Oscar Romero, il senso di un martirio

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Quando nel 1977 il gesuita Rutilio Grande Garcia, suo amico e collaboratore, è stato trucidato dagli squadroni della morte in lui è scattata una molla. Un senso di responsabilità, un cambio di prospettiva, una forza interiore che chiamava fortaleza. Qualcosa che negli anni successivi lo ha portato ad ergersi con tutte le sue forze contro il potere militare nazionalista e le oligarchie che stavano opprimendo il suo paese. Fino ad essere a sua volta trucidato dagli squadroni della morte la sera del 24 maggio 1980. Sparato a bruciapelo sull’altare, dopo aver elevato il calice con il vino mentre celebrava la Messa davanti ai suoi fedeli.

La figura dell’arcivescovo di El Salvador Oscar Romero, il “Santo dei poveri” martirizzato perché cercava di difendere chi non aveva diritti e beatificato da Papa Francesco lo scorso 24 maggio, è stata ricordata a Cagliari nel corso della presentazione del libro di Roberto Morozzo Della Rocca “Monsignor Oscar Romero – Il senso di un martirio“.

Docente di Storia dell’Europa Orientale all’Università Roma 3, Morozzo Della Rocca ha esaminato accuratamente tutto l’archivio personale di monsignor Romero fino a diventare il massimo esperto della figura dell’arcivescovo dei “senza voce” e ad essere chiamato addirittura a scrivere la relazione per la sua causa di beatificazione.

L’impegno di monsignor Romero

RomeroDetestato dalla potente destra oligarchica e dal regime militare nazionalista del Salvador che lo considerava un pericoloso sovversivo, monsignor Oscar Arnulfo Romero y Galdamez era un eroe per i guerriglieri della sinistra rivoluzionaria, che però non esitarono a minacciarlo quando assunse delle posizioni contrastanti dalle loro. Invero, come chiunque cerca la verità Romero era un personaggio scomodo e difficile da etichettare. La sua vicinanza al teologo gesuita Jon Sobrino, uno dei maggiori teorici della Teologia della liberazione nata in America Latina, gli procurò la fama di sacerdote rivoluzionario vicino alle posizioni marxiste. Ma in realtà, come ha ricordato anche padre Bartolomeo Sorge nella testimonianza nella sua causa di beatificazione, Romero contrastava qualsiasi forma di insurrezione violenta e non ha mai risposto alle ingiustizie con una sola parola di rabbia e di odio. Chiedeva semplicemente il rispetto della legge.

Nonostante una parte della gerarchia ecclesiastica non lo avesse in simpatia, Romero era un uomo della tradizione, ha sottolineato Morozzo Della Rocca che nel suo libro cerca di offrire alcune linee interpretative per delineare la controversa figura dell’arcivescovo di El Salvador. Aveva una grande predilezione per Pio XI che considerava un “Papa di taglio imperiale” perché nel suo pontificato era riuscito a tener testa ai totalitarismi, sia di destra che di sinistra.

Morozzo Della Rocca Romero Ma Oscar Romero è stato più politico militante o uomo di chiesa? ci si è chiesti durante la presentazione organizzata alla facoltà Teologica di Cagliari dalle Suore Paoline di Cagliari in collaborazione con l’Ucsi Sardegna e alcune associazioni religiose molto legate alla figura del sacerdote salvadoregno.

A questo proposito il professor Morozzo Della Rocca ha raccontato un aneddoto. Nel 1983 Giovanni Paolo II, in visita ad El Salvador, dovette cambiare il programma e far deviare la Papamobile per andare a visitare la tomba di Oscar Romero. E là davanti disse: “Romero è nostro”.

“Romero era un uomo della Chiesa e credeva radicalmente nel Vangelo”, ha spiegato il biografo. Oltre che sacerdote impegnato a difesa dei poveri e contro l’ingiustizia, Oscar Romero è stato anche un giornalista al servizio della verità. Nelle sue lunghe omelie – seguitissime dai cronisti – denunciava ogni giorno i fatti di sangue e le ingiustizie che avvenivano nel suo paese per mano del regime militare. Lo stesso faceva nelle trasmissioni che conduceva nella radio diocesana e negli articoli che scriveva per diversi periodici. E pur non essendo amante del politicaly correct Romero è stato anche un politico, nel senso più alto e apartitico del termine.

