Mafia in Sardegna. Non esiste? Purtroppo sì!

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Mafia in Sardegna. “La Sardegna non è immune dalla criminalità organizzata i cui tentacoli si sono estesi da tempo sulle vostre coste“. Ci voleva lo scrittore Roberto Saviano, in questi giorni in Sardegna per presentare il suo ultimo libro ZeroZeroZero, per sfatare – davanti a migliaia di persone assiepate a Cagliari, Nuoro e oggi a Sassari – il mito che ci hanno sempre propinato: quello secondo cui la Sardegna è del tutto immune da fenomeni di criminalità organizzata come la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra.

Non è un caso che proprio mentre Saviano sbarcava in Sardegna per parlare di organizzazioni che smerciano cocaina in tutto il mondo la Procura Distrettuale Antimafia di Cagliari sgominava la banda dell’ex “Primula rossa” Graziano Mesina, un’organizzazione criminale che secondo la magistratura era dedita al narcotraffico, ai furti e alle rapine e addirittura progettava di mettere a segno anche un sequestro di persona.

Le cronache dei giornali sardi parlano anche oggi del grido di allarme che sta salendo in questi giorni dalla politica e dalle istituzioni sarde per il paventato arrivo di boss mafiosi detenuti in regime speciale di 41 bis (pare sia imminente l’arrivo nel carcere sassarese di Bancali di 300 capimafia tra cui alcuni nomi tristemente noti). Al di là delle inevitabili valutazioni sull’eventuale pericolo di infiltrazioni mafiose (la Sardegna non è purtroppo un territorio candido e immune dalla criminalità organizzata), come ha evidenziato l’associazione cagliaritana Casa dei Diritti, sarebbe in ogni caso opportuno che prima di ospitare i detenuti per mafia venissero fatti tornare nelle carceri della Sardegna i tanti detenuti sardi costretti a scontare la pena nella penisola lontano dalle loro famiglie.

Le peculiarità della criminalità sarda

Come ha spiegato nei suoi libri il sociologo e docente dell’Università di Sassari Pino Arlacchi, uno dei massimi esperti in organizzazioni malavitose, in Sardegna la criminalità di tipo mafioso è stata storicamente sostituita da una malavita più globalizzata, più in linea con l’evoluzione della criminalità internazionale. In pratica, contrariamente a Calabria, Sicilia e Campania (dove ci sono le varie famiglie criminali con i loro territori di riferimento), in Sardegna esisterebbero dei veri e propri network, reticoli criminali misti e complessi, costituiti da malviventi di professione, da incensurati e da colletti bianchi che tengono le fila di attività illecite come truffe, spaccio di droga e violenze. Organizzazioni come probabilmente quella che faceva capo a Graziano Mesina, la cui cattura è salita agli onori delle cronache nazionali proprio per la grande fama che circonda il protagonista, che nel 2004 era stato graziato dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

La Procura di Cagliari, come riportano i giornali sardi e come ha ricordato anche Saviano a Nuoro, ipotizza che uno dei due gruppi in cui si ramificava l’organizzazione di Mesina era “in contatto da anni con le ’ndrine calabresi”. In ogni caso esistono molte connessioni tra la malavita organizzata e la Sardegna, visto che le coste sarde pare siano state utilizzate dai mafiosi per realizzare investimenti immobiliari sporchi. Pochissimi giorni fa la Guardia di Finanza ha sequestrato ad Arzachena una serie di beni immobili con cui alcuni capimafia pare ripulissero i soldi sporchi provenienti da affari illegali collegati agli appalti per la metanizzazione in Sicilia.

Ma cosa è la mafia?

