Stereotipi e bambini: polemiche a Cagliari

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La giustificazione è sempre la stessa: liberare i bambini dagli stereotipi di genere inculcati da una educazione tradizionalista e bigotta e dai pregiudizi legati alla scelta di un vestito, una professione o un semplice gioco. Basta con i bambini abituati a giocare con le macchinine o con pistole e con le bambine che amano le Barbie. Basta con i ragazzini fissati con il calcio che chiedono ai genitori di comprargli il pallone di cuoio e il completino rossoblù di Marco Sau e con le ragazzine che rubano alla mamma il rossetto e smaniano per provare le sue scarpe coi tacchi. Sono quelli gli stereotipi da combattere, forieri di violenze, omofobia, bullismo e discriminazioni. Perché si sa, ci sono maschietti che preferiscono giocare con le bambole e bambine che alle scarpe con i tacchi preferiscono quelle con i tacchetti per andare a giocare a pallone in un campetto in terra battuta o in erbetta sintetica.

E siccome il progresso ormai impone che l’appartenenza sessuale si deve poter liberamente scegliere e vivere sin da bambini, ecco spiegato il grande successo mediatico del laboratorio di travestimenti per bambine e bambini dai 4 agli 8 anni che le famiglie Arcobaleno hanno organizzato per domani, domenica, nell’ambito della manifestazione dal titolo “Le lesbiche si raccontano” che in questi giorni si sta svolgendo a Cagliari, organizzata da alcune associazioni Lgbt cagliaritane con tanto di patrocinio della Regione Sardegna.

Il laboratorio contro gli stereotipi di genere

stereotipiIl laboratorio contro gli stereotipi di genere – secondo gli organizzatori si tratta di una innocente sperimentazione per “favorire la libertà d’espressione e l’elaborazione di un proprio punto di vista, attraverso la messa in discussione degli stereotipi di genere legati alle professioni” – ha avuto la benedizione della stampa cagliaritana, sempre più aperta in modo acritico alle meraviglie del progresso, ed è ovviamente stata accolta con grande entusiasmo da una sinistra cagliaritana (Pd in testa) particolarmente attenta al mondo arcobaleno e ai suoi voti. Sono invece passate per la verità un po’ in sordina le critiche di una parte del centrodestra che ha manifestato non poche perplessità sull’opportunità di questo laboratorio, ritenendo molto grave e pericoloso il coinvolgimento di bambini in così tenera età in iniziative che in qualche modo mirano ad influenzare la loro formazione e la loro identità sessuale.

Durissima è stata soprattutto la reazione del consigliere regionale Marcello Orrù, vicepresidente della commissione Sanità e Politiche Sociali del Consiglio Regionale della Sardegna e fondatore del Movimento Cristiano. Orrù, appena saputo della manifestazione, ne ha immediatamente chiesto al Prefetto di Cagliari l’annullamento in quanto potenzialmente lesiva per una fascia di età giovanissima e ha interpellato l’assessore alla Pubblica Istruzione Claudia Firinu chiedendo lumi sul coinvolgimento anche finanziario della Regione Sardegna in questo evento.

Contrario anche il partito Fratelli d’Italia, che qualche mese fa aveva presentato una mozione in consiglio regionale contro l’educazione gender nelle scuole pubbliche. “Questi laboratori e questo tipo di teorie non devono passare e ci troveranno sempre fermamente contrari – ha dichiarato il coordinatore regionale Salvatore Deidda –. I bambini devono essere lasciati fuori”.

Ricevuta la risposta a mezzo stampa dall’assessore, il consigliere Orrù ha chiesto le dimissioni della Firino (che si era detta “orgogliosa” della manifestazione contro gli stereotipi di genere) ed è stato protagonista di una dura polemica con la scrittrice di Cabras Michela Murgia in merito ai finanziamenti pubblici ottenuti dalle associazioni Lgbt per organizzare la manifestazione.

Nel silenzio generale l’unica attestazione di stima per la battaglia politica pressoché solitaria di Orrù è arrivata dal coordinatore nazionale del Comitato “Difendiamo i nostri figli”, Massimo Gandolfini, che ha pubblicamente sostenuto la sua presa di posizione.

