia industriale Timon – racconta Deidda – nasce intorno al 1840 in un caseggiato in via Cima, edificio tuttora in piedi: impiega una trentina di operai, tra cui Giuseppe Dessì, che in seguito diventerà il più importante stampatore sassarese, anch’egli considerato un “principe dei tipografi sardi”.

Per tutto l’Ottocento la tipografia Timon, pilastro della storia della stampa sarda, stamperà tantissimi libri, oggi conservati gelosamente nelle biblioteche dell’isola, pubblicando per due anni anche il neonato quotidiano l’Unione Sarda fondato dal deputato Francesco Cocco Ortu. “Per tutto l’800 Antonio Timon ha portato la cultura a Cagliari: è assurdo che non gli sia stata dedicata neppure una strada”, spiega con rammarico Deidda. “Era nominato il Bodoni sardo: al grande tipografo di Parma hanno dedicato il museo più importante della stampa, al più grande tipografo sardo neppure una via. Ma bisogna ricordare che Bodoni aveva perso la gara per la guida della Stamperia reale di Cagliari”.

La Sardegna – spiega Deidda – ha comunque avuto un ruolo fondamentale nella storia della stampa italiana. Nell’anno precedente l’Unità d’Italia la nostra regione è stata infatti quella in cui sono maggiormente circolate le idee e si sono stampati più libri e giornali. “Ma nessuno lo dice o forse nessuno lo sa – dice sconsolato il tipografo cagliaritano, mostrando il volume in cui ha catalogato tutto il suo prezioso materiale -:  all’Università di Milano studiano la nostra storia e queste cose le sanno e le apprezzano, noi sardi purtroppo non riusciamo ad apprezzarle. L’Unità d’Italia non è stata realizzata solo dalle pallottole, ma anche dalla comunicazione. La regione d’Italia che ha stampato più giornali l’anno prima dell’Unità d’Italia è stata la Sardegna. La città di Sassari in particolare. Una città che ha generato anche tre presidenti della Repubblica. La nostra è stata una regione ricca di cultura e di uomini illustri”.

La collezione Deidda

Ma in cosa consiste materialmente la collezione di Mariano Deidda? “Possiedo circa quindici tonnellate di materiale risalente a tutto l’Ottocento e il Novecento con tutti i banconi dei caratteri di tantissimi tipografi, le macchine da stampa dalla pedalina fino all’offset e le taglierine con tutti gli attrezzi da stampa”, risponde Deidda. E poi milioni di caratteri mobili, quelli che – come fanno studiare ai giornalisti per l’esame da professionisti – hanno portato Johannes Gutemberg alla invenzione della stampa industriale. “Si può dire che Gutemberg sia stato il primo stampatore europeo – afferma Mariano Deidda -. I caratteri mobili erano stati inventati cent’anni prima dai coreani. I cinesi hanno copiato dai coreani: prima stampavano con la xilografia, con caratteri in legno incisi. Gutemberg, che tra l’altro non era uno stampatore ma il figlio di un orefice e perciò aveva tutti gli attrezzi per fondere il metallo, ha ripreso questa strana stampa metallica portata in Europa da Marco Polo fondendo con i suoi punzoni le lettere gotiche, lo stesso carattere che usavano gli amanuensi per scrivere. Ha creato i caratteri e per stampare ha usato una pressa per il vino: da lì è nata la prima macchina da stampa”.

Il primo libro sardo

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Il tipografo Mariano Deidda mostra la copertina del Catechismo stampato in Sardegna per la prima volta nel 1566 da Nicolò Canelles

Il primo stampatore sardo è stato però Nicolò Canelles. Nativo di Iglesias, Canelles decise di diventare sacerdote e si trasferì in Vaticano per studiare. Lì conobbe la professione tipografica lavorando nella stamperia del Vaticano guidata da Paolo Manuzio, figlio del più importante stampatore italiano Aldo Manuzio. Canelles – altro pilastro della storia della stampa sarda – decise poi di portare l’arte tipografica in Sardegna dove nel 1566, esattamente 450 anni fa, stampò il primo libro sardo, un Catechismo della Chiesa cattolica che era stato già stampato in Francia. La prima stamperia sarda sorse in via Canelles e venne gestita dallo stesso Nicolò Canelles fino a quando viene nominato vescovo di Bosa. L’attività fu  proseguita da un suo dipendente, Vincenzo Sembenino. Nel 1665 nacque poi una tipografia nel monastero di Bonaria, mentre nel 1680 si iniziò a stampare anche nel monastero di San Domenico. A Sassari dopo quasi cent’anni la stampa era invece stata introdotta da un altro canonico, Antonio Canopolo, che nel 1616 stampò il primo libro sassarese: la storia dei martiri Gavino, Proto e Gianuario.

