Privacy: esiste ancora ai tempi della Rete?

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Una tastiera incatenata: in Rete si può ancora parlare di diritto alla privacy?

C’è il Comandante della Squadra Mobile di Cagliari rimosso e trasferito per un like ad un post su Facebook sui fatti del G8 di Genova. La lavoratrice licenziata in tronco dopo aver scritto che il suo lavoro era noioso. O il ragazzo con la passione degli sport pericolosi che dopo aver postato le foto delle sue acrobazie non ha più trovato un’assicurazione che stipulasse con lui una polizza infortuni. I social network, dove postiamo compulsivamente dati, fotografie ed opinioni personali senza minimamente pensare alla nostra privacy, possono in ogni momento ritorcersi contro di noi pregiudicandoci opportunità di lavoro, affetti e amicizie. Quello che postiamo o condividiamo sui social ci qualifica agli occhi dei nostri amici virtuali e dei nostri followers facendoci apparire come persone ragionevoli e aperte oppure come omofobi e razzisti. Suscitando, a seconda dei casi, ammirazione oppure dileggio.

Ma nella cosiddetta società dell’informazione c’è ancora spazio per la tutela della riservatezza?

De La Privacy ai Tempi della Rete si è parlato nei giorni scorsi a Cagliari, nell’Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza, nell’ultimo dei tre interessanti incontri organizzati dall’Università di Cagliari e dall’Elsa (The European Law Students Association) sui cosiddetti computer crimes (il primo ha riguardato Deep Web, DarkNet e DarkWeb il secondo l’Odio Online, il cosiddetto Hate Speech).

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I docenti di Filosofia del diritto e Informatica giuridica Persio Tincani e Gianmarco Gometz durante il convegno organizzato dall’Università di Cagliari e dall’Elsa

Il concetto di privacy, cioè il diritto alla riservatezza della propria vita privata (il diritto ad essere lasciati in pace, per intenderci) è stato formulato per la prima volta nell’ambito del diritto statunitense alla fine dell’Ottocento sulla base delle opere di un filosofo, Ralph Waldo Emerson, che indicava la solitudine come la fonte estrema della libertà (cioè il diritto di escludere gli altri dal proprio recinto).

In Italia se n’è iniziato a parlare negli anni Trenta e i primi casi di tutela della privacy hanno riguardato l’immagine del tenore Enrico Caruso, che gli eredi assumevano fosse stata lesa da alcuni film biografici, e quella di Claretta Petacci, la celebre amante di Benito Mussolini.

Ma se la privacy indica il diritto di decidere quali elementi della nostra vita privata vogliamo far conoscere al pubblico, la Rete, con un sempre maggior numero di dati personali pubblicati intenzionalmente, ha modificato profondamente e definitivamente questo concetto. Oggi i nostri dati e spesso anche quelli dei nostri familiari (anche dei minorenni), opportunamente indicizzati dai crawler di Google, rimangono nei nostri profili anche dopo la nostra morte. Insomma se prima di internet la fama immortale di un individuo era legata alla scrittura di un’opera destinata ai posteri, oggi è molto più semplice: basta avere un semplice profilo facebook.

Oggi i dati inseriti su internet sono forse l’unica cosa davvero a tempo indeterminato”, ha spiegato Gianmarco Gometz, docente di Filosofia del Diritto e Informatica giuridica presso l’Università degli Studi di Cagliari. “Il fatto che tutti sappiano tutto di tutti è uno scenario inquietante – ha aggiunto -. Anche perché gli strumenti di controllo e modifica dei dati che immessi in Rete sono quasi inesistenti. Sia per ragioni tecniche, che per ragioni etico-politiche”.

La possibilità di far rimuovere i propri dati personali dalle ricerche su Google è infatti ancora molto difficile nonostante nel maggio 2014 la famosa sentenza Google Spain abbia riconosciuto una sorta di diritto all’oblio degli utenti.

