Sardegna: i nuovi poveri sono i giovani

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Altro che proclami ottimistici e comunicati trionfalistici. Altro che occupazione in aumento ed effetti positivi del Jobs Act. La Sardegna boccheggia e nella nostra regione aumentano i poveri. Non sono i gufi renziani a dirlo, ma gli ultimi dati diramati dall’Istat secondo cui sono 108mila le famiglie che nella nostra regione si trovano in stato di povertà relativa. Solo nella città di Cagliari più di 7mila persone versano in stato di grave indigenza. L’incidenza della povertà nella nostra regione è del 15%, meno del resto del Mezzogiorno (21%) ma ben al di sopra della media italiana (10,3%). La Sardegna – sempre secondo l’Istat – è inoltre la regione italiana in cui nel giro di un anno è aumentato maggiormente il rischio di povertà o di esclusione sociale: + 5,5 punti percentuali (era pari a 32,2% nel 2013, è salito al 37,7% nel 2014).

Solo una minima parte delle oltre centomila le famiglie povere sarde si rivolge alla Caritas. Chi riesce a vincere l’imbarazzo e si rivolge ai centri di ascolto è infatti soltanto una minima parte, la punta di un iceberg, perchè tanti vivono la loro condizione di disagio con molta vergogna. Nel corso del 2014 sono state poco più di 6.800 le persone bisognose che si sono rivolte ai centri d’ascolto della Caritas sarda che nel Report sulla povertà e l’esclusione sociale in Sardegna, presentato nei giorni scorsi a Cagliari, traccia un identikit dei sardi che vivono situazioni di estremo disagio.

Accanto ai poveri “cronici”, con una lunga carriera di povertà alle spalle, ci sono infatti tanti nuovi poveri: single, separati, pensionati, lavoratori precari o espulsi improvvisamente dal mercato del lavoro. Molti hanno una famiglia, hanno un tetto dove dormire, addirittura anche un reddito minimo. Ma nonostante tutto non riescono a comprare i beni di prima sussistenza, a pagare la bolletta dell’acqua o della luce. Oppure non riescono a comprarsi le medicine, visto che al giorno d’oggi anche curarsi sta diventando un lusso.

Sono i giovani i nuovi poveri

caritas nuovi poveriIl report della Caritas scatta una fotografia della Sardegna molto diversa da quella proposta dai nostri governanti. Una Sardegna sprecata, in cui tantissime persone che potenzialmente sarebbero in grado di partecipare e dare un contributo allo sviluppo dell’isola sono lasciate completamente ai margini della società.

Perché nella nostra regione – è emerso – i nuovi poveri sono proprio i giovani. Non soltanto i disoccupati ufficiali (il tasso medio di disoccupazione giovanile in Sardegna si attesta al 50%, ma raggiunge addirittura quasi il 73% nella provincia di Carbonia Iglesias), ma piuttosto quei giovani che ornai sfuggono anche alle statistiche. Quelli che vengono definiti la Generazione neet, non pervenuta: non studiano, non si formano, non lavorano. In pratica non hanno alcuna prospettiva e alcuna speranza nel futuro. Perché, parafrasando papa Francesco, gli è stata letteralmente rubata.

L’età media delle persone che si rivolgono ai centri d’ascolto della Caritas è di 46 anni, ma addirittura il 95% dei nuovi poveri ha un’età tra i 15 e i 64 anni. Ovvero si tratta di persone che potrebbero dare un contributo di lavoro o di idee per la costruzione della società, ma che non lo possono fare.

Per il 72% i poveri sardi sono cittadini di nazionalità italiana. Molti (52,2%) sono disoccupati, ma tanti altri (addirittura il 30%) sono poveri nonostante lavorino o percepiscano una pensione minima (working poor). La metà di loro possiede la sola licenza media, perché comunque chi è più istruito, anzi chi ha avuto l’opportunità e la fortuna di poter studiare, ha maggiori strumenti per difendersi dalla crisi e dalla povertà.

La maggior parte delle richieste – hanno spiegato i rappresentanti della Caritas – sono di tipo economico: si chiede aiuto per comprare generi di prima necessità, per pagare le bollette e acquistare medicine.

Fino a qualche anno fa a chiedere aiuto erano soprattutto le donne. Di solito è infatti la donna a vincere l’imbarazzo e la vergogna e andare a prendere le buste di spesa al centro di ascolto. Ma negli ultimi anni la quota di uomini poveri che chiedono aiuto è cresciuta: il mercato del lavoro ha espulso un numero sempre maggiore di padri di famiglia e sempre più uomini separati e divorziati, per sbarcare il lunario, devono chiedere aiuto ai centri d’ascolto.

L’obiettivo del report– ha spiegato il responsabile del Centro studi della Caritas Sardegna Raffaele Callia – è quello di far maturare una consapevolezza generale sul problema della povertà e sulle sue reali dimensioni nella nostra regione, in modo da suscitare una responsabilità diffusa, sia a livello individuale che a livello istituzionale.

A questo proposito la Caritas, che aderisce alla Alleanza regionale contro le povertà finalizzata a predisporre un piano di contrasto alla povertà attraverso misure rivolte a garantire a tutte le famiglie sarde il minimo per una sussistenza dignitosa, sta da tempo lavorando per l’introduzione nel nostro ordinamento del REIS, il reddito di inclusione sociale.

Questa misura potrebbe essere armonizzata con una delle tante provvidenze che nel nostro ordinamento sono lettera morta, ovvero il cosiddetto reddito di cittadinanza previsto dall’articolo 33 della legge regionale 23/2005, normativa inapplicata anche per quanto riguarda l’istituzione del previsto Osservatorio regionale sulle povertà presso la presidenza della Regione (art. 34).

L’approccio al problema della povertà, deve essere multidimensionale e non limitato agli aspetti esclusivamente economici e assistenziali – è stato detto -. Per questo è necessario che gli interlocutori istituzionali siano molteplici e motivati. E che i temi trattati vadano dalle politiche familiari a quelle demografiche, da quelle giovanili a quelle del lavoro, da quelle fiscali a quelle abitative e della salute.

Il parere della Cisl sarda

I dati Istat sono stati commentati nei giorni scorsi anche dal segretario generale della Cisl Oriana Putzolu. Il sindacato di ispirazione cattolica è sempre stato particolarmente attento alle problematiche relative al disagio sociale e alla povertà.

Nonostante le buone intenzioni e i facili ottimismi della Giunta regionale – ha dichiarato Oriana Putzolu – la realtà è molto più grave e può essere risolta solamente rilanciando l’occupazione e riportando nei posti di lavoro le migliaia di operai e impiegati esclusi dai processi produttivi, temporaneamente parcheggiati nel sistema degli ammortizzatori sociali e collocati nell’anticamera della disoccupazione e creando opportunità lavorative per i giovani”.

Nell’isola – sostiene la Cisl sarda – mancano soprattutto le occasioni di lavoro, possibili solamente con programmi di sviluppo, nuovi processi industriali, cantierizzazione di tutte le opere pubbliche. “La Regione – conclude Oriana Putzolu – non può continuare ad affrontare in perfetta solitudine l’emergenza lavoro, che deve vedere invece coinvolti Giunta, impresa e sindacati, rilanciando praticamente l’accordo triangolare tra questi tre soggetti sociali e istituzionali”.

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