Riforma Inpgi: pensionati in fibrillazione per il contributo di equità

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riforma inpgi
Una vecchia macchina da scrivere

La riforma INPGI approvata nei giorni scorsi con un decreto interministeriale è andata di traverso a tanti giornalisti pensionati italiani. A mettere in fibrillazione la categoria è infatti il contributo di solidarietà temporaneamente introdotto dalla riforma che per i prossimi tre anni imporrà un taglio delle pensioni più alte, quelle dai 38mila euro in su, con percentuali crescenti in base alle fasce di reddito. Questa misura – come hanno specificato il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e quello dell’Economia comunicando l’avvenuta approvazione della riforma INPGI – vorrebbe essere, in ottemperanza alle istanze della Corte Costituzionale, una “efficace attuazione del principio di equità intergenerazionale posto alla base dei sistemi previdenziali”.

I pur alti richiami alla solidarietà e all’equità intergenerazionale non sono però serviti a placare le ire di tanti giornalisti pensionati (molti dei quali, è doveroso dirlo, continuano tranquillamente a lavorare nelle redazioni con contratti di collaborazione) che sentendosi discriminati rispetto agli altri pensionati italiani (che non hanno subito i tagli) si apprestano ora ad impugnare la riforma davanti al Tar del Lazio.

Riforma Inpgi e contributo di solidarietà

Varata lo scorso settembre dal consiglio di amministrazione dell’ente di previdenza dei giornalisti italiani, la riforma INPGI approvata nei giorni scorsi con decreto interministeriale (ministeri del Lavoro e dell’Economia) prevede, oltre al contributo di solidarietà intergenerazionale, anche un innalzamento dell’età di accesso alla pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi) e la modifica dei requisiti di accesso alla pensione di anzianità con un innalzamento dell’anzianità contributiva (nel 2019 bisognerà avere40 anni di contribuzione e 62 anni di età).

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Una vecchia macchina da scrivere

La riforma INPGI introduce inoltre un sistema di calcolo totalmente contributivo per le contribuzioni successive al primo gennaio 2017 e istituisce un contributo aggiuntivo di disoccupazione dell’1,4% a carico del datore di lavoro nel caso di rapporti di lavoro a tempo determinato instaurati per causali diverse dalla sostituzione di personale temporaneamente assente.

“Il percorso di risanamento dell’Inpgi è partito – ha commentato la presidente Marina Macelloni – La riforma consentirà all’Istituto di garantire la sostenibilità dei conti nel lungo periodo e quindi di rimanere anche in tempi difficili un presidio autonomo a tutela dell’informazione in Italia. L’Inpgi non fallirà, non sarà commissariato ne’ tantomeno confluirà nell’Inps.  Questo obiettivo importante è stato raggiunto grazie al lavoro e al senso di responsabilità di tanti. Voglio ringraziare il Consiglio di amministrazione, le parti sociali Fnsi e Fieg e la struttura tecnica dell’Istituto guidata dalla Direttrice generale, Mimma Iorio. Il Ministero del Lavoro e il Ministero dell’Economia ci hanno riservato un’attenzione particolare e dimostrato fiducia nel gruppo dirigente dell’Istituto.

La Macelloni non ha lesinato una frecciata ai giornalisti pensionati sul contributo di solidarietà approvato dai ministeri “tra le polemiche” e “ridefinito correttamente contributo di equità”: “è un piccolo sacrificio che però restituisce a tutta la categoria il senso di una solidarietà tra generazioni indispensabile in un momento difficile come questo”.

Di diverso avviso molti rappresentanti dei giornalisti pensionati italiani, in testa il presidente dell’Unione Nazionale Pensionati d’Italia Franco Abruzzo, che hanno definito il decreto “vessatorio, illegittimo e illegale” ed ora si apprestano ad impugnarlo.

I vertici dell’Istituto festeggiano, ma c’è poco da festeggiare da parte di chi ha 30-40-50 anni – scrive Franco Abruzzo nella sua ormai istituzionale newsletter. “L’assegno si allontana, mentre la situazione finanziaria dell’ente resta fortemente critica tra aumento del numero dei pensionati e calo dei redattori che versano i contributi”.

L’Unpit – secondo cui l’unica salvezza per l’INPGI sarebbe la sua confluenza nell’INPS – ha immediatamente chiesto copia del decreto interministeriale all’Inpgi e al Ministero del Lavoro per impugnarlo davanti al Tar Lazio.

Appena i giornalisti pensionati avranno in mano i cedolini con la prima trattenuta – minaccia l’Unpit – partiranno i ricorsi di fronte ai Tribunali.

Probabilmente tanti di quei ricorsi – magari presentati per salvaguardare poche centinaia di euro a fronte di assegni molto corposi – saranno attivati da giornalisti pensionati bravissimi che – a causa della loro prorompente bravura – continuano a lavorare e a collaborare con le testate di cui sono stati dipendenti nel corso della loro vita lavorativa.

Bravissimi. Evidentemente insostituibili. Ma ignari del fatto che probabilmente la loro ingombrante e costosa presenza nel mondo del lavoro impedisce a tanti giornalisti più giovani (sicuramente meno bravi) di lavorare e di poter soltanto immaginare, un giorno sempre più lontano, di avere una pensione. Ignari del fatto che la loro imperterrita presenza da pensionati nel mercato del lavoro è una delle cause della paralisi occupazionale del giornalismo italiano e della crisi dell’INPGI.

Perché equità e solidarietà sono concetti belli da pronunciare in un salotto televisivo o da scrivere in un articolo di giornale, ma sono più difficili da mettere in pratica quando si tratta di fare qualche rinuncia.

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