Gli amici di Schio e il pasticciaccio delle unioni civili di convenienza

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L'arcobaleno, simbolo biblco che richiama l'alleanza tra Dio e l'uomo, è diventata in questi anni il simbolo dei diritti LGBT

Alla fine la prova del nove è arrivata. Sabato prossimo due amici di vecchia data, uno settantenne e uno cinquantaseienne, si uniranno civilmente a Schio, in provincia di Vicenza, pur non essendo gay. L’unione – che per loro candida ammissione è dettata esclusivamente da ragioni di convenienza – dimostra in maniera eclatante i grandi limiti della legge Cirinnà sulle unioni civili che, usando un eufemismo, ben lungi da essere una grande conquista civile si sta rivelando soltanto un grande pasticcio giuridico.

Gianni Bertoncini, cinquantaseienne batterista jazz, e Pietro Principe, settanta anni, sono due vecchi amici che si uniranno civilmente per avere qualche benefit economico: ad esempio potranno pagare un solo canone Rai in bolletta, ma soprattutto, quando sarà il momento, più tardi possibile, il membro superstite della coppia otterrà la reversibilità della pensione dell’altro.

Il precedente del caso Schio

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Scatto che da una visione superficiale dell’abbigliamento pare ritrarre il matrimonio tra un uomo e una donna

Comprensibilmente la vicenda di Schio, non fosse altro per l’onestà dei due protagonisti, ha sollevato un polverone. La stessa senarice Monica Cirinnà è intervenuta dando in qualche modo la sua benedizione all’unione civile del vicentino in quanto – ha spiegato – esistono anche i matrimoni eterosessuali di convenienza e anche un uomo e una donna si possono sposare esclusivamente per comodità. Persino le associazioni gay, che hanno fortemente voluto la legge, pur stigmatizzando una presunta “truffa morale” da parte dei due vicentini, hanno dovuto ammettere che per come è strutturata la legge Cirinnà anche due semplici amici si possono legittimamente unire civilmente pur non avendo alcun legame sessuale.

Insomma, l’unione civile tra Bertoncini e Principe è del tutto legittima.

La vicenda di Schio mette però in luce il vero punto debole della nuova normativa che in barba all’articolo 3 comma 1 della Costituzione Italiana (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali) tratta diversamente le coppie a seconda del sesso, producendo in questo modo una evidente discriminazione.

In base alla legge Cirinnà le coppie eterosessuali conviventi non hanno diritto alla pensione di reversibilità (qualcuno obietta che possono comunque sposarsi, ma se non possono e magari hanno figli perché se uno dei due muore l’altro e soprattutto i figli non devono essere tutelati?), mentre le coppie dello stesso sesso possono unirsi civilmente e hanno diritto alla pensione di reversibilità (il caso degli amici di Schio dimostra che ne hanno diritto anche se non sono legate da un vincolo amoroso e sessuale in senso stretto).

Ma allora qual è il bene giuridico tutelato dalla legge Cirinnà?

Il caso dei due amici di Schio rende palese che il bene tutelato dalla legge sulle Unioni Civili non è l’unione amorosa e sessuale in sé, ma la semplice affettività tra due persone.

Affettività che si può manifestare in tanti modi. La stessa finalità della legge Cirinnà, che ha visto la mobilitazione di buona parte dell’opinione pubblica italiana, è proprio quella di tutelare i molteplici tipi di amore e di famiglia.

Allora – ed è un ragionamento che è stato già fatto su questo sito – occorre essere conseguenti e coerenti. Lo Stato oltre a tutelare i rapporti delle coppie omosessuali e quelli di semplice amicizia come nel caso della coppia di Schio dovrebbe a maggior ragione tutelare anche quelli di consanguineità. Nulla infatti vieta che si possano unire civilmente per ragioni di esclusiva convenienza economica anche due persone legate da vincolo di sangue: genitori e figli, zii e nipoti, nonni e nipoti ecc.

In questo modo, ad esempio, un figlio o una figlia disoccupati che vivono con il padre o con la madre perché le condizioni economiche non gli hanno consentito di costruirsi una propria vita, alla morte del genitore potranno continuare a percepire la sua pensione: sarebbe una unione civile basata su motivazioni esclusivamente economiche che la legge Cirinnà sembra tranquillamente consentire.

Questi ragionamenti – forse spinti all’eccesso (tanto il risultato finale sarà l’abolizione della pensione di reversibilità per tutti perchè non ci son più soldi) – consentono di mettere invece a fuoco qual è viceversa il bene giuridico che la Costituzione Italiana ha voluto tutelare con l’articolo 29, norma che come è risaputo riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.

Nel matrimonio previsto dalla Carta Costituzionale l’oggetto della tutela non è la semplice affettività tra un uomo e una donna. Nè tanto meno sono i solo i rapporti economici che scaturiscono da quell’affettività (rapporti che poi ovviamente la legge ordinaria necessariamente disciplina per garantire l’unità familiare e l’uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi).

Ad essere tutelata in via principale nel matrimonio ex articolo 29 è viceversa la vita stessa che nasce dall’affettività e dall’unione sessuale che, di per sé non hanno nessun interesse per lo Stato.

Il vero bene tutelato nella famiglia fondata sul matrimonio disegnata dai costituenti del 1948 non sono i coniugi, ma i figli che questi mettono al mondo, crescono ed educano con il loro lavoro, il loro impegno e il loro sacrificio.

Figli che sono la vera ricchezza di una nazione.

E’ in questa ottica – e non in quella di una sterile, bigotta e irragionevole opposizione alla felicità altrui – che per una questione di onestà intellettuale deve essere inquadrata la presa di posizione di chi in questi mesi ha visto la legge sulle unioni civili come una minaccia alla famiglia.

Perchè uno Stato che non riesce a tutelare in primo luogo la vita, ma mette in primo piano le questioni economiche e le convenienze materiali (come dimostra la vicenda di Schio) rischia di non avere un futuro. E ce lo dimostra purtroppo anche la sempre più preoccupante flessione demografica del nostro Paese.

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