Basta parlare di populismo: l’Italia ha solo una gran voglia di cambiamento

Nessun populismo: con il voto del 4 marzo gli italiani hanno espresso il loro malcontento e una profonda istanza di cambiamento

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Elezioni 2018 (foto tratta dal web)

Basta parlare di populismo. Parliamo piuttosto di cambiamento. È questa la richiesta che gli italiani hanno fatto alle istituzioni e alla politica con il voto di domenica 4 marzo: cambiare musica e parole. Votando in larga maggioranza il Movimento Cinque Stelle e la Lega la classe media italiana, quella che lavora e produce (o almeno tenta di farlo), quella che non vive solo di politica e sterile militanza, ha espresso con chiarezza la sua protesta e il suo malcontento. Ha detto no ad una globalizzazione dell’economia che ammazza le piccole imprese e premia le grandi multinazionali, a un’Europa che non valorizza i popoli ma li annienta con il peso delle sue regole ingiuste e illiberali. Ha detto no ad una gestione ipocrita dell’emergenza umanitaria rappresentata dai migranti, trattati sempre più come un business su cui lucrare anche da chi dice di volerli integrare. Ha detto no alla corruzione, al clientelismo che stanno ormai dilagando nella nostra società, uccidendo il merito e le competenze nei posti di lavoro.

Era già successo nel dicembre 2016 con la sonora bocciatura del referendum sulla riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi, delle cui incongruenze gli italiani si erano accorti con molta attenzione. È successo già in Gran Bretagna con la Brexit, negli Stati Uniti con la vittoria di Donald Trump e la sconfitta della pseudo progressista Clinton. La vittoria della working class sulla borghesia intellettuale dei salottini radical chic d’oltreoceano.

Ed era chiarissimo che anche in Italia chi ha a cuore il proprio lavoro avrebbe bacchettato  una sinistra che, contrariamente a quanto vorrebbe la sua storia, negli ultimi anni ha martoriato in tutti i modi i diritti dei lavoratori e ha impoverito le famiglie, cardine essenziale della nostra società, annientandone la capacità di consumare e far girare l’economia.

Il presunto pericolo del populismo

Ora, anche nell’analisi del voto italico soprattutto in chiave europea, si sente sempre più spesso parlare di populismo e scelte populiste. Come se fosse un male il fatto che un popolo sovrano (fino a prova contraria e fino a quando gli sarà permesso) prenda delle decisioni e scelga alle urne il suo destino.

elezioni populismo
Elezioni 2018 (foto tratta dal web)

Spesso chi parla con disinvoltura di populismo assomiglia a chi, in un triste e oscuro passato prossimo, aveva definito il popolo “bue”. Ed è triste constatarlo da chi magari si professa, ma solo a parole, di idee diametralmente opposte.

E’ una cosa pericolosa. Come è sempre pericoloso ragionare per schemi ed etichette, dimenticando che dietro un’etichetta o un’idea preconfezionata spesso e volentieri si nasconde qualcosa di radicalmente opposto.

Bisogna pertanto fare molta attenzione e distinguere il populismo dalla semplice voglia di cambiare una situazione di degrado.

Chissà perché, poi, chi parla di populismo è solitamente persona avvezza a maneggiare il potere. Non si sono mai sentiti un operaio o un artigiano paventare il terribile pericolo del populismo. Piuttosto, del populismo ha molta paura chi il potere teme di perderlo.

Perciò proviamo a guardare la realtà dei fatti, senza pregiudizi e lenti colorate.

In questi anni abbiamo avuto, a tutti i livelli, da quello nazionale e quelli territoriali, una classe dirigente spesso inadeguata, inadatta a tenere le redini del Paese e a costruire un futuro per le nuove generazioni. Una classe dirigente spesso inetta e in mala fede, spesso e volentieri corrotta e corruttibile, che ha utilizzato le finanze pubbliche e il potere esclusivamente per costruire i propri privilegi e orticelli senza pensare al bene comune.

