Ombre di donna (Patrizia Planta): recensione di Katia Cianchi

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ombre di donna - Patrizia Planta
La copertina del libro Ombre di donna di Patrizia Planta

Brevi, intensi racconti, quasi disegnati con la matita dei pensieri, percorrono con ritmo trascinante le pagine del libro” Ombre di donna” di Patrizia Planta.

L’autrice, attenta osservatrice dell’animo femminile, ha una scrittura asciutta che penetra l’essenza di certi sentimenti e li analizza con sguardo comprensivo e partecipe.

Le storie che descrive, attinte a volte dalla realtà ma filtrate dalla sofferenza o dalla gioia di esperienze personali, sono come uno specchio, un meraviglioso modo di guardarsi dentro ma senza paure, semmai con un benefico distacco.

Squarci di vita passata e creduta ormai dimenticata, animano la stesura del primo racconto. Basta un incontro, una casualità e tutto riaffiora senza preavviso facendo crollare quel sentimento di sicurezza tanto faticosamente costruito.

L’autrice usa una descrizione netta, stringata, affilando con destrezza la lama che toglie ogni sentimentalismo, ogni inutile retorica per lasciare al lettore soltanto l’essenzialità del racconto che diventa grido dell’anima.

Questo stile personalissimo arricchisce con destrezza tutto l’impianto del libro, trasformando ogni racconto in un percorso misterioso e raffinato che esplora la psiche femminile mettendola a nudo in tutte le sue fragilità con insperati palpiti di coraggio e determinazione.

A volte, queste descrizioni così aderenti alla realtà hanno il respiro breve e concitato della tragedia.

E’ il caso del racconto “La panchina” dove, con un ritmo incalzante che lacera l’animo fino al compimento dell’evento finale, è descritta l’attesa silenziosa di una madre. In pochi racconti ci si sente così partecipi dei sentimenti descritti da questa autrice che mette a nudo senza giudizio alcuno ma con profonda pietà, l’attesa e il dolore di una madre trasformando in una descrizione fredda, quasi crudele, di quello che è uno squarcio della realtà dei nostri tempi.

Realtà cruda, a volte disegnata in bianco e nero, appena ingrigita dalla lontananza dei ricordi e non per questo meno coinvolgente.

E’ questo il sentimento di angoscia o di rassegnazione che si respira nel “Dialogo segreto” o della stessa matrice è la verità del racconto “Post it”, dove tutto, pur impregnato di una banale quotidianità, trasuda una palpabile ansia che avvolge come in una spirale il lettore alla ricerca di sentimenti e passioni inesprimibili.

Con lo strumento della scrittura, Patrizia Planta ama fare fantastici voli onirici nel labirinto dell’universo femminile dimostrando di trovarsi a suo agio nello spingere la descrizione oltre la realtà.

Nel malinconico e colorito racconto “Il palloncino” dimostra questa sua capacità trasformando le parole in sogno nella struggente ricerca di se stessi.

In questa altalena nella quale l’autrice si destreggia senza mai perdere il ritmo narrativo, tutto è molto curato, le immagini fioriscono con originalità di similitudine e di inventiva e il racconto scorre con stile originale e impeccabile.

Forse in certi punti si nota una eccessiva ricercatezza, una meticolosa pulizia del linguaggio, ma ciò non fa che accrescere quella originalità e quella perfezione stilistica che rendono il lettore sempre più partecipe degli avvenimenti narrati stimolandone l’attenzione e il senso critico.

Donne fiere, donne fragili, si alternano nei racconti “La luna” e “La camera”, donne prigioniere che descrivono una solitudine interiore quasi mai percepita da quell’universo maschile che anima come una controfigura la trama di questi racconti.

Patrizia Planta ha il dono della sintesi nel descrivere questa umanità impregnata di un candore interiore e trasforma la femminilità in un vero gioiello di cui andare fieri.

Nell’intenso racconto “Un sogno”, il dolore intenso e devastante di una donna davanti alla morte del compagno è sublimato con parole ed immagini incisive dalla visione del piccolo figlio addormentato, unico motivo di coraggio e di speranza.

planta ombre di donna
Un verso della poesia che conclude il racconto Un Sogno di Patrizia Planta

E sfilano così, una dietro l’altra, le tante anime di questa umanità afflitta e pensosa; Patrizia Planta parla quasi sempre in prima persona, come se si trovasse a dialogare con se stessa in un diario o in una confessione e questo suo intenso parlare e riflettere e scandagliare, ci fa sentire partecipi e solidali con la solitudine di tante realtà che ci sfiorano ogni giorno per la strada o ci parlano dalla cronaca o da lontananze insperate.

Le ambientazioni più disparate fanno da cornice a questi racconti e sono avvolte, come per il racconto “Il libro”, le ambientazioni che evocano le fiabe e che profumano di ricordi e di antiche solitudini.

Solo nell’ultimo racconto, “Il muro del silenzio”, tutto si ricompone in una intimità raccolta, densa di pensieri. Essere madri comporta rinunce, silenzi… rassegnazione.

Questo affresco così intenso di tanti volti di donna si conclude proprio con una promessa di comprensione e di riscatto.

Madre e figlia distanti e mai così consapevoli del ruolo che ha il tempo nel costruire i ponti, uno sguardo, un sospiro e tutto ricomincia. Messaggio bellissimo che questa scrittrice immortala in poche righe intense, proiettate in un futuro di amore.

Katia Cianchi

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