Riforma Inpgi: come cambia il sistema previdenziale dei giornalisti

A Cagliari un corso di formazione organizzato da Assostampa e For Media sulla riforma Inpgi e sulla nuova previdenza dei giornalisti

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Il seminario sulla riforma dell'Inpgi

Super pensionati che prendono in media 65mila euro di pensione all’anno, sono restii ad accettare una minima decurtazione come tributo di solidarietà per le giovani generazioni, ma spesso non esitano ad accettare un contratto di collaborazione con l’azienda che li ha pensionati scrivendo dieci pezzi al giorno. D’altro lato, un numero sempre maggiore di precari più o meno giovani che faticano ad entrare nel mondo del lavoro e non versano quei contributi che un giorno gli consentiranno di andare in pensione. Sono le grandi contraddizioni del sistema giornalistico italiano, connotato da un calo sempre maggiore di lavoratori che hanno uno stipendio regolare e pagano regolarmente i contributi e da un ricambio generazionale ormai quasi nullo.

Se ne è parlato nei giorni scorsi a Cagliari durante un seminario di formazione continua per il giornalisti sulla riforma Inpgi e sul nuovo sistema previdenziale, organizzato dall’Assostampa Sarda e da ForMedia, Istituto per la formazione al giornalismo e alla comunicazione multimediale.

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Un momento dell’incontro formativo di Cagliari: al tavolo il direttore generale e la presidente Inpgi Mimma Iorio e Marina Macelloni, il fiduciario regionale Stefano Salone e il presidente dell’Assostampa sarda Celestino Tabasso

All’incontro hanno partecipato i vertici dell’Inpgi, il presidente Marina Macelloni e il direttore generale Mimma Iorio, e quelli del Fondo Giornalisti, il presidente Enrico Castelli e il direttore generale Giancarlo Tartaglia.

Il quadro emerso durante il seminario, al quale per la verità hanno partecipato pochissimi giornalisti cagliaritani (quasi la categoria fosse poco interessata a queste tematiche), è stato molto critico.

Se nel 2012 i rapporti di lavoro giornalistico attivi (chi ha in corso un regolare pagamento di contributi all’Inpgi) erano 17.844 nel 2016 sono diventati 15.744 riducendosi a 15.156 nel 2017. La tendenza al calo dei rapporti che pagano regolarmente i contributi è stata accentuata dalla legge 416 che ha portato a 123 prepensionamenti nel 2017 e più di mille negli ultimi sette anni.

La costante erosione dei posti di lavoro è stata infatti accentuata dai meccanismi previsti dalla legge che prevede l’assunzione di una sola persona su tre prepensionamenti senza consentire un salutare ricambio generazionale e il reingresso di giovani nel mondo del lavoro.

La crisi dell’informazione, peraltro, ha inciso anche sulla retribuzione media: se un giornalista italiano regolarmente assunto fino a quattro cinque anni fa guadagnava mediamente 65 mila euro all’anno, adesso questa cifra si assesta sotto i 60 mila. Con uno sbilancio tra il reddito medio (e dunque dei contributi versati) e la pensione media.

Questa situazione, unita al ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali (che nel 2016 sono costati complessivamente 88 milioni ed hanno riguardato circa 7mila dei poco più di 15mila giornalisti attivi), ha avuto un effetto devastante sui bilanci dell’Inpgi che nel 2017, per la prima volta, ha concluso con una perdita di circa 100 milioni.

La riforma Inpgi

Dal punto di vista previdenziale – hanno spiegato i vertici dell’Inpgi – è stata dunque necessaria una profonda riforma dell’ente di previdenza che ha inciso su due pilastri fondamentali. Innanzitutto è stata aumentata l’età pensionabile dei giornalisti, portata al livello del sistema generale (66 anni e 7 mesi sia per gli uomini che per le donne), inoltre è stata limitata la pensione di anzianità, portata a 62 anni con ben 40 anni di contributi, requisito praticamente inarrivabile. La riforma Inpgi inoltre ha mutato il sistema di calcolo della pensione che dal 1° gennaio 2017 sarà contributivo e non più retributivo.

I vertici del Fondo hanno poi spiegato il funzionamento del Fondo pensione complementare dei giornalisti italiani.

Ma i problemi della professione giornalistica, profondamente trasformata dall’avvento delle nuove tecnologie, non si limitano ai soli aspetti previdenziali e pensionistici, ma presuppongono un approccio complessivo.

Per questo dalla presidente dell’Inpgi Marina Macelloni è arrivato un appello all’intero sistema dell’informazione.

Dobbiamo fare lo sforzo e lavorare tutti insieme e ragionare su come è cambiata questa professione – ha detto -: fare il giornalista oggi non è come farlo nel ‘63 quando è stata emanata la legge istitutiva dell’Ordine. E’ necessario che questo mondo che sta cambiando venga rappresentato in una maniera differente che ci consenta di accogliere dentro la categoria tutta una fascia di persone che oggi fanno giornalismo informazione e comunicazione. Lo sforzo che dobbiamo fare e che ci salverà è quello di provare a dare una rappresentazione anche economica a questo mondo che è cambiato dando una risposta ai tanti giovani che stanno facendo questo lavoro in modo diverso da quello che abbiamo conosciuto noi. Se ancora pensiamo che il giornalista sia solo chi lavora in redazione o legge un tg siamo destinati a scomparire. Non solo come Inpgi ma come intera categoria”.

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