Prezzo del latte: in Sardegna poche alternative valide al Pecorino Romano

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Pecore al pascolo vicino a Cagliari

Il mondo agricolo sardo si appresta ancora una volta a scendere in piazza. Coldiretti, l’associazione di categoria più rappresentativa del mondo delle campagne isolane, ha annunciato una grande manifestazione che si terrà a Cagliari il prossimo primo febbraio in cui saranno portate ancora una volta davanti ai palazzi delle istituzioni sarde le tradizionali vertenze irrisolte del comparto. La scintilla del malcontento è stato ancora una volta il prezzo del latte ovino, praticamente dimezzato in un anno: dal 2015 il prezzo pagato agli allevatori per un litro di latte ovino è passato da un euro a soli 55 centesimi. La manifestazione di piazza promossa dalla Coldiretti si propone di portare ancora una volta all’attenzione della politica regionale il disagio delle campagne sarde. E soprattutto il disagio di un settore, l’ovicaprino, che conta in Sardegna circa 13 mila aziende con 40mila addetti e produce circa 300 milioni di litri di latte e 30mila chili di carne. Dove la storica contrapposizione tra gli allevatori e i trasformatori del latte è stata accentuata dalla crisi del mercato caseario dovuta allo stop delle vendite del Pecorino Romano che ha portato alla caduta in picchiata del prezzo del formaggio. Ma cosa sta succedendo nel mondo della campagna sarda? E cosa possono fare le istituzioni locali? Ne abbiamo parlato con Tiziano Medda, imprenditore agricolo che nell sua azienda di Decimoputzu, in provincia di Cagliari, ha sempre svolto contemporaneamente il ruolo di allevatore e di trasformatore.

Tiziano, il sistema dell’allevamento ovicaprino, uno dei settori più importanti e strategici per la nostra economia, è sull’orlo del crac. Cosa sta succedendo?

Succede che non si riesce a vendere il prodotto finale (soprattutto il Pecorino Romano) ad un prezzo tale da permettere una maggiore remunerazione ai produttori di latte ovino, vuoi per la crisi esistente vuoi per la scarsa diversificazione dell’offerta da parte dei produttori di formaggi.

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Pecorino Romano

E’ possibile che un settore strategico come questo sia legato quasi esclusivamente alle sorti di un solo prodotto, il Pecorino Romano, che oggi resta nei magazzini?

Purtroppo è così. Anche se qualche passo avanti penso si stia facendo. Ad esempio i vari DOP che si stanno portando avanti sempre di più. Aggiungo che però trovare strade quantitativamente alternative al peso rappresentato dal Pecorino romano non è semplice.

La tua azienda produce e trasforma latte vaccino: il tuo è un comparto che in Sardegna ha dei numeri più limitati, con poche aziende leader come la 3A di Arborea. Puoi spiegarci come funziona questo settore?

Anche questo settore è legato alla regola della domanda e dell’offerta. Rispetto al latte ovino destinato a produrre solo formaggi, nel vaccino esiste un più ampio spettro d’azione con il latte alimentare piuttosto che con la produzione delle paste filate. E’ un settore ormai globalizzato, influenzato da molteplici aspetti politico-economici in tutto il mondo.

Gli allevatori non hanno più l’obbligo di produrre solo entro certe quote perché le quote latte sono state abolite. Che difficoltà vi ha creato in passato avere questo limite?

Precisiamo che le quote latte riguardavano solo i produttori di latte vaccino. Per gli allevatori che avevano bisogno di produrre maggiormente per rientrare nei costi le quote latte sono state un problema non da poco. Si è creato un mercato delle quote e molte aziende, compresa la mia, hanno dovuto accendere dei mutui per poter acquisire il “diritto” a produrre. Fortunatamente ora questo non esiste più, ma rimane la preoccupazione che un surplus di produzione possa abbassare il prezzo del latte.

L’Europa ha spesso favorito l’assistenzialismo dando in un certo periodo addirittura dei contributi per spingere i contadini e gli allevatori ad abbandonare le campagne. Non è un controsenso? Non bisognerebbe incentivare la produzione e lo sviluppo?

Certo, è un controsenso. Le varie politiche agricole comunitarie hanno lasciato molti dubbi negli operatori del settore. Chissà che interessi ci sono dietro queste scelte, forse quelli dei latifondisti europei?

 Come si esce dall’assistenzialismo?

Capisco che per molti possa essere incomprensibile, ma mi sono fatto l’idea che il mondo agricolo per poter produrre gli alimenti necessari al sostentamento delle persone a prezzi accessibili a tutti abbia bisogno di un certo livello di assistenza. Mi risulta che ciò avvenga in tutti i paesi industrializzati del mondo.

 A quanto sono serviti i soldi stanziati dalla Regione per il cosiddetto “benessere animale”? In cosa consiste questa misura?

Gli allevatori ovini sono stati incentivati a seguire un protocollo d’allevamento che garantisse spazi più confortevoli e di conseguenza più confort agli animali in linea a delle precise direttive europee. Sono pratiche che la maggior parte degli allevatori già facevano, quindi alla fine si è trattato di un sostegno al reddito indiretto.

Quanto hanno inciso in questa crisi la “blue tongue” e le altre epidemie sui capi ovini e bovini che negli anni scorsi hanno penalizzato gli allevatori sardi?

Non vedo correlazioni con l’attuale crisi. Diciamo che gli allevatori sono stati colpiti anche da questa sventura.

Uno dei grandi mali della imprenditoria sarda è l’individualismo: l’incapacità di cooperare e fare rete è frequente anche nel mondo delle campagne?

L’individualismo regna sovrano anche nel settore agricolo. Anche se negli ultimi anni sono stati fatti molti passi avanti anche grazie agli incentivi che il legislatore propone in continuazione. Bisogna aspettare per capire se l’inversione di tendenza può diventare un fatto culturale acquisito.

In Regione attualmente non c’è neppure l’assessore all’Agricoltura. Cosa secondo te non hanno fatto le istituzioni per aiutare questo settore strategico?

Penso che le istituzioni locali possano incidere ben poco per aiutare questo settore strategico. L’impressione è che ormai abbiamo perso sovranità e qualsiasi decisione di una certa importanza debba essere condivisa con la comunità europea.

E cosa ritieni potrebbero fare? Esiste una legge, la 15 del 2010, che prevede una serie di misure  per aiutare il settore agricolo, ma come capita spesso le leggi in Sardegna non sono applicate…

A mio avviso esistono già gli strumenti per supportare un azienda agricola che vuole investire (ad esempio il Programma di Sviluppo Rurale). Il problema maggiore è l’accesso al credito, anche questo ormai influenzato da rigide normative europee (cito ad esempio Basilea 2, Basilea 3 ecc.). Anche qui vedo un problema di sovranità monetaria che ormai abbiamo  demandato a Bruxelles e che ci impedisce di fare politiche aggressive in campo economico.

I giovani, a volte per vocazione altre volte per mancanza di alternative, stanno ritornando a coltivare le campagne. In Sardegna il mondo della campagna è al passo coni tempi o servirebbe una modernizzazione, una sorta di agricoltura 2.0?

Più che un agricoltura 2.0 per aiutare i giovani che vogliono inserirsi in questo settore servirebbe semplicemente creare le condizioni che ho citato in precedenza.

Consiglieresti ad un giovane di fare questo lavoro che, per quanto duro, può dare tante soddisfazioni?

Visto quello che c’è in giro perché no? A patto di spiegar bene ai ragazzi che nessuno ti regala niente e non è tutto oro quel che luccica.

Abbiamo dato per scontato che la coltivazione dei campi e l’allevamento sono voci strategiche per l’economia sarda: da operatore del settore pensi che sia davvero ancora così?

Insieme al turismo l’agricoltura è e continuerà ad essere l’unico settore assolutamente strategico per la Sardegna.

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