La Sardegna, l’Ucraina e le ragioni della pace

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La notizia del cessate il fuoco in Ucraina, avvenuta alla vigilia del vertice della NATO a Newport, in Galles, e di quello di domani a Minsk in cui le nazioni dell’Ue decideranno le nuove sanzioni economiche contro la Russia, ha avuto immediate ripercussioni positive sulle borse internazionali, compresa quella di Mosca. A dimostrare che è la pace a creare economia e benessere, mentre la guerra serve solo ad aumentare povertà e depressione. Le informazioni, spesso frammentarie, che arrivano dall’estremo lembo orientale dell’Europa – dove si ricomincia sinistramente a parlare di guerra fredda e di muri – sembrano indicare che la pericolosissima nuova contrapposizione tra Stati Uniti e Russia, entrambe in possesso di un armamentario nucleare tale, se utilizzato, da distruggere il mondo, si sta giocando soprattutto sul filo dell’economia. Barack Obama, pur garantendo ai Paesi baltici dell’estremo oriente europeo un presidio militare difensivo, sembra sempre più intenzionato a colpire la Russia di Vladimir Putin soprattutto sotto il profilo economico. E gli Stati europei sembrano pronti ad eseguire senza fiatare gli ordini degli Usa proseguendo nella via delle sanzioni economiche (che con tutta probabilità porteranno anche al boicottaggio dei campionati mondiali di calcio programmati in Russia nel 2018). D’altronde sono obbligati a farlo, sempre per ragioni economiche: gli Stati Uniti infatti sborsano attualmente circa il sessanta per cento delle spese militari che occorrono per la difesa dell’Europa dalla Russia.

L’Italia, come ha dimostrato la prima uscita di Federica Mogherini, Alto rappresentante Ue per la politica e la sicurezza, seguirà senza fiatare la linea americana: «Non esiste più un partenariato strategico fra Ue e Russia per scelta di Mosca – ha dichiarato lunedì lady Pesc – occorre garantire che i membri della Nato dell’Europa dell’est, che hanno una frontiera comune con la Russia, siano sicuri che la Nato possa intervenire per garantirne la sicurezza». Il cambio di rotta inaspettato (visti gli ottimi rapporti economici e politici che negli ultimi anni erano stati instaurati tra Russia e Italia, e in particolare tra Vladimir Putin e l’ex premier Silvio Berlusconi) è stato confermato oggi dal premier Matteo Renzi (“Siamo pronti a nuove sanzioni economiche contro la Russia”).

Le ragioni della pace

Non è semplice provare a ricostruire la crisi Ucraina scoppiata lo scorso aprile ma rimasta a lungo sottotraccia nonostante il bilancio di oltre 2200 morti e quasi 3500 feriti. Difficile soprattutto perché, come spiega bene Michele Marsonet in questo post nel blog Remocontro dell’ex inviato Rai Ennio Remondino, la stampa italiana sta tenendo una linea politica strana sul nuovo conflitto Usa-Russia, con le testate di sinistra che sembrano aver sposato le tesi filo americane e quelle di destra quelle filo russe.

Ma i motivi della guerra, al di là dei singoli torti e delle singole ragioni, sono quasi sempre economici. Difficilmente si combatte per difendere grandi principi, più spesso lo si fa per il vil denaro. Se si pensa che l’Ucraina è il crocevia strategico dei grandi gasdotti che dalla Russia trasportano il metano in Europa e i paesi arabi sono i maggiori produttori di petrolio, è facile comprendere che oggi le guerre, ben lontane da essere le operazioni di pace per cui vengono spacciate, hanno un obiettivo ben preciso: quello di accaparrarsi le principali fonti di approvvigionamento energetico del pianeta.

Smanettando su internet, tento di capire, al di là della cosiddetta stampa mainstream, quali sono le ragioni della guerra e gli scenari verso i quali andiamo incontro. Anche se per la verità qui in Occidente l’eco delle guerre appare ancora lontano. Sui social network – dove si trovano le più disparate ricostruzioni delle vicende belliche in Ucraina, Iraq, Siria, Libia e Somalia – ci si divide in fazioni, tra filo istraeliani e filo palestinesi, filo russi e filo americani, filo cristiani e filo islamici. Ma difficilmente si riesce a trovare quel filo, probabilmente legato ai soliti interessi economici, che unisce i conflitti da un capo all’altro del mondo. Qui siamo abituati a tifare per partito preso, come se ci trovassimo su Sky a guardare una partita di calcio dove se le stanno dando di santa ragione.

