L’Uomo ai tempi della tecnica

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L'Uomo nell'età della tecnica

Ascoltando la descrizione che il filosofo Umberto Galimberti fa dell’uomo nell’età della tecnica sembra di veder scorrere le immagini di Tempi Moderni, il film diretto e prodotto da Charlie Chaplin alla fine degli anni Trenta. Schiavo del progresso, l’uomo è un automa privo della capacità di decidere, di provare sentimenti ed essere responsabile delle proprie azioni. Incapace di pensare a ciò che è giusto per se stesso e per la comunità, ma solo a quello che conviene. Al business. Perché il progresso e la supremazia della tecnica sull’umanità soffocano la democrazia e l’etica, producendo una dittatura al cui confronto, per dirla con Gunther Anders, filosofo ebreo perseguitato dalle SS, anche il nazismo è stato un “teatrino di provincia”.

E’ uno scenario inquietante ma molto realistico quello dipinto da Umberto Galimberti a Cagliari. Il filosofo, docente universitario e saggista monzese, ospite della serata conclusiva delle “Settimane del benessere psicologico in Sardegna” organizzate dall’Ordine degli Psicologi della Sardegna, parla de “L’uomo nell’età della tecnica” ad una gremita Aula magna della facoltà di Ingegneria.

L’Uomo nell’età della tecnica

La tecnica – spiega Galimberti – è la forma più alta di razionalità mai raggiunta dall’uomo e tende a raggiungere il massimo risultato con il minimo impiego di mezzi”.

Da uno strumento nelle mani dell’uomo qual era, la tecnica è ormai diventata l’ambiente in cui l’uomo deve vivere e muoversi. Questo fatto, secondo il filosofo, ha portato, di fatto, alla fine dell’Umanesimo: “la tecnica ha portato a rivedere tutte le categorie umanistiche e ha gradualmente fatto perdere importanza delle altre forme della ragione”.

E’ quasi un uomo fuori dal tempo, il professor Umberto Galimberti. Pare incarnare il mito della conoscenza e la concezione del mondo dell’antica Grecia. Quella immensa cultura che con un vocabolario di 80mila parole (i latini ne avevano solo 4mila) ha regalato al mondo un patrimonio enorme di conoscenza. Ma anche di indiscutibili valori come la nobiltà d’animo e la dignità, anche nel momento ultimo del trapasso.

Parla lentamente, inanellando una serie di nozioni e citazioni parecchio ostiche per i non addetti ai lavori, ma che riportano a galla lontane reminiscenze del liceo.

Gli antichi greci credevano nel primato della natura sugli uomini, mentre la tradizione giudaico-cristiana – che dal 600 si impone prepotentemente in Occidente – vede invece la natura come una creatura di Dio consegnata agli uomini perché la dominino.

Nei secoli la rivelazione cristiana e la centralità dell’uomo nel Creato hanno condizionato tutto il pensiero Occidentale diventando a base delle scienze moderne. Ma con l’età della tecnica è cambiato tutto. La tecnica è diventata la condizione universale per realizzare qualsiasi cosa e da mezzo – spiega Galimberti – è diventata il fine ultimo dell’uomo.

galimberti tecnicaE’ chiaro che un mutazione del genere ha finito per condizionare tutta la vita sociale. Galimberti fa l’esempio della politica che, da strumento per il governo della polis lentamente è stata depauperata, privata della sua funzione. “Oggi chi decide veramente è l’economia che ovviamente guarda alla tecnica. La politica è diventata soltanto un lavoro di rappresentanza e di diversificazione antropologica: i politici non decidono nulla, vanno in televisione”.

Giocoforza anche la democrazia, che per gli antichi greci era sinonimo di meritocrazia, viene meno. Non vige più la regola che vuole al governo le personalità migliori, ma si affaccia il concetto di Nietzsche del popolo-gregge che ha solo bisogno di un animale capo. “La democrazia – spiega il professor Galimberti – non significa solo andare a votare, ma significa soprattutto creare le condizioni per cui tutti possono esprimere se stessi. Nell’età della tecnica questo non è più possibile. I cittadini non hanno una cultura media sufficiente per prendere delle decisioni complesse e sono vittime di chi li inganna o parla alla loro pancia“.

Insomma nell’età della tecnica le decisioni vengono sempre più calate dall’alto perché i problemi proposti ai cittadini sono sempre più complicati e oltrepassano di gran lunga la loro competenza media. E anche le proteste di massa sono sempre meno rilevanti.

Il passaggio all’epoca moderna – aggiunge Galimberti – ha poi portato una mutazione del concetto di etica e di responsabilità. Se l’etica cristiana dell’intenzione che ha permeato tutto l’ordinamento giuridico europeo è stata successivamente affiancata a quella che il filosofo tedesco Max Weber chiamava l’etica della responsabilità (cioè non si guardano le intenzioni ma soprattutto le conseguenze delle azioni), nell’età della tecnica anche la responsabilità perde significato.

Oggi le procedure tecniche sono afinalizzate. L’uomo è parte di un ingranaggio che non conosce nella sua interezza. Non è chiamato a rendere conto del contenuto del lavoro che deve svolgere, ma ad essere soltanto un buon esecutore. Come i piloti di Hiroshima, che non sentivano un senso di colpa per quella bomba sganciata in quel porto giapponese o i gerarchi nazisti che nei campi di concentramento eseguivano gli ordini perché quello era il loro lavoro, anche il tagliatore di teste aziendale non sente alcuna responsabilità per aver messo in mezzo alla strada un padre di famiglia. Fa semplicemente il suo lavoro.

Efficacia e produttività sono le uniche categorie della tecnica – aggiunge Galimberti – l’importante è essere buoni esecutori di compiti. L’unica responsabilità per un lavoratore è quella nei confronti del suo superiore, ma non esistono più la responsabilità individuale e quella collettiva. E’ il sistema a chiedere eventualmente all’individuo di cambiare comportamenti e idee, ma l’apparato non si cambia perché funziona”.

Anche la depressione, che prima era data dai sensi di colpa e dal mancato rispetto delle regole, adesso, nell’età della tecnica, è causata solo dal senso di inadeguatezza a svolgere quella determinata mansione. Al di là del bene e del male.

Il problema moderno – ha spiegato Galimberti – non è più cosa possiamo fare della tecnica, ma cosa la tecnica può fare di noi. Eppure l