Report Caritas: per tanti giovani sardi metter su famiglia è un miraggio

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Sono oltre mille i giovani neet sardi che nel 2015 si sono rivolti alla Caritas diocesana: non studiano pù, non lavorano e non sono impegnati in alcun percorso formativo. Insomma hanno smesso di sentirsi una risorsa per la nostra società

Sono 107.400 le famiglie che in Sardegna vivono al di sotto della soglia di povertà relativa. E’ questo il dato più rilevante emerso dal report Caritas su povertà ed esclusione sociale basati sull’osservazione dei dati relativi ai 50 Centri d’ascolto Caritas della Sardegna. Lo studio – presentato a Cagliari nella sede della Regione Sardegna – fotografa le molteplici facce della povertà nella nostra regione dove ai poveri “cronici”, con lunghe e radicate carriere di povertà alle spalle, si sono affiancati oggi i poveri “inattesi”: sigle separati, pensionati, lavoratori precari espulsi dal mercato del lavoro, lavoratori in cassa integrazione  o in mobilità, impiegati del ceto medio, commercianti e imprenditori.

Un fenomeno in crescita – spiega il curatore del report Caritas Raffaele Callia, direttore della Caritas di Iglesias e responsabile del Servizio Studi e Ricerche della Caritas regionale -: se nel 2015 7800 persone avevano chiesto aiuto ai centri d’ascolto della Caritas, questo numero è cresciuto considerevolmente e a fine 2016 raggiungerà quota 10mila. Tra queste persone, ed è questo è il dato più preoccupante di questo report Caritas, ci sono tanti giovani tra i 15 e i 34 anni, quelli che vengono chiamati neet, che non vanno a scuola, non hanno un lavoro né stanno seguendo un percorso professionale. Sono i ragazzi ai quali questa società sta rubando un il futuro.

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La presentazione del Report Caritas nella sede della Regione a Cagliari: ultimo a destra il dottor Raffaele Callia, responsabile del Servizio Studi e Ricerche Caritas che ha presentato il rapporto

Dottor Callia, che faccia ha la povertà in Sardegna?

Oltre al dato quantitativo che ovviamente balza agli occhi è importante rilevare il profilo di chi chiede aiuto ai nostri centri d’ascolto: ormai chiede aiuto alla Caritas una porzione praticamente uguale di uomini e donne, mentre in passato erano soprattutto donne. Sono per lo più giovani nella classe di età di quarant’anni (l’età media è di 47 anni). Si tratta di giovani uomini e donne che hanno perso il lavoro o non lo trovano, che vivono in contesto familiare e quindi sono portatori di un disagio più ampio che non è solo quello personale. Persone che fanno richiesta di beni o servizi materiali e di sussidi economici. Questi, in estrema sintesi, sono i dati di uno scenario complesso che ovviamente ha molte sfaccettature.

Cosa è cambiato rispetto ai precedenti report Caritas?

La novità di quest’anno è che abbiamo voluto fare anche un’indagine qualitativa oltre a fornire delle statistiche sui cosiddetti neet, cioè sui giovani che non studiano, non si formano e non lavorano. Dalle interviste emerge un disagio molto complesso che riguarda la capacità dei giovani di stare in comunità ed essere una risorsa per la società. Dalle loro storie emerge un tratto comune: percorsi di studio molto frammentari e tortuosi interrotti bruscamente, non adeguati alla complessità di una società che oggi chiede degli standard molto elevati di preparazione e competenza cognitiva. Fanno esperienze lavorative frammentarie, precarie e sottopagate: una persona che oggi lavora in un call center domani potrebbe fare il babysitter o un’altra professione estremamente diversa. Questo li induce ad avere una visione estremamente fluida della vita e a non poter neppure progettare di costruirsi una famiglia o mettere al mondo dei figli. Eppure il profondo desiderio di metter su famiglia emerge come dato costante in tutte le interviste.

E’ un segnale importante…

E’ sicuramente un appello importante: chi detiene le leve delle responsabilità deve farsi carico di questo questo disagio un po’ sottotraccia, che non è magari rilevantissimo dal punto di vista statistico, ma merita un’adeguata attenzione perché come abbiamo già detto anni fa in diversi rapporti è una bomba ad orologeria che bisogna monitorare e tenere adeguatamente sotto controllo.

In questa situazione incide la dispersione scolastica per cui la Sardegna “eccelle” da tanti anni?

Assolutamente sì. D’altra parte è anche una delle preoccupazioni dell’attore istituzionale nel far fronte a questo dramma. La dispersione scolastica ha molto a che fare con i neet.

Nel report Caritas quantificate oltre centomila famiglie in condizioni disagiate in Sardegna…

Questa statistica si ottiene valorizzando il dato Istat sulla povertà relativa: il 14,9% delle famiglie sarde vive in condizioni di povertà relativa. Comparando questo dato con il numero delle famiglie residenti in Sardegna si ottiene una cifra pari 107mila famiglie.

Cosa significa esattamente povertà relativa?

