Pasticcio costituzionale: ha vinto l’Italia che dice NO alle menzogne

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pasticcio costituzionale
Alle urne gli italiani hanno detto No al pasticcio costituzionale

Diciamolo chiaramente e con un minimo di onestà intellettuale. Questa riforma costituzionale era un pasticcio anche per molti sostenitori del Sì. Era un pasticcio quel Senato delle autonomie che non avrebbe minimamente rappresentato le autonomie, ma avrebbe ricalcato gli equilibri politici dei partiti. Era un pasticcio il modo incomprensibile con cui sarebbero stati eletti i senatori ed era un pasticcio il modo in cui sarebbero state emanate le leggi. Era un pasticcio anche il modo in cui si sarebbe dovuto regolare il rapporto tra Stato e Regioni con la possibilità per il potere centrale di avocare tutto a sé con la cosiddetta clausola di supremazia. L’unica cosa certa è che l’Italia  sarebbe tornati indietro di parecchi decenni sul piano della maggiore centralizzazione del potere e della rappresentatività popolare.

Il grande cambiamento che per mesi è stato propagandato dai sostenitori del Basta un Sì con il supporto unanime del sistema mediatico italiano era semplicemente una bugia. Anche perché le cose sicuramente buone contenute in questa accozzaglia di provvedimenti, come la soppressione definitiva del Cnel e delle Province, sarebbero potute essere stralciate e approvate facilmente all’unanimità senza necessità neppure del referendum confermativo. E, se solo si volesse, altri provvedimenti sacrosanti come il tetto massimo degli emolumenti ai consiglieri regionali (ai quali sarebbe potuto essere aggiunto un tetto massimo per gli emolumenti dei top manager che percepiscono stipendi che rasentano l’immoralità) si potrebbero facilmente adottare con una semplice legge dello Stato senza modifiche costituzionali.

Eppure questo non è stato fatto perché evidentemente era necessario avere questi specchietti per le allodole per far passare alcuni altri provvedimenti particolarmente indigesti.

Il No al pasticcio costituzionale

Senato
L’aula del Senato

Per questo il voto di domenica scorsa è inevitabilmente andato oltre il merito del pasticcio costituzionale. Chi ha votato No lo ha fatto sostanzialmente per la trasparenza e contro le bugie di Stato. Contro la propaganda unilaterale dei media italiani che – come è successo qualche mese fa per le elezioni americane – si sono schierati in un’unica direzione, quella del potere, senza analizzare, decifrare, comprendere la realtà. Chi ha votato No lo ha fatto sostanzialmente perché è stanco di essere preso per il sedere.

Domenica non hanno dunque vinto né Bersani, né D’Alema, né Berlusconi. Ma neppure Grillo o Salvini. Quei personaggi non erano minimamente in gioco, anche se oggi stanno mettendo il cappello sulla vittoria. Né ha perso Renzi, seppure si sia affrettato a prendersi le responsabilità della sconfitta di una riforma costituzionale che ha assurdamente personalizzato e legato alle sue sorti politiche.

Domenica ha vinto semplicemente la realtà sulla finzione. E se “vincere” significa riuscire a far sentire la propria voce e il proprio grido di disperazione, allora domenica ha vinto l’Italia reale che nonostante le promesse e le esternazioni di un Governo che sfodera grandi risultati in termini di Prodotto Interno Lordo e posti di lavoro, sta ancora malissimo, vive in condizioni di povertà, si arrabatta nel precariato. Combatte contro la disoccupazione.

Ha vinto l’Italia dei piccoli imprenditori che, nel momento esatto in cui il Governo annuncia di aver abbassato la pressione fiscale, non ha i soldi per pagare le tasse e i contributi dei dipendenti. Hanno vinto gli artigiani che lavorano per nove mesi all’anno per pagare le tasse. Hanno vinto gli studenti universitari costretti a pagare una barca di soldi la loro frequenza all’università. Gli insegnanti penalizzati dalla “buona scuola”, i lavoratori pagati con i voucher, i liceali abbandonati in aziende che manco li calcolano per fare le ore di alternanza lavoro.