Il colosso di Mountain View è infatti stato condannato dalla Corte di Giustizia Europea a rimuovere i link a due pagine del giornale La Vanguardia che riguardavano i dati di un cittadino spagnolo al quale era stata pignorata l’abitazione perché non aveva pagato i contributi previdenziali.

Ma se la sentenza Google Spain riconosce agli utenti del server un diritto all’oblio, attribuendo al gestore di un motore di ricerca anche la responsabilità del trattamento dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi, la rimozione di quei dati è ancora molto ardua.

Privacy e sorveglianza

Mai come ora – è emerso durante l’incontro all’Università cagliaritana – i cittadini sono stati sottoposti ad una sorveglianza così asfissiante. Tutti sappiamo che ogni dato che passa attraverso i nostri pc, i nostri smartphone e i nostri tablet è potenzialmente controllabile dalle autorità. D’altronde tutti utilizziamo spontaneamente sistemi di acquisto nei quali inseriamo con nonchalance i nostri codici bancari oppure adoperiamo app che – permettendoci di conoscere in tempo reale il traffico, gli autovelox presenti nel nostro tragitto o i parcheggi disponibili nel multipiano – ci rendono localizzabili e identificabili ovunque nel mondo.

Le tecnologie, che in una ventina d’anni hanno completamente modificato le nostre abitudini, limitano enormemente la nostra libertà d’azione e la nostra riservatezza. Ma noi ci rinunciamo ormai quasi senza pensarci: siamo disposti tranquillamente a pagare i benefici garantiti dalla tecnologia con la perdita totale della nostra privacy e della stessa nostra libertà. E’, in pratica, l’accettazione di quello che il giurista Guido Calabresi – con una efficace metafora – definisce Il dono dello spirito maligno.

Ma che problemi comporta la sorveglianza sulle persone?

Persio Tincani, docente di Filosofia del Diritto e Informatica giuridica presso l’Università degli Studi di Bergamo, ha ricordato un esperimento svolto nel 1975 dagli psicologi della Stanford University Philip Zimbardo e Gregory White che ha stabilito che la minaccia di essere sottoposti ad una sorveglianza da parte delle autorità governative inibisce nelle persone la libertà di esprimersi.

Eppure, a quarant’anni di distanza i risultati di questa ricerca non sono più tanto validi.

Oggi – ha spiegato Tincani –  ci si muove dando ormai per scontato di essere sorvegliati come in un Grande Fratello e si prendono semplicemente le contromisure, con una sorta di effetto C.S.I. Anche perchè, ha spiegato il filosofo del diritto, senza la tecnologia, senza la mail o senza una connessione ad internet oggi nessuno di noi potrebbe svolgere il proprio lavoro e condurre la propria vita quotidiana.

L’uscita assoluta al sistema tecnologico dal quale siamo ormai inscindibilmente connessi comporterebbe infatti l’impossibilità di utilizzare i servizi che lo Stato ci mette a disposizione, in primis quello sanitario. Non solo: comporterebbe una limitazione enorme della possibilità di movimento, quasi l’isolamento totale, se si pensa alle ampie zone dei nostri centri abitati ormai sottoposte a videosorveglianza.

In poche parole la disconnessione totale dal sistema tecnologico comporterebbe il ritorno alla solitudine, al recinto che – nella visione del filosofo americano Emerson – ha connotato il primo concetto di privacy alla fine dell’Ottocento.

Oggi giustifichiamo con noi stessi questa rinuncia alla nostra privacy e alla nostra libertà convincendoci del fatto di non aver nulla da nascondere o, in ogni caso, di non essere così importanti perché la gente si occupi di noi. In questo modo – ha spiegato Tincani – continuiamo ad alimentare questo sistema che, quanto meno, rende necessaria una radicale rimodulazione dello stesso concetto di privacy. La verità è che, parafrasando Guido Calabresi, abbiamo ormai rinunciato alla nostra libertà accettando di buon grado il “dono dello spirito maligno”.

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