“Non regalate lo smartphone ai bambini”. Intervista a Marco Brusati

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Bambini 2.0

Lo smartphone non è uno strumento da regalare ai bambini di otto-dieci anni. Marco Brusati, sociologo ed educatore milanese, direttore della agenzia educativa Hope, lo ha ripetuto ai tanti genitori, educatori e catechisti che la settimana scorsa hanno gremito il salone parrocchiale di San Paolo, a Cagliari, per ascoltare la sua conferenza sull’educazione ai tempi dei social network. E ha sottolineato con forza che la grande emergenza di oggi è una sessualizzazione precoce dei bambini che, con un telefonino connesso ad internet, vengono letteralmente rincorsi dalla pornografia e dalla violenza, nella totale inconsapevolezza degli educatori. Non solo: il prolungato utilizzo del mondo virtuale sta creando nelle giovani generazioni un degrado comunicativo e un analfabetismo emotivo curabile solo con una maggiore attenzione alle relazioni reali.

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Il sociologo Marco Brusati

Dr. Brusati, come è l’educazione ai tempi dei social?

Sono cambiati i modelli e i parametri, ma soprattutto la relazione tra generazioni. In realtà i social sono solo una parte del grande sistema web che ogni giorno va a caccia di fasce sempre più giovani. Stiamo parlando di bambini di otto-dieci anni che sono oggetto di una ricerca forsennata da parte di chi produce app e contenuti audio-video.

Perché?

C’è bisogno di un numero sempre maggiore di persone che prestino consenso: i clic significano denaro e nutrono i grandi colossi del web, Google su tutti. Regalando alla prima comunione lo smartphone diamo in mano ai nostri bambini uno strumento che li isola dal mondo adulto e li rende molto vulnerabili.

Cosa succede nelle chat?

Se WhatsApp viene usato per la comunicazione ufficiale, i giovanissimi utilizzano soprattutto un’altra chat in cui video e immagini si auto cancellano dopo qualche secondo: Snapchat. Probabilmente perché ci si vuole nascondere dal mondo adulto.

La legge sul cyberbullismo appena approvata è un argine sufficiente?

Credo che questa legge serva a poco o a nulla. Da un lato fissa i parametri per cui un comportamento viene riconosciuto come lesivo della dignità della persona e quindi punibile, anche se compiuto da minorenni. Ma una legge solo punitiva, senza un supporto educativo, non ha alcun valore. Inoltre non è applicabile per social network come Snapchat, dove i contenuti scompaiono. Questa legge è un passo avanti, ma rischia di essere già inefficace.

Anche attraverso la musica passano messaggi non positivi.

La musica non è solo un linguaggio tra i tanti, è diventata la dogana dove passano le nuove antropologie. Dalla musica possiamo capire cosa succederà, prima nella testa, poi nella cultura, infine nella legge. Lo abbiamo visto per esempio con il tema della cultura gender che nella musica è passato già 12-13 anni fa. Oggi stiamo osservando alcune tendenze preoccupanti perché alcuni video iniziano ad inserire i bambini all’interno di situazioni pornografiche, pur senza farli partecipare. Nella musica che fa tendenza, cioè il pop americano femminile e il rap americano maschile, fenomeni planetari con miliardi di visualizzazioni, entrano le nuove antropologie che incitano i ragazzi a fare quello che vogliono senza limiti.

Cosa può fare la famiglia?

Quando c’è fa già molto. La responsabilità è di chi ha capito questo meccanismo e non ne parla. Stiamo attenti a combattere la pedopornografia ma non battiamo ciglio quando la pornografia va nelle mani dei bambini, anche attraverso certi video musicali. Stiamo portando una generazione a non avere più uno sguardo puro verso la realtà. E di questo ci verrà chiesto conto.

Cosa si può fare ancora?

Innanzitutto non lasciarli soli sul web che rischia di causare una sorta di analfabetismo emotivo, aiutandoli a sviluppare le relazioni empatiche. A livello di agenzie educative, è però necessaria un’alleanza strategica tra i diversi mondi: produttori di musica, arte, fiction, videoclip, fumetti e mondo dell’informazione. Ma chi può coordinare questa alleanza è solo chi è esperto di umanità, cioè la Chiesa.

Questa intervista a Marco Brusati è stata pubblicata nell’ultimo numero de Il Portico, settimanale della Diocesi di Cagliari.

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