Eppure, pur essendo combattuta a pezzi e nelle più disparate parti del mondo, questa terza guerra mondiale, come l’ha definita qualche settimana fa Papa Francesco, rischia di essere più vicina a noi di quanto pensiamo. E inizia a fare paura. Soprattutto a una regione invasa dalle servitù militari come la Sardegna, che il Governo italiano considera assolutamente irrinunciabile per la sua posizione strategica nel mar Mediterraneo.

Le conseguenze economiche della guerra nella lontana Ucraina, d’altronde, si iniziano a sentire pesantemente anche nella nostra regione. «Il blocco delle importazioni dei prodotti lattiero-caseari deciso dalla Russia (per contrastare le sanzioni Ue, ndr) – denuncia il consigliere regionale indipendente Marcello Orrù – sta creando un danno senza precedenti al settore più forte dell’economia della Sardegna: il comparto agroalimentare». Orrù chiede al presidente della Regione Francesco Pigliaru di far intervenire Silvio Berlusconi perché chieda al presidente Putin di avere un occhio di riguardo per la Sardegna. Una soluzione che, per la verità, pare abbastanza discutibile e poco attuabile.

Ma cosa potrebbe fare realmente la Sardegna oggi che l’Italia, senza che neppure il Parlamento sia stato interpellato, rischia di essere coinvolta dalla Nato in un altro conflitto internazionale nonostante la Costituzione, all’articolo 11, affermi sulla carta il nostro paese ripudia la guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali?

Se pure il Governo per via dei patti internazionali si deve appiattire sulle posizioni degli Usa e sulle ragioni economiche di una guerra voluta da Barack Obama, la Sardegna può dare un contributo alle ragioni della pace? Quella pace che in questo momento è molto lontana dai pensieri dei cosiddetti grandi della terra, primo fra tutti il presidente Usa, che tra l’altro per la pace è stato insignito persino di un premio Nobel?

In mezzo a tante voci di guerra, la Sardegna, se solo volesse farlo, potrebbe lanciare un importante messaggio di pace. Come ha fatto quel centinaio di persone che, marciando da Oristano al Santuario della Madonna del Rimedio, ha voluto ricordare che la guerra colpisce soprattutto i bambini e le persone indifese e che teoricamente le materie prime non sono qualcosa da conquistare con le armi, ma da dividere e utilizzate per dare a tutti acqua, cibo ed energia per vivere.

Finora la nostra Regione ha dimostrato di non saper reagire e di non sapersi ribellare ad uno Stato che tra le altre cose le impone servitù ed esercitazioni militari anche contro il suo volere. Poteva farlo il mese scorso, se solo il Consiglio regionale sardo avesse approvato una mozione che rifiutava simbolicamente la presenza dei caccia israeliani alle esercitazioni in programma a partire dal 22 settembre. Ma si è preferito ancora una volta limitarsi alle dichiarazioni di principio per non scontentare il governo amico (vedi anche questo post).

Una conferenza per la pace

Oggi la politica sarda potrebbe ancora dare un segno di vita, magari convocando il Consiglio regionale in seduta straordinaria per dire un NO, ancorché simbolico, ad una guerra che i sardi, popolo pacifico, non vogliono.

Nei giorni scorsi, voce nel deserto, il vice presidente e segretario del movimento Sardegna Zona Franca, Francesco Scifo, ha scritto a nome del movimento un appello per la pace alle principali testate giornalistiche internazionali (recapitato anche al premier italiano Matteo Renzi, chissà se lo avrà letto!), in cui proponeva di organizzare una Conferenza internazionale di pace proprio qui in Sardegna, nell’isola della Maddalena dove qualche anno fa si sarebbe dovuto tenere il G8, poi spostato a L’Aquila.