Se ripensiamo alle parole di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e agli avvenimenti drammatici che ne portarono all’uccisione potremmo definirla come una collusione tra la politica, la pubblica amministrazione e la malavita organizzata che si infiltra nell’attività pubblica e la corrompe, la inquina (La politica e la mafia – scriveva Borsellino – o combattono per governare il territorio o fanno accordi per spartirselo“). Ma soprattutto la mafia è una cultura diffusa della illegalità, un cancro che sistematicamente uccide le parti buone e vitali di una società civile per dare spazio, potere e soldi a quelle marce e corrotte.

Falcone Borsellino

Se è così, non basta verificare – come nel nostro caso – che non esistono sanguinose lotte fra clan per affermare semplicisticamente che in Sardegna la mafia (in senso lato) non esiste.

Già nel gennaio 2008 la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia guidata da Pietro Grasso, oggi presidente del Senato della Repubblica, assimilava la Sardegna alle regioni italiane in cui la criminalità organizzata aveva messo maggiormente le radici.

Quella relazione denunciava forti e radicate infiltrazioni della criminalità organizzata nella pubblica amministrazione sarda rendendo noto che, oltre a innumerevoli beni sequestrati alle organizzazioni malavitose, la Procura di Cagliari aveva avviato delle inchieste giudiziarie per fare luce sulle connessioni fra gli esponenti della criminalità organizzata e gli amministratori e i funzionari pubblici.

Epolis Mafia Sardegna

Mafia in Sardegna

Dal 2008 le cose non sembrano cambiate molto. Anzi. La relazione della Direzione Nazionale Antimafia per il 2012 nella parte relativa alla Direzione Distrettuale Antimafia di Cagliari – che ha competenza su tutto il territorio sardo – descrive uno scenario ancora più inquietante ed esplicito. Eccone un brano.

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Due elementi significativi vanno posti in evidenza, in quanto delineano scenari suscettibili di ulteriore evoluzione e di sicuro interesse investigativo: il primo attiene alla indubbia conferma dei collegamenti tra le strutture criminali locali con gruppi di criminalità organizzata di tipo mafioso, in particolare modo con la “ndrangheta” calabrese; il secondo riguarda alcuni cambiamenti nel “modus operandi” di alcune organizzazioni indigene, nello specifico settore delle sostanze stupefacenti. Se questo è infatti ancora l’oggetto principale delle attività criminali e delle relative correlate indagini, come confermano i dati quantitativi, si registra una sua allarmante evoluzione verso forme più evidenti di controllo criminale di interi contesti territoriali, specie di tipo urbano o sub urbano-degradato, rendendo per certi versi assimilabile l’operatività delle organizzazioni criminali sarde ai modelli tipici delle organizzazioni mafiose.
……
Andrà pertanto ricontrollata, alla luce di precise ed aggiornate emergenze investigative, la correttezza della tesi che tende ad escludere, per le organizzazioni criminali autoctone sarde, le connotazioni tipiche dei sodalizi mafiosi, in base all’opinione diffusa secondo cui l’operatività delle stesse non si manifesta in forma egemonica sul territorio. In tal senso si ritiene che potrà concorrere a realizzare le condizioni per tale verifica l’effettiva applicazione dei protocolli investigativi già esistenti tra i diversi uffici inquirenti, volti a cogliere i possibili nessi tra tutti i reati c.d. spia che si consumano sul territorio. Solo in tal modo potranno evitarsi sottovalutazioni dei fenomeni e la perdita di quella visione d’insieme dei fatti criminali che, sola, può garantire l’emersione del crimine organizzato, specie di tipo mafioso. La piena applicazione e, ove occorre, l’aggiornamento dei richiamati protocolli d’intesa tra le procure ordinarie e la D.D.A. di Cagliari, potrà al contrario assicurare a quest’ultimo Ufficio quel necessario patrimonio conoscitivo da tradursi in appropriati approcci investigativi per il contrasto al crimine organizzato isolano.
Al centro dell’attenzione investigativa, nel periodo di riferimento, vi sono state anche rilevanti operazioni di riciclaggio di danaro di provenienza illecita, in particolare di risorse verosimilmente provenienti dal crimine organizzato. Ciò costituisce conferma della necessità di un’azione investigativa selettiva verso forme sempre più sofisticate di criminalità che vanno radicandosi nell’isola, nel quadro di un’efficace azione di coordinamento, di polizia e giudiziaria.