Significa non riuscire ad accedere ad una soglia di spesa media italiana. Al contrario della povertà assoluta che invece riguarda un paniere di beni fondamentali come il pane, il latte e altre cose essenziali. Non bisogna comunque essere ossessionati dal criterio di quantificare la povertà perché si rischia di rimanere un po’ schiavi di una logica aziendalistica. La Caritas non fa questo di professione: la missione della Caritas è la missione della Chiesa, che ha il compito di incontrare i poveri prima di studiare la povertà e di interrogarsi anche sulle sue cause. Attraverso questi studi noi vorremmo offrire un contributo che si aggiunge agli altri contributi presenti sul tema del disagio sociale.

Oggi la povertà riguarda anche fasce di persone che prima erano insospettabili…

La povertà è un fenomeno trasversale. Se partiamo dall’assunto che ognuno di noi può vivere una forma di vulnerabilità o disagio, che non è necessariamente di natura economica ma può essere anche di natura morale, credo che possiamo dire con Papa Francesco che siamo tutti poveri.

Fino a qualche anno fa le donne erano l’elemento della famiglia che solitamente chiedeva aiuto. Oggi cosa è cambiato?

Sino al 2013 erano per lo più le donne a chiedere aiuto per sè e per il nucleo familiare di origine. Dal 2013 la componente maschile è pari a quella femminile.

Perché?

Sostanzialmente per due ragioni. La prima è la fuoriuscita sempre più consistente di uomini dal mercato del lavoro che ha creato una condizione di vulnerabilità importante da parte di chi era abituato ad avere un lavoro e uno stipendio tutti mesi. L’altra è una accresciuta quota di persone di sesso maschile che sta vivendo una separazione o divorzio con ripercussioni importanti, non solo dal punto di vista psicologico e morale, ma anche economico. Questo ha indotto anche gli uomini a farsi avanti nel chiedere aiuto non delegando come avveniva in passato alle donne il compito di farsi portavoce di un disagio non solo personale, ma anche familiare.

Oggi la povertà anche la faccia dei tanti migranti che vediamo sempre più spesso per la strada a chiedere aiuto …

Quello dei migranti era un dato che di fatto già esisteva prima dell’emergenza profughi, ma che ora si è intensificato in termini quantitativi. Tutti i nostri servizi, non solo i centri di ascolto, hanno dovuto fronteggiare questo fenomeno inedito per la sua portata. Accanto alle persone straniere che tradizionalmente erano abituate a chiedere aiuto alla Caritas oggi si affacciano persone che pongono una serie di nuovi interrogativi anche dal punto di vista semplicemente legale e dell’integrazione. La grande sfida è quella di creare una cultura che sia capace di includere e accogliere senza respingere. E’ un tema complesso come è complesso il clima che stiamo vivendo, ma io credo che se Caritas è amore, questo è il significato originario, si possa trovare una risposta anche per queste nuove emergenze.

Eppure vedere quotidianamente queste persone per la strada significa che qualcosa non sta funzionando nel sistema dell’accoglienza e dell’integrazione…

Questo riguarda un po’ tutto lo scenario del Mediterraneo, quello italiano in particolare. Devo comunque dire che i numeri della Sardegna, se paragonati ad altri contesti regionali, sono anche meno consistenti. Chi vivrà vedrà.

Tra le vostre richieste c’è quella dell’Osservatorio regionale per la povertà che probabilmente sarà esaudita entro quest’anno: ritenete che le istituzioni, Regione Sardegna e Comune di Cagliari in primo luogo, stiano facendo abbastanza per arginare il fenomeno della povertà in Sardegna?

Bisogna distinguere tra un livello regionale, che ha determinate competenze, ed un livello locale che più si interfaccia alla Caritas diocesana. Devo dire che insieme si fa un lavoro prezioso laddove c’è una collaborazione stretta per i bisogni ordinari delle famiglie che hanno necessità di aiuto. Si condividono stili di aiuto, percorsi di aiuto, si condividono anche le informazioni relative alle persone che vuol dire poter ottimizzare le risorse per non disperdere quel poco che si ha. Dobbiamo provare a dare una risposta integrata ai bisogni della persona, che ovviamente deve essere considerata nella sua integrità e non solo per la sua sfera economica

Come viene trattata la povertà assoluta, quella dei senza dimora che veramente non hanno nulla?

Viene affrontata quotidianamente. Penso ai tanti servizi di bassa soglia, alle mense, ai dormitori. E’ incoraggiante il fatto che queste persone rappresentino una quota molto marginale rispetto alle persone che aiutiamo. Ma il fatto che sia una quota meno significativa dal punto di vista statistico non significa che sia meno significativa da un punto di vista umano. Ovviamente c’è lo sforzo di dare delle risposte anche a queste persone che sono tra le più fragili perché hanno rotto i legami relazionali e non hanno più neppure il punto di riferimento della famiglia che fortunatamente ancora oggi, nonostante tutto, consente di avere degli ancoraggi sicuri.

In definitiva la famiglia è sempre l’ultimo baluardo contro il disagio sociale…

Fortunatamente è un’istituzione che regge. Possiamo anche discutere sulla sua composizione, ma è una realtà che regge.

 

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