Settimana sociale: il lavoro che vogliamo contempla anche il riposo

La seconda giornata della Settimana sociale di Cagliari è stata dedicata al confronto delle buone pratiche monitorate dalla Cei: il lavoro che vogliamo

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Il presidente della Cei Cardinale Gualtiero Bassetti

E’ folle chi non lavora mai, ma è più folle chi lavora sempre: solo gli schiavi e coloro che sono ridotti in schiavitù dall’invidia e dall’avidità si affannano sempre e solo per il lavoro”. Basta questa frase, estrapolata dalla riflessione biblica dell’economista Luigino Bruni, a fotografare il grande paradosso del nostro tempo, dove accanto a tantissimi giovani che stentano a trovare una occupazione e una collocazione nella società ci sono gli stakanovisti professionali, dediti ad accumulare impegni lavorativi, cariche, poltrone e danaro senza la possibilità di un po’ di tempo libero per vivere e coltivare i propri affetti. Neppure quando vanno in pensione. L’economista cattolico ha aperto la seconda giornata della Settimana sociale dei cattolici italiani in corso di svolgimento a Cagliari: quella dedicata al lavoro che vogliamo.

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L’economista Luigino Bruni (foto Carla Picciau)

La ricchezza che non può essere condivisa non sazia e non appaga il cuore”, ha detto Bruni che ha imperniato il suo intervento sul commento dei brani del Qohelet e ha ribadito, come avevano fatto ieri il presidente della Cei Card. Gualtiero Bassetti e il presidente del Comitato organizzatore mons. Filippo Santoro, che “il frutto del lavoro e dell’industria può essere goduto solo se lasciamo uno spazio libero di non –lavoro”.

Ecco che da questa Settimana sociale – che oggi è entrata nel vivo con l’esame delle buone pratiche monitorate dal progetto Cercatori di lavOro in tutto il territorio italiano – emerge con forza un fatto: l’altra faccia del lavoro che vogliamo, cioè il lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale di cui parla Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium è l’attenzione al riposo, che significa tempo per coltivare la famiglia, gli affetti e i propri interessi.

È difficile dire se oggi soffre di più il disoccupato che incrocia innocente le braccia o il manager superpagato che trascorre il Natale in ufficio perché il lavoro poco alla volta gli ha mangiato, come tutti gli idoli, anima e amici – ha detto Bruni -. Sofferenze diverse, entrambi molto gravi, ma la seconda non la vediamo come follia e vanitas, e la incentiviamo. La solitudine distorce gli incentivi e fa lavorare troppo, perché la soddisfazione nel lavoro diventa un sostituto della felicità al di fuori dal lavoro. Il lavoro che diventa poco a poco tutto distrugge le poche relazioni rimaste, e così si lavora ancora di più”.

Ma perché tanto lavoro? E soprattutto per chi? E’ questo, secondo l’economista, l’interrogativo da cui può nascere una visione nuova del lavoro e si può avviare il cambiamento di una società che oggi continua ad offrire nuovi beni e servizi solo per sopperire alla solitudine degli individui. “Produciamo persone sempre più sole e produciamo sempre più merci per saziare solitudini insaziabili – ha spiegato -. E il PIL cresce, indicatore delle nostre infelicità, e insieme cresce la domanda insoddisfatta di gratuità”.

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Il card. Appiah Turkson durante il dialogo con padre Francesco Occhetta

Tra gli ostacoli più grandi per il lavoro che vogliamo , secondo il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, c’è soprattutto la dilagante corruzione. “La prima cosa che fa la corruzione è non riconoscere il merito – ha spiegato l’alto prelato, intervistato dal padre gesuita Francesco Occhetta, scrittore della Civiltà Cattolica e consulente spirituale dell’Ucsi, nonché componente del Comitato scientifico e organizzativo della Settimana sociale. “Quando il Papa mette in guardia dalla meritocrazia – ha aggiunto il cardinale Appiah Turkson – non vuol dire che sia a favore di chi trascura i meriti. Pensa alla situazione di paesi come il Giappone dove il non riconoscimento dei meriti porta le persone a suicidarsi perché non riescono a raggiungere il livello di prestazione richiesta. In questo senso il merito diventa un valore negativo”.

Il lavoro che vogliamo

In questa Settimana Sociale la Chiesa cattolica si sta facendo dunque promotrice di un percorso di avvicinamento ad una concezione di lavoro più degno che abbia come punto centrale il lavoratore. Con la consapevolezza che, come è stato ribadito ieri, che un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale parte dal presupposto basilare di avere dei lavoratori che siano essi stessi liberi, creativi, partecipativi e solidali.

Ecco il senso delle iniziative monitorate dal progetto Cercatori di lavOro che dallo scorso gennaio ha visto circa 200 volontari provenienti dalle diocesi di tutta Italia scovare circa 400  esempi di lavoro virtuoso e sostenibile: una sorta di “paniere” di esempi virtuosi e replicabili capaci di generare nuovi approcci al mondo del lavoro.

E’ stato l’economista Leonardo Becchetti, uno dei responsabili, a presentare questa interessante iniziativa realizzata grazie alla partnership di NeXt Nuova Economia X Tutti, CEI e del Progetto Policoro.

E’ una rivoluzione di metodo – ci spiega Becchetti -. Non abbiamo voluto fare un convegno per ricordare Olivetti e Toniolo, ma siamo andati a cercare i 400 Olivetti e Toniolo che stanno animando il Paese in un momento così difficile”.

Sono circa 400 le esperienze lavorative sostenibili analizzate a Cagliari: 309 provengono da realtà imprenditoriali, 40 dal mondo della scuola e 52 dalla pubblica amministrazione. A dispetto della retorica imperante il 42% delle buone pratiche segnalate dal progetto Cercatori di lavOro sono relative al Sud contro il 34% di segnalazioni provenienti dal Nord e quasi il 24% del centro Italia. Dando complessivamente – si legge in una nota – “un quadro piuttosto completo e articolato della “buona Italia”, creativa e innovativa che crea posti di lavoro dignitosi e si cala nelle realtà territoriali con etica e sostenibilità”.

La nostra idea – spiega Becchetti – è quella di proseguire continuando a valutare e monitorare queste buone pratiche usandole anche come strumento per fare animazione territoriale e vedere se possono essere riprodotte e disseminate sui territori”.

Sulla base di queste proposte sono state costruite le proposte che verranno consegnate alle istituzioni, domani al premier Paolo Gentiloni e domenica al presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani. Proposte in parte già contenute nell’instrumentum laboris e vanno dalla riduzione dello scollamento tra il mondo della formazione e quello del lavoro alla rimozione dei lacci e lacciuoli burocratici per chi crea lavoro; da l riequilibrio dei rapporti tra consumo e lavoro al cambiamento delle regole che governano gli appalti, con la valorizzazione del ruolo delle piccole imprese, ossatura fondamentale dell’economia italiana, dalla valorizzazione dei beni artistici e culturali e all’integrazione delle persone nella società.

Il comitato preparatorio ha fatto un grande lavoro di aratura – ci spiega padre Francesco Occhettama dopo il momento della semina sarà necessario far crescere queste pratiche e farle diventare cultura a livello locale”. Dopo la Settimana sociale di Cagliari sarà infatti creato un centro in cui queste buone pratiche verranno monitorate, ma saranno date anche informazioni sulle novità del mondo del lavoro, sugli investimenti e sulle interlocuzioni che nasceranno con la politica.

Con alcuni punti fondamentali inderogabili. “Il lavoro deve essere pagato e soprattutto la persona deve essere rimessa al centro e non può  essere sostituita dai robot – puntualizza padre Occhetta –. Inoltre deve essere salvaguardata la dignità: il lavoro deve essere al servizio della persona e non la persona al servizio del lavoro: il lavoro che vogliamo è questo”.

Da queste giornate sta emergendo anche la necessità di saper raccontare meglio il lavoro. La narrazione giornalistica del lavoro sui giornali, in tv e sui social network non deve dare soltanto spazio alla rabbia, allo sconforto e alla denuncia (cosa comunque importante), ma anche alle buone pratiche che, aggiunge il padre gesuita, “a volte riescono a soffocare la zizzania cattiva. Questa molte volte è fatta di vero sconforto, ma tante altre è anche frutto di una narrazione strumentale per non far crescere il buono”.

In questi giorni i delegati delle Settimane Sociali saranno dunque impegnati ad affinare le proposte da presentare alla politica estrapolando dai dati del progetto Cercatori di lavOro strategie e comportamenti che possono essere riadattati a diversi territori. “Partendo dalle pratiche acquisite e testate sui territori – si legge in una nota – si potrà iniziare un percorso circolare di buone prassi sostenibili in campo sociale, economico e ambientale, generando nuove professionalità, indirizzi economici e mobilitazioni dal basso“.

La speranza, come è stato detto tante volte in questi primi due giorni, è che dalle parole si possa passare ai fatti. Perché, come ha detto ieri il presidente della Cei Bassetti, “il tempo delle chiacchiere è finito“.

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