Renzi, una vittoria carica di responsabilità

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Nei commenti del dopo-voto di domenica nel Partito democratico e tra gli osservatori politici sembrava regnasse l’incredulità. Nessuno, neppure chi le aveva organizzate, si aspettava che in questi tempi di antipolitica due milioni e mezzo di italiani andassero a votare sborsando addirittura due euro per quel grande esercizio di democrazia popolare che sono le primarie. Ma ragionando a freddo e considerando quel che è successo nelle ore immediatamente successive nella maggior parte delle città italiane, l’entusiasmo è probabilmente un po’ scemato. Due milioni e mezzo di persone (circa il quintuplo degli iscritti al Pd) hanno creduto alla proposta di Matteo Renzi che, sicuramente in modi più ammiccanti e rassicuranti, dice più o meno quello che Beppe Grillo va urlando da qualche anno in giro per le piazze italiane: meno costi della politica e più lavoro, riforma drastica del Parlamento. E soprattutto rottamazione della vecchia politica clientelare e largo ai giovani. Ma tante, tantissime persone perbene – non soltanto facinorosi estremisti – nelle stesse ore sono scese in piazza in tante città italiane per manifestare la loro rabbia contro una politica che negli ultimi tempi ha dimostrato di pensare a tutto meno che agli interessi della gente.

La vittoria annunciata di Renzi

Matteo RenziLa vittoria di Matteo Renzi alle primarie del Pd era scritta da tempo. Renzi ha vinto perché la sua faccia pulita e la sua capacità di parlare chiaro piacciono ai moderati di sinistra e non dispiacciono neanche a quelli di destra. Non solo perché è un buon comunicatore, ma anche perché dice cose spesso condivisibili. Ha vinto perché gli italiani avevano bisogno di credere in una faccia pulita che incarnasse il possibile cambiamento. Come se il cambiamento non dovesse iniziare dalle singole scelte e dai singoli comportamenti di ciascuno di noi. Renzi, comunque, non ha vinto domenica scorsa. La sua marcia trionfale è iniziata un anno fa, quando è uscito sconfitto dalle primarie con Pierluigi Bersani. Quando ha accettato serenamente la vittoria di un vecchio modo di fare politica, non ha fatto polemiche e si è messo da una parte a contemplare il Pd che con scarsa saggezza ha scelto la strada delle grandi intese e dei grandi inciuci, prima con Monti e poi con Letta. La sua figura incombente ha segnato in pochissimo tempo la scomparsa politica di Bersani, fino a che, domenica, sconfiggendo Cuperlo e le sue cravatte Renzi ha dato una spazzolata plebiscitaria alla vecchia nomenclatura del partito (anche se D’Alema ha già annunciato che gli darà battaglia). Bisogna capire se riuscirà ad essere conseguente ai suoi proclami. Tante persone, votando Renzi, hanno scelto di credere ancora una volta, forse l’ultima, nella politica. Hanno scelto di stare al fianco delle istituzioni e di non scendere ancora in piazza contro il palazzo. Ma a patto di un vero cambiamento: non solo del Pd, ma di un intero sistema politico, economico e sindacale che – come ha annunciato lo stesso Renzi – deve essere radicalmente rivoluzionato. Per questo le responsabilità in capo al nuovo segretario del Partito democratico, che volenti o nolenti, con le sue scelte ha in mano le sorti dell’Italia, sono enormi. Gigantesche. L’inizio, con una segreteria di giovani formata in maggioranza da donne e pronta a tempo di record, è bene augurante. Ma è il palazzo della politica che deve essere ristrutturato molto velocemente, senza inciuci e con molta chiarezza. Premiando i meriti e non le amicizie. Lottando la corruzione e il malaffare e avvicinandosi ai bisogni della gente (cosa che teoricamente un amministratore locale come Renzi dovrebbe avere ben chiara). Ce la farà Renzi? Non c’è molto tempo. Anche perché fuori, come dimostrano le manifestazioni in tutta Italia, il clima è molto caldo e la gente ha già imbracciato i forconi.

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