Il punto di svolta (più che una conversione un “cambio di attitudine”, ha spiegato Morozzo Della Rocca) arrivò con l’assassinio del suo amico e collaboratore Rutilio Grande, avvenuta subito dopo il suo ingresso in Diocesi. Dopo quell’episodio Romero chiese al regime delle risposte, che però ovviamente non arrivarono. Da allora non celebrò mai più alcuna cerimonia ufficiale in cui erano presenti i rappresentanti del regime. E iniziò a denunciare quotidianamente le ingiustizie del sistema.

Gli oligarchi, d’altronde, si sentivano offesi dalle ingerenze di quel vescovo che continuamente chiedeva loro di convertirsi e pentirsi: loro si sentivano i possessori della chiesa salvadoregna, visto che l’avevano lautamente sovvenzionata con il proprio denaro.

Nonostante gli attentati, le minacce di morte e l’ostilità di tanti confratelli vescovi che forse erano troppo vicini al regime, monsignor Romero scelse di continuare la sua battaglia al fianco del popolo.

RomeroPer il suo impegno come difensore dei poveri il 2 febbraio 1980 ricevette a Lovanio, in Belgio, la laurea honoris causa. Eppure, ha raccontato Morozzo Della Rocca, più che un accademico e un teologo Romero era un pastore. Un uomo semplice che amava le cose semplici. Nella piccola casa in cui viveva sono stati trovati pochi libri, circa duecento, molti dei quali erano ancora intonsi. “Era un uomo dai gusti semplici che si identificava con il popolo”, ha raccontato Morozzo Della Rocca spiegando che, senza nulla togliere nulla alla sua caratura spirituale, monsignor Romero aveva per certi versi anche un carattere molto fragile. Era seguito da due psicologi, non era un decisionista e per le questioni più delicate aveva tre confessori cui chiedere consiglio. Spesso, soprattutto dopo l’assassinio di Rutilio Grande, era terrorizzato dalla certezza di dover morire per mano dei suoi nemici e per ogni rumore si svegliava di soprassalto nel cuore della notte. Insomma era la dimostrazione vivente del fatto che Dio si serve delle persone più umili e comuni per compiere i suoi disegni.

Nonostante la paura della morte la sua fortaleza lo portò a restare al suo posto e affrontare il suo martirio. Il 23 marzo 1980 aveva invitato apertamente i militari dell’esercito a fare obiezione di coscienza e non eseguire gli ordini dei loro capi se questi erano contrari alla morale. Un affronto che non piacque ai leader nazionalisti che il giorno dopo lo fecero ammazzare a bruciapelo da un sicario mentre celebrava la Messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza. Poco prima di essere sparato alla gola aveva ribadito per l’ennesima volta, nella sua ultima omelia, la sua denuncia impietosa contro i misfatti del regime nazionalista. Non pago di sangue, ai funerali l’esercito aprì il fuoco contro i fedeli e uccise circa sessanta persone: un altro massacro cui ne seguirono altri.  Quella guerra civile, che per tre anni monsignor Romero era riuscito a tenere a bada deflagrò dopo il suo brutale assassinio provocando oltre 80mila morti.

Qualche mese fa Papa Francesco, concludendo un lungo processo di beatificazione iniziato nel 1997 e più volte interrotto per l’ostilità di alcuni alti prelati, ha attestato con decreto che Oscar Romero è stato assassinato in odio alla fede. E’ un martire in odium fidei. Come don Pino Puglisi, trucidato dalla mafia nel 1993 per la sua attività pastorale a favore dalla giustizia. Come ha spiegato più volte Roberto Morozzo Della Rocca, monsignor Romero era un profeta ed è stato ucciso perché con la sua fede ha messo in discussione il potere.

 

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