La stessa Direzione Distrettuale Antimafia di Cagliari dunque tende a sfatare il mito della Sardegna immune dalla malavita di stampo mafioso e cerca soluzioni e modelli investigativi adeguati a quelli adottati nelle regioni dove la mafia esiste e controlla il territorio.

Fa riflettere il fatto che la stessa DDA di Cagliari faccia esattamente lo stesso ragionamento di Roberto Saviano quando auspica un monitoraggio puntuale dei cosiddetti “reati spia” che si verificano in Sardegna finalizzato ad avere una “visione di insieme” che possa permettere di comprendere e combattere le organizzazioni criminali, in particolare quelle mafiose. E’ esattamente ciò che ha detto Saviano a Cagliari, sostenendo che i cittadini non possono avere la percezione della criminalità organizzata (e dunque vivono spesso con distacco quegli avvenimenti) perchè riescono a considerare i fatti criminosi sempre e solo singolarmente e non nel loro insieme.

La cultura mafiosa

Nella lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. (Paolo Borsellino)

Come diceva il giudice Paolo Borsellino, la mafia è però un fenomeno soprattutto culturale.

Ecco perchè fanno riflettere ancora le parole di Saviano, quando racconta che spesso – prassi che pare avvenga in tutto il mondo – le grandi società inseriscono nei propri organici dei giovani inesperti da educare all’illegalità e al non rispetto delle regole. Quando i datori di lavoro ricorrono sistematicamente a persone pronte a tutto per fare carriera o semplicemente per avere un lavoro, non possiamo che aspettarci l’illegalità e la corruzione. Il lavoro non può essere pagato al prezzo della propria dignità e libertà.

In generale qualsiasi società che impedisca ai ragazzi di avere fiducia sul fatto che il lavoro si può ottenere puntando sul merito e sulla bravura e non solo sulle conoscenze,  che subordina la possibilità di un impiego o una buona classificazione a un concorso a una appartenenza politica o a un favore da ricambiare è comunque una società che utilizza un sistema di tipo mafioso.

E’ una società dove, checché se ne dica, il potere costituito non è indirizzato al perseguimento del bene comune ma al raggiungimento dell’interesse di pochi.

Io credo che purtroppo i tentacoli della mafia e del malaffare siano dappertutto. Non solo in Sicilia e in Calabria.

Ma dalla Sicilia e dalla Calabria, terre che la criminalità organizzata ha martoriato, dobbiamo guardare anche i tanti esempi positivi. Libera, ad esempio: l’associazione fondata da don Luigi Ciotti è diventata adesso il coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole impegnati a diffondere la cultura della legalità, la lotta alla corruzione, l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie.  O il movimento “Ammazzateci tutti”, che i ragazzi di Locri fondarono nel 2005 per ribellarsi alla ‘Ndrangheta dopo l’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno.

Non dimentichiamo che lo scorso 25 maggio Papa Francesco ha proclamato Beato don Pino Puglisi, il primo martire della mafia ucciso nel 1993 proprio nel giorno del suo compleanno nel quartiere di Brancaccio, a Palermo. Un esempio che ancora oggi sta dando tanti frutti tra i giovani che dicono no al male e alla violenza.

In Sicilia, in Campania, in Calabria, ma anche in Sardegna come in ogni parte d’Italia, combattere la mafia e la corruzione dipende da tutti noi, alla nostra forza di volontà nell’essere volano di cambiamento senza delegarlo agli altri. Ma soprattutto dipende dalla voglia dei nostri ragazzi di costruire per sé e per i propri figli una società più giusta di quella in cui stiamo vivendo.

Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo (Paolo Borsellino).

Mafia

 

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