Chi ha perso è invece l’Italia che probabilmente aveva qualcosa da perdere o quanto meno da chiedere a questo sistema di potere. L’Italia dell’orticello da mantenere, l’Italia del posto di sottogoverno o della raccomandazione chiesta all’amichetto, politico o massone, di turno. L’Italia rampante dei manager incravattati che fanno morire i loro subordinati perché non sanno neppure cosa significhi lavorare davvero.

Ha perso l’Italia che abbassa la testa di fronte ai diktat dei potentati europei, l’Italia delle piccole lobby premiate da un Governo che invece si dimentica delle famiglie che nonostante tutto hanno il coraggio di credere ancora nel futuro. Che si fanno il mazzo per crescere i figli e davvero portano avanti il Paese.

Domenica ha perso l’Italia del “cambiamo formalmente per non cambiare nulla perché in fondo questo sistema di potere ci va bene come è”. L’Italia raccontata dai giornalisti con il sedere al caldo. Perché la grande retorica del cambiamento che ci ha accompagnato in queste settimane di campagna elettorale e che è stata raccontata in tutti i modi dai media era una bufala.

Chi ha votato No lo ha capito benissimo perché non ha il prosciutto negli occhi. Non è il popolo bue descritto da certi sedicenti intellettuali di sinistra con la puzza sotto il naso che danno dei razzisti alla Lega, ma alzano gli occhi al cielo con sufficienza perché il No ha raggiunto oltre il 70% in città del sud come Napoli, Bari e Cagliari.

Chi ha perso davvero a questo giro è una sinistra autoreferenziale che si è dimenticata i valori dell’essere di sinistra e, come un Robin Hood al contrario, continua a rubare ai poveri per dare ai ricchi allargando questo divario ormai abissale tra chi ha tantissimo e chi non ha nulla. Neppure una speranza di vita per domani.

Chi ha perso – ed è stata zittita dal voto di domenica – è quella saccente intellighenzia di sinistra che inneggia al cambiamento, ma con una superbia odiosa che riporta indietro nel tempo vorrebbe togliere addirittura il diritto al voto al popolo bue che la pensa diversamente da lei.

Peccato che il popolo italiano non sia un popolo bue, come questi sedicenti personaggi di sinistra vorrebbero far credere. Gli italiani hanno capito bene quello che sta succedendo e non vedono l’ora di poter andare alle urne per cambiare veramente questo Paese e eliminare i personaggi che davvero in questi anni hanno fatto solo i loro biechi interessi.

E’ vero che il cambiamento avviene dentro la cabina elettorale con una matita e una scheda, come diceva il giudice Borsellino, mai citato a sproposito come in questi giorni.

Perché il vero cambiamento non avviene sbarrando un quesito referendario proposto in maniera volutamente ambigua da chi comanda, avviene quando viene attribuito davvero al popolo il potere di scegliere chi lo deve rappresentare in Parlamento. E chissà perché questo diritto agli italiani non viene concesso dal 2011, dall’ultimo governo Berlusconi, l’ultimo che sia stato effettivamente eletto con regolari eccezioni prima del turbillon di incarichi attribuiti da Giorgio Napolitano dopo le elezioni del 2013, finite sostanzialmente in pareggio. Diritto di scegliere democraticamente i propri rappresentanti che sarebbe stato fortemente limitato da questo pasticcio di riforma.

Ora bisognerà stare attenti all’evoluzione della crisi scaturita dal voto. Perché nonostante i proclami di voler andare al voto prima possibile (addirittura il prossimo febbraio) per dare finalmente stabilità al Paese, è chiaro che i nostri parlamentari hanno un obiettivo ben più importante e strategico (per loro): quello di arrivare in carica fino a settembre 2017 per portarsi almeno a casa la pensione. Chissà quante altre bugie racconteranno per giustificare quanto avverrà nei prossimi mesi.

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