È chiaro che per una classe dirigente simile, che ha come unico scopo quello di prolungare la propria esistenza, qualunque istanza di cambiamento è vista come una forma di populismo.

Viceversa dal voto di domenica scorsa emergono una grande speranza e una grande forza da cui bisognerebbe ripartire. Quella di una classe media, formata da tante persone oneste ed indignate, che finalmente si è svegliata e ha detto basta ad un sistema ipocrita e sbagliato che continua a rubare ai poveri per dare ai ricchi e ai potenti.

L’auspicio è che questa istanza popolare (e non populista) sia la scintilla di un vero cambiamento e non sia strumentalizzata da ulteriori arrivisti assetati di potere. Che da questa situazione di incertezza scaturisca per l’Italia un governo che abbia un minimo di credibilità e stabilità.

Perché l’altra faccia della medaglia è certamente il rischio che, togliendo il potere ai soliti volponi che lo hanno gestito per tanto tempo non si riesca, nell’immediato, a trovare un assetto in grado di amministrare un sistema Paese profondamente ammalato. Nonostante, è bene riconoscerlo, esistano fortunatamente persone molto valide in tutte le formazioni politiche.

Bisogna dare per scontato che non si troveranno dall’oggi al domani medici bravi e competenti che possano curare adeguatamente l’Italia con la bacchetta magica. Qualsiasi cambiamento presuppone un rischio, la consapevolezza di un salto nel buio. E con il voto di domenica il popolo italiano ha dimostrato di voler rischiare. Rischiare per provare a migliorare le cose.

E’ ovviamente difficile che la ricetta alla carenza di lavoro e di sviluppo economico possa essere rappresentata dal reddito di cittadinanza voluto dai Pentastellati. O che la crisi epocale delle migrazioni dal continente sub sahariano, favorite dallo sfruttamento senza limiti delle ricchezze africane da parte delle multinazionali occidentali, venga tamponata dai veti e dalle drastiche soluzioni salviniane. I problemi, come si sa, sono complessi e vanno affrontati in maniera complessa.

Dopo questo step, per certi versi inevitabile vista la situazione drammatica, l’Italia avrà dunque bisogno di ricostituire una classe politica seria e competente che sia in grado di mettere mano ai problemi strutturali della nostra economia e della nostra società senza soluzioni raffazzonate da campagna elettorale. Il nostro Paese ha bisogno di amministratori onesti che sappiano creare davvero sviluppo e occupazione per tutti, con gli strumenti finanziari e fiscali che hanno a disposizione. Che sappiano creare davvero lavoro e opportunità. Non solo per i giovani di vent’anni, che magari più che di lavorare hanno bisogno di studiare, formarsi e progettare con cura il loro futuro, ma soprattutto per quelle generazioni di quaranta/cinquantenni che sono state estromesse dal mercato del lavoro. E non hanno più la possibilità di sostenere economicamente le loro famiglie e i loro figli. Si sono viste, parafrasando Papa Francesco, rubare la propria dignità.

Il lavoro è la grande emergenza di questo Paese. Tutti ne siamo consapevoli. L’assistenzialismo propugnato dai Cinque Stelle non può sicuramente essere una soluzione. Non solo perché è insostenibile economicamente, ma perché alla lunga gli aiuti gratuiti spengono la voglia di reagire. Uccidono. Per questo non servono redditi di cittadinanza, ma opportunità di lavoro che restituiscano dignità e libertà alle persone a cui quella dignità e quella libertà sono state tolte.

Nulla è facile. Soprattutto in un periodo come questo. Ma la speranza è che da questa spinta al cambiamento nascano davvero i presupposti per una vera rinascita. Ma per favore non parliamo più di populismo. Meglio parlare di scelte consapevoli da parte di un popolo che, finalmente tornato alle urne dopo dieci anni, ha deciso in libertà da chi vuol essere rappresentato. E’ qualcosa che si chiama democrazia e, a quanto si dice, parrebbe essere il fondamento della Repubblica Italiana. Un valore per cui i nostri avi hanno dato il loro sangue e che dovremmo provare almeno a rispettare.

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