Moby Prince: lo strano accordo tra Eni-Snam e Navarma

Secondo la commissione d’inchiesta sulla Moby Prince un accordo tra Eni-Snam e Navarma avrebbe condizionato pesantemente le indagini e i successivi processi sulla tragedia del 10 aprile 1991

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L'incontro organizzato al Comune di Cagliari

Due mesi e una settimana dopo la tragedia del Moby Prince, il 18 giugno 1991, Eni-Snam e Navarma sottoscrissero con le rispettive assicurazioni un accordo che le proteggeva reciprocamente dai possibili effetti della sciagura avvenuta al largo del porto di Livorno: Eni-Snam si impegnava a riparare la petroliera Agip Abruzzo e a risanare i danni ambientali, Navarma a risarcire i familiari delle vittime del Moby Prince e il costo del traghetto distrutto dall’incendio, ma soprattutto si impegnava a sollevare l’Eni dalle eventuali pretese dei parenti delle vittime del Moby. Secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Moby Prince questo accordo – siglato in inglese e depositato al di fuori dei confini europei – avrebbe condizionato pesantemente le successive indagini, dando il via ad una serie di incredibili depistaggi e manomissioni sulla tragedia del Moby Prince.

L’esistenza dell’accordo tra Eni-Snam e Navarma – illustrato dal presidente della Commissione Silvio Lai nel corso di un dibattito pubblico organizzato dall’Associazione 10 aprile – Familiari delle vittime del Moby Prince al Municipio di Cagliari – è tra risultanze della relazione finale della Commissione istituita nel luglio 2015 a fare luce sulla più grave tragedia della Marineria Italiana dal dopoguerra ad oggi.

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L’Agip Abruzzo, la petrolierà che il 10 aprile 1991 entrò in rotta di collisione con il Moby Prince

Era il 10 aprile 1991 quando il traghetto Moby Prince della compagnia Navarma, appena uscito dal porto di Livorno poco dopo le 22,25, speronava per cause non bene accertate la petroliera Agip Abruzzo. L’incendio scaturito da quella collisione portava alla morte di 140 persone, tra equipaggio e passeggeri del traghetto, con un unico superstite, il mozzo Alessio Bertrand. Una sciagura immane, che due processi e una inchiesta bis aperta nel 2006 hanno però sempre ricondotto ad un banale incidente, determinato dalla presunta nebbia improvvisamente calata quella notte sul porto di Livorno, dalla velocità del traghetto e dalla distrazione del comandante Ugo Chessa che nel dirigere la sua nave non si sarebbe avveduto di una petroliera illuminata a giorno.

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L’incontro organizzato al Comune di Cagliari sul Moby Prince: le verità della Commissione parlamentare d’inchiesta, gli scenari futuri

Due anni di indagini della commissione presieduta da Silvio Lai hanno però dimostrato che i due processi hanno dato luogo ad una verità di comodo, probabilmente più attenta agli interessi economici degli armatori che ad una effettiva ricostruzione di fatti.

Secondo la relazione finale della commissione, infatti, la notte della tragedia sul porto di Livorno la visibilità era ottima e non c’era alcun banco di nebbia. Viceversa è stato accertato che la petroliera Agip Abruzzo si trovava ancorata in una zona interdetta alla navigazione e all’ancoraggio e orientata in una direzione opposta rispetto a quella riportata dalle carte processuali. Eventualità che, ha spiegato Lai, rende ancora più strano quell’accordo protettivo stipulato tra i due armatori Eni-Snam e Navarma due mesi dopo la collisione.

La relazione finale della commissione d’inchiesta – che suona come un atto d’accusa verso chi ha portato avanti le indagini e i processi in tutti questi anni – ha evidenziato una lunga serie di omissioni, bugie e manomissioni. Sollevando molti dubbi sulla rotta della Agip Abruzzo prima del suo arrivo a Livorno e sul materiale effettivamente trasportato dalla petroliera. Ma anche sulla vergognosa lentezza dei soccorritori, giunti al Moby Prince solo dopo un’ora e mezzo dall’incendio, sulla incredibile decisione di non intervenire presumendo erroneamente che già dopo mezz’ora non ci fosse più vita sul traghetto e sulla ancor più incredibile scelta di non effettuare le autopsie sui corpi delle vittime e di far sparire quanto prima le navi coinvolte nell’incidente.

In particolare la commissione solleva molti dubbi sull’accordo assicurativo tra Eni-Snam e Navarma.

Di seguito un passaggio significativo della relazione finale:

Si sottolinea come la sottoscrizione di questi accordi avvenne a soli due mesi dalla collisione in presenza di una posizione non definita della Agip Abruzzo e senza attendere l’esito delle indagini della magistratura sulle possibili responsabilità.

La posizione irregolare della petroliera non fu evidenziata in seguito neanche dalla magistratura inquirente, non diventò oggetto di indagine specifica, come se l’accordo tra armatori e compagnie assicuratrici avesse neutralizzato quella parte di evento che riemergerà, senza clamori, nelle pagine della sentenza di primo grado, nella forma della definizione di una posizione della petroliera che, trascritta, si trova interamente nell’area di divieto.

In sintesi, in solo due mesi, gli armatori e le loro compagnie assicuratrici si accordarono per non attribuirsi reciproche responsabilità, non approfondendo eventuali condizioni operative o motivazioni dell’incidente attribuibili ad uno dei due natanti.

La trasmissione degli atti alla Procura di Livorno e a quella di Roma potrebbe finalmente riaprire il caso Moby Prince, anche se – ha spiegato Silvio Lai – dopo 27 anni la maggior parte dei reati si è ormai prescritta. L’unica possibilità di riapertura della vicenda processuale potrebbe essere legata ad una eventuale ipotesi di strage, di difficile dimostrazione (dovrebbe essere accertato il dolo).

Quel che è certo è che i lavori della commissione hanno portato almeno ad una riabilitazione morale dell’equipaggio del Moby Prince guidato dal comandante Ugo Chessa, che durante tutta la gestione dell’emergenza ha operato con la massima diligenza.

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Luchino Chessa uno dei figli del comandante della Moby Prince Ugo Chessa e rappresentante dell’associazione dei familiari delle vittime

Con la trasmissione degli atti alle procure di Livorno e Roma è stato compiuto l’atto finale che a questo punto speriamo diventi l’inizio di un nuovo percorso giudiziario che possa dare giustizia ai nostri cari”, ha spiegato Luchino Chessa, uno dei due figli del comandante Chessa, a nome dell’associazione 10 aprile.

Il caso Moby Prince dimostra per l’ennesima volta che viviamo in un Paese che tende spesso ad oscurare la verità e a sacrificare i diritti della gente comune sull’altare degli interessi dei potenti.

Eppure – è emerso durante l’incontro a Cagliari – questa vicenda, che ha visto l’interessamento di tanti politici e giornalisti, fa emergere un aspetto positivo di cui questo Paese ha estremo bisogno: esistono anche una buona politica e una buona informazione d’inchiesta che hanno saputo dare voce alla rabbia, alla disperazione e al desiderio di giustizia dei familiari delle vittime, arrivando a riaprire un dossier chiuso troppo frettolosamente e superficialmente. È auspicabile che ora anche una buona magistratura segua l’esempio e non lasci impunita una strage che poteva essere evitata con un po’ di buon senso.

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