E’ veramente importante, anche considerata la poca rilevanza che i media locali attribuiscono a queste tematiche, non lasciare soli coloro che a livello territoriale e locale portano avanti le battaglie a favore della famiglia, del diritto alla vita e contro l’indottrinamento gender che oggi assume una preponderanza pericolosa e inaccettabile, nel silenzio di tanti che dovrebbero aprire gli occhi – ha scritto Orrù ringraziando Gandolfini -. Il Comitato di cui lei è portavoce rappresenta un baluardo che ha sempre manifestato vicinanza e sostegno a chi, come il sottoscritto, su queste importanti, anzi direi prioritarie, battaglie ci mette la faccia in prima persona. Mi appello e a lei e ai componenti del Comitato Difendiamo i nostri figli proponendovi di tenere le riunioni del Comitato, d’ora innanzi, a cadenza periodica, in ogni regione d’Italia ad iniziare dalla Sardegna, una terra impregnata di tradizione e dove la famiglia rappresenta ancora il pilastro della società ma dove negli ultimi tempi, nel silenzio di tanti che dovrebbero urlare il loro sdegno e non lo fanno per timore, l’ideologia gender e le politiche contro la famiglia stanno emergendo con forza. Questo costituirebbe un segnale veramente forte verso tutti coloro che vi sostengono, apprezzano e combattono le vostre, le nostre, battaglie sui territori – ha concluso Marcello Orrù -. Costituirebbe un abbraccio fraterno nei confronti delle associazioni locali, dei gruppi e dei singoli cittadini che in questo difficile momento storico, hanno assoluta necessità di sentirsi coinvolti, inclusi e non lasciati soli a metterci la faccia”.

Questa la cronaca dei fatti. Ma la vicenda del laboratorio per i bambini cagliaritani non va sottovalutata e deve essere vista anche alla luce di quanto sta succedendo nel resto d’Europa. E’ notizia di questi giorni quanto sta avvenendo in Gran Bretagna dove il Servizio Sanitario sta spendendo tantissimi soldi per un farmaco che rallenta la pubertà dei bambini con presunti disturbi dell’identità sessuale: la voce non si ingrossa, i peli e il seno non crescono fino a quando il bambino o la bambina, come se a quell’età ne avessero la maturità, non decide se da grande vuole diventare un maschio o una femmina.

E’ uno scenario sconvolgente, che rasenta la follia. Eppure succede molto vicino a noi. Perchè secondo qualcuno la battaglia contro gli gli stereotipi e le discriminazioni vuol dire inculcare nei bambini la consapevolezza che un essere umano può scegliere liberamente la propria identità sessuale. E’ quella che viene chiamata Gender theory, di cui abbiamo dato tante volte conto in questo sito cercando di capirne il significato.

Ma – andando oltre le polemiche – proviamo a porre qualche questione.

Siamo sicuri che la lotta contro gli stereotipi di genere e l’omofobia debba necessariamente avvenire facendo travestire i bambini da femminuccia o le bambine da maschietto? O facendo giocare i maschi con le bambole e le femmine con il pallone? Non sarebbe meglio combattere gli stereotipi e l’omofobia insegnando il rispetto verso l’altro con l’esempio, prima di tutto nelle famiglie e poi a scuola? Magari senza dare per scontato che l’identità di un essere umano debba essere limitata esclusivamente alla sfera sessuale e che la stessa sfera sessuale abbia anche delle implicazioni psicologiche più profonde?

Perché allora non sensibilizzare prima di tutto gli adulti su queste tematiche? Poi saranno i genitori, nella loro libertà di educatori, a trasmettere ai loro figli la consapevolezza che nessuno deve essere discriminato per le sue inclinazioni sessuali. E che è assolutamente normale che una ragazzina giochi a pallone o un ragazzino aiuti la mamma a fare i piatti. Perché posti in questo modo, dei giochi che prevedono il travestimento di ragazzini di 4-8 anni non possono che destare il sospetto che si tratti di un lavaggio del cervello per menti innocenti che, a quell’età, hanno bisogno di crescere e di costruire la propria identità senza condizionamenti esterni.

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