Nessuno si è ovviamente ricordato di questi anniversari. Tranne lo stesso Deidda che, lo scorso dicembre a Sassari, in occasione dei 400 anni della nascita della stampa sassarese. Lo stesso ha fatto ad Oristano quando, dopo 450 anni ha ristampato con il suo torchio in legno il catechismo stampato per la prima volta nel 1566 da Canelles (a Milano nel 2015 aveva invece celebrato i 500 anni dalla nascita dello stesso Canelles).

Solo io in Italia sono in possesso degli unici fregi originali che provengono dalla Stamperia reale di Torino e, in sequenza, tutti fino alla Regione sarda: fregi che neanche il nostro presidente ha mai visto – spiega Deidda -. Se qualcuno ne parla è perché li ha trovati nelle bancarelle”.

Perché Deidda, per farlo conoscere, è costretto ad esporre nelle bancarelle il suo pregiatissimo tesoro storico. “Ho girato centinaia di tipografie chiedendo se dovevano dismettere materiale – racconta ancora – oppure quando vendevo banconi nuovi ritiravo quelli vecchi. Molti pezzi li ho comprati. Nel corso del tempo ho capito che avevano veramente un grande valore storico, non solo artistico o professionale. Oggi potrei ricostruire tranquillamente una tipografia del 1800 dove poter fare un tuffo nel passato, sentire l’odore dello stesso inchiostro e usare le stesse tecniche di stampa utilizzate in quel periodo”.

L’appello alle istituzioni sarde

Resta da capire perché, nonostante la collezione del tipografo cagliaritano sia stata riconosciuta dal Ministero per i Beni Culturali, non esiste ancora in Sardegna uno spazio museale dove fare questo affascinante tuffo nel passato. “Ho bussato tante porte, ma non si muove nulla – racconta Deidda -. Ho perso il conto delle lettere che ho mandato al sindaco di Cagliari. Gliene mando due o tre all’anno, ma non ho mai ottenuto alcuna risposta. L’ultima esposizione è stata per l’inaugurazione dell’Archivio storico, ma ho dovuto smontare tutto a tamburo battente senza che nessuno abbia guardato cosa c’era. Da allora nessuno ha avuto la curiosità di vedere queste cose. Purtroppo non c’è nessuna attenzione alla storia”.

Intanto questo tesoro che racchiude quasi 250 anni di storia della stampa sarda rischia di deteriorarsi irrimediabilmente. “Purtroppo questo materiale ha i giorni contati – spiega ancora Mariano Deidda -: più passa il tempo più si sta sbriciolando. I banconi di legno hanno i tarli. Le macchine erano tutte lucide, ma ora le ho dovute conservare davanti a uno stagno e si stanno arrugginendo. Stiamo perdendo la storia e nessuno fa niente”.

Costretto da anni ad esporre il suo prezioso tesoro nelle bancarelle dei mercatini sardi il tipografo cagliaritano chiede alle istituzioni isolane solo un po’ di attenzione. “Chiedo solo che abbiano la curiosità di vedere degli attrezzi che hanno fatto la storia della comunicazione sarda. Se c’è questa curiosità sono certo che troveranno il posto dove poterla esporre e salvaguardare. Mi basta che vedano con i loro occhi e tocchino con mano”.

Il tipografo cagliaritano – disponibile ad essere invitato nelle scuole dell’isola per raccontare agli studenti la storia della stampa sarda – lancia anche un accorato appello alle istituzioni dei giornalisti sardi, visto che nel materiale di Deidda è racchiusa anche la storia delle migliaia di giornali pubblicati in Sardegna soprattutto nell’Ottocento (vedi anche questo articolo sulla Storia del giornalismo in Sardegna). “Spero che i giornalisti siano affezionati alla loro storia e vogliano salvare ciò che gli ha permesso di essere quelli che sono – conclude il tipografo – perché in questi attrezzi ci sono anche loro”.

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