Potrebbe essere un’idea. La nostra regione autonoma, proprio in virtù della sua posizione strategica nel Mediterraneo, si presta ad essere il teatro non delle solite esercitazioni militari a cui siamo abituati da anni, ma di un vertice internazionale dove i grandi della terra possano discutere le ragioni della pace. Un vertice in cui si discuta di come i grandi Stati, da cui dipende volenti o nolenti la nostra sicurezza, possano provare ad abbandonare le mire espansionistiche e perseguire una politica, una cultura e una economia della pace promuovendo il dialogo e i rapporti commerciali pacifici tra gli Stati e i popoli.

E’ utopistico? Sicuramente. Come è utopistico, in questi giorni, credere alla pace tra popoli di diversa etnia e religione scorrendo sull’iPad i post di Facebook dove ci si scanna violentemente nei commenti a corollario degli interventi sui temi etici più delicati.

E’ sicuramente utopistico, ma almeno si può provare a lanciare la proposta: promuovere la pace sarebbe un’occasione di riscatto per le nostre istituzioni regionali, finora prone ai voleri del Governo italiano e indirettamente di quello americano. E sarebbe soprattutto un modo nobile di far valere, finalmente in modo autorevole di fronte a tutto il mondo, la voce autonoma della Sardegna. Sempre che esista ancora.

 

Ecco di seguito la nota inviata anche in lingua inglese dal vice presidente e segretario del Movimento Sardegna Zona Franca Francesco Scifo alle principali testate giornalistiche internazionali:

Sono il Vice presidente e segretario politico del movimento Sardegna zona franca, associazione no profit, raggruppamento popolare di migliaia di persone che lotta per il riconoscimento della extradoganalità dell’isola posta al centro del Mediterraneo.

La Sardegna conserva le testimonianze di una delle più antiche civiltà occidentali conosciute, di cui le sculture antropomorfe di Monte Prama e i Nuraghi sono l’unica testimonianza mondiale. Proprio il Regno di Sardegna nel 1720 dava al Piemonte e poi all’Italia, la possibilità di diventare nazione nel consesso europeo. Nella prima guerra mondiale le truppe sarde della Brigata Sassari davano un contributo di valore e vite umane determinante per la conclusione della guerra. In Iraq ed in Afganistan reparti della Brigata Sassari e di sardi hanno dato ancora un grande contributo di vite alla lotta contro il terrorismo.

Per queste ragioni la Sardegna dal 1948 ha avuto il riconoscimento di uno statuto speciale che le conferisce la piena autonomia pur nella Repubblica Italiana. Questo riconoscimento consente alla popolazione della Regione Sardegna di avere la possibilità di interloquire, come previsto dalla Carta ONU per le autonomie regionali e dall’art. 52 dello Statuto Sardo, nei trattati internazionali di cui è parte la Repubblica Italiana che possano interessare l’Isola.

A tale proposito, quale rappresentante del movimento Sardegna zona franca che chiede l’applicazione dello Statuto della Regione Sardegna e delle prerogative dell’autonomia, sancite nella legge italiana e nella tradizione sarda, alla vigilia di eventi tragici ed epocali, in assenza d’iniziative proficue da parte di nostre cariche istituzionali, sento l’obbligo di proporre alle SSVV di indire una conferenza internazionale di pace proprio in questa isola, sfruttando la sua autonomia speciale e la sua tradizione di crocevia di popoli e culture diverse.

Il movimento Sardegna zona franca ha l’aspirazione e l’ambizione di voler proporre a tutti i leader mondiali di organizzare in questa terra, posta al confine tra oriente e occidente ed al centro del mare Mediterraneo, una conferenza internazionale di pace da svolgersi a La Maddalena nei luoghi già allestiti per il G8 nel 2009 e che possa fermare quella che il Papa Francesco ha definito terza guerra mondiale.

Solo la saggezza che sorge da questa terra magnetica, dove tutti gli imperi e le popolazioni più antiche della storia occidentale sono passati e di un popolo antico come i Sardi, può invertire la rotta suicida in cui un sistema finanziario privo di controllo ha gettato tutti gli Stati della Terra. Noi che non siamo uno Stato ma una popolazione autonoma e fiera delle sue tradizioni chiediamo perciò a tutti i leader mondiali di organizzare una conferenza di pace internazionale.
Diamo alla pace un’opportunità come diceva John Lennon nella sua canzone: Give peace a chance!

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