Precariato: lettera dei freelance a Renzi

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Giornali e giornalisti

Erogare contributi e agevolazioni pubbliche solo agli editori che dimostrano di pagare equamente e con regolarità i giornalisti. Superare i contratti atipici così cari al mondo dell’informazione (come le famigerate collaborazioni coordinate e continuative, di fatto due o tre pezzi scritti ogni giorno per la stessa testata che di fatto nascondono un lavoro subordinato ben camuffato). Superare la precarietà e il lavoro nero, tracciando anche gli articoli che compaiono nelle testate online registrate in Tribunale, per combattere gli abusi e dare spazio al lavoro equamente retribuito. Sono queste le richieste fondamentali che i freelance italiani hanno rivolto in una lettera aperta al presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi, dopo le esternazioni nella conferenza di fine anno in cui, rispondendo ad una sollecitazione del presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino, il capo del Governo ha sostanzialmente negato che nelle testate italiane ci sia uno sfruttamento del lavoro giornalistico ai limiti della schiavitù.

Il 62,6% dei giornalisti è freelance = precario

ordine giornalisti freelanceLiquidando con molta superficialità il problema dei giornalisti precari sottopagati esposto dal presidente Iacopino, Renzi ha dimostrato di non conoscere la realtà dei freelance italiani che attualmente rappresentano – si legge nella lettera aperta che ha per primo firmatario il coordinatore della Commissione nazionale Lavoro Autonomo (Clan) della Fnsi Maurizio Bekarben il 62,6% dei giornalisti attivi in Italia. Un numero in netta crescita, purtroppo, vista la crisi che sta investendo il settore.

Tali giornalisti, a cui spesso e volentieri vengono affidati servizi di basilare importanza, hanno nella migliore delle ipotesi redditi medi di circa 11mila euro lordi all’anno. Nella metà dei casi il reddito medio si dimezza addirittura, arrivando a circa 5mila euro lordi all’anno. Ovviamente senza il pagamento delle spese necessarie per la redazione degli articoli (in primo luogo quelle telefoniche).

In pratica, qualora la sua testata rispetti la legge, un giornalista freelance prende attualmente in media circa 20 euro lordi ad articolo sulle testate cartacee e circa 5-6 euro lordi per un lancio d’agenzia o di un articolo su web. Questo se la testata per cui scrive rispetta le norme d’attuazione della legge 233/2012 sull’equo compenso giornalistico, una legge che come tante leggi italiane resta però inattuata (ora la norma è all’attenzione del Consiglio di Stato dopo la bocciatura da parte del TAR del Lazio): molto spesso dunque le retribuzioni dei freelance italiani sono molto inferiori.

Nella replica al presidente Iacopino, Matteo Renzi ha dimostrato di non conoscere questa realtà ormai ventennale dell’informazione italiana dove – si legge nella lettera firmata da un numero sempre maggiore di giornalisti autonomi – un numero enorme di giornalisti precari lavora con una netta disparità di diritti, tutele e forza di contrattazione rispetto ai più fortunati colleghi dipendenti. Una realtà tristemente nota agli addetti ai lavori che l’opinione pubblica italiana purtroppo non conosce e che spesso anche i giornalisti che hanno la fortuna di avere contratto a tempo indeterminato fanno incoscientemente finta di non vedere.

Queste sono condizioni di oggettiva debolezza, di ricatto occupazionale e sfruttamento del lavoro, che ledono la libertà e la qualità dell’informazione – si legge nella lettera dei freelance al premier -. Dovere deontologico dei giornalisti è di informare correttamente, senza subire condizionamenti. Ma per farlo serve anche non essere costantemente oggetto di ricatti economici ed occupazionali. Che è ciò che accade a gran parte degli autonomi che contribuiscono significativamente, da collaboratori esterni – senza tutele, sicurezze e quasi sempre senza retribuzioni adeguate – al sistema informazione di questo Paese. E non stiamo pensando solo alle grandi testate, ma anche a quelle minori, alle realtà periferiche, a quelle a rischio come nelle terre di mafia, dove l’informazione riguarda la vita quotidiana dei cittadini. Tutti questi sono problemi che riguardano anche il Governo e i suoi poteri d’intervento”.

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