Senato verso la rottamazione: ma davvero questo è il cambiamento?

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Senato della Repubblica: lavori in Aula

Non credo che il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre cambierà davvero le sorti del nostro Paese. Dubito fortemente che ci sarà la grande semplificazione legislativa e amministrativa propagandata dai fautori della riforma. Né, a mio avviso, la vittoria del Sì aprirà le porte alle derive autoritarie temute da tanti detrattori renziani. Molto più semplicemente le urne prenatalizie saranno un banco di prova per il Governo e ci faranno capire quanti italiani apprezzano Matteo Renzi e quanti non credono più alle sue promesse. Eppure in questo grande caos, dove tutti gli italiani, notoriamente esperti di calcio, sono diventati anche grandi statisti e costituzionalisti, tutti gli occhi sono puntati sul Senato della Repubblica, che per molti è diventato il capro espiatorio e causa principale della arretratezza e della complessità dell’italico sistema istituzionale.

La rottamazione del Senato

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Palazzo Madama, sede del Senato

Se vincesse il Sì una delle due Camere previste dai padri costituenti del 1948, scomparirebbe: il Senato sarebbe rottamato e sostituito da una sorta di “camera delle autonomie” che, almeno in teoria, dovrebbe rappresentare i territori.

La grande novità di questa riforma costituzionale è infatti il superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto, cioè la necessità che tutte le leggi per essere approvate debbano essere approvate da entrambi i rami del parlamento.

Che poi non è neppure una grande novità perché è da anni che se ne parla. Per la verità non tutti erano nemmeno d’accordo con questo meccanismo istituzionale neppure nel 1948, quando fu soprattutto la Democrazia Cristiana di De Gasperi, almeno secondo quanto raccontano gli storici, a pretendere il contrappeso del Senato alla Camera per evitare colpi di mano dei comunisti.

Nel corso degli anni il bicameralismo perfetto poi è stato visto come la causa principale della lentezza del legislatore italiano. Ed oggi molti vedono il suo superamento come la panacea di tutti i mali. Anche se, guardando le statistiche parlamentari, i provvedimenti di legge rimasti arenati a lungo nel ping pong tra i due rami del Parlamento sono stati per la verità davvero pochi.

Considerando la faccenda da un altro punto di vista il Senato negli ultimi anni è stato viceversa un importante presidio di democrazia e ha fatto davvero da contrappeso (o per lo meno ha provato a farlo) all’attività della Camera dei Deputati, dando la possibilità alle minoranze di opporsi a provvedimenti di legge non pienamente condivisi dall’opinione pubblica.

La vittoria del Sì al referendum del 4 dicembre sostituirebbe, come detto, al Senato eletto direttamente dai cittadini una camera delle autonomie più ancorata alle realtà territoriali che però, al di là di alcune materie tassativamente indicate nel nuovo articolo 70, non sarebbe più in condizioni di fare da contrappeso ai poteri della Camera.

Potrebbe fare rilevazioni, produrre emendamenti, dare pareri, ma nella maggior parte dei casi non potrebbe incidere realmente. Tra l’altro il nuovo Senato non potrebbe neppure creare delle commissioni di inchiesta su materie di pubblico interesse, ma dovrebbe limitarsi solo a quelle che concernono le autonomie territoriali (ci si chiede ad esempio che fine farebbe la commissione d’inchiesta sulla strage del Moby Prince che sta lavorando per fare luce su quella tragedia).

Insomma, praticamente tutto il potere legislativo sarebbe posto in capo alla Camera dei Deputati, unica a dover dare la fiducia al Governo.

Quanto alla composizione il nuovo Senato della Repubblica (al contrario del vecchio composto da 315 membri elettivi più i senatori a vita) dovrebbe essere composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali (75 consiglieri regionali e 20 sindaci) e da cinque senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica (che non si comprende quale territorio rappresenterebbero).

Nella prima stesura della riforma costituzionale si era pensato ad un sistema simile a quello tedesco dove la seconda camera, il bundesrat) rappresenta davvero i territori di appartenenza, tant’è che ha anche un vincolo di mandato e deve votare secondo la volontà dei territori.

Nella riforma che invece andremo a votare il 4 dicembre i nuovi senatori sembrerebbero legati più a logiche e dinamiche di partito che ai territori di apparteenza.

Ma, a parte le competenze molto limitate (che per i fautori del Sì sono ovviamente un bene), desta molte perplessità  anche la modalità di elezione del nuovo senato delle autonomie.

Il nuovo Senato sarà eletto dai cittadini o dai consigli regionali?

Il riformato articolo 57 della Costituzione prevede che i senatori siano eletti con metodo proporzionale dai Consigli regionali e dai Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori.

La stessa norma, dopo aver sottolineato che ogni regione dovrà avere un minimo di due senatori e comunque un numero proporzionato alla sua popolazione, spiega che l’elezione dovrà avvenire “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”, per poi concludere che comunque, per regolare questa elezione, bisognerà aspettare una apposita legge che dovrà essere approvata da entrambe le Camere.

In pratica sembra di capire che quando i cittadini andranno alle urne per eleggere i consiglieri regionali dovranno esprimere una preferenza anche per il Senato: i consigli regionali dovranno dunque semplicemente ratificare queste preferenze?

Ma non potevano scriverlo chiaramente? In una norma costituzionale, che dovrebbe essere chiara e definita, non sarebbe meglio usare meno giri di parole?

E poi con quali criteri i consigli regionali dovranno scegliere i sindaci-senatori?  Anche in questo caso bisognerà probabilmente attendere la suddetta legge elettorale.

Si è detto inoltre che la riforma consentirà allo Stato di risparmiare gli emolumenti dei senatori. Ok, ma si arriverà al paradosso che nella stessa assise siederanno consiglieri regionali superpagati, sindaci pagati molto meno e senatori nominati dal presidente della Repubblica che dovranno lavorare, per quanto poco, completamente gratis. Anche questo è un fatto abbastanza bizzarro. Come il fatto che la camera delle autonomie diventerebbe una specie di porta girevole con senatori che vanno e vengono in base alla durata del loro mandato da consiglieri regionali, sindaci o nominati dal Capo dello Stato.

Insomma sembra che questi aspetti – che dovrebbero essere puntualmente stabiliti in un passaggio epocale in cui si sta decidendo di rottamare una delle due camere del parlamento italiano – non sia stato analizzato appieno. O quanto meno non sia stato espresso in maniera sufficientemente chiara nelle nuove norme che, ricordiamo, non sono i testi di una storia di Topolino, ma sono quelli della Costituzione italiana.

Tornando al punto iniziale, non credo che questo complesso referendum (qualunque sarà l’esito) possa davvero cambiare le sorti dell’Italia come ci vogliono far credere quelli che tanto basta un Sì.

Non c’è dubbio che una buona riforma che dia davvero un migliore assetto istituzionale e snellisca l’iter delle leggi sarebbe un buon punto di partenza. Ma per cambiare davvero l’Italia occorre una classe politica responsabile che, soprattutto di fronte a norme fondamentali e super partes come quelle costituzionali, lasci da parte i suoi interessi e sappia varare riforme davvero condivise che non spacchino il Paese come una mela.

Una politica che sia in grado di emanare leggi eque per il bene di tutta la collettività e non solo provvedimenti per accontentare questa o quella lobby.

A tanti italiani non importa che le leggi siano emanate dalla Camera e dal Senato in un sistema bicamerale oppure soltanto dalla Camera per fare un po’ prima. Importa soprattutto che quelle leggi siano giuste, creino sviluppo e posti di lavoro veri e non finti, che limitino la pressione fiscale diventata asfissiante e non la appesantiscano tassando persino i funerali.

Questo è il vero messaggio di cambiamento che la politica deve dare agli italiani che hanno bisogno di tutto meno che di altra propaganda e confusione. Altrimenti si continuerà a cambiare la forma delle cose lasciandone sempre inalterata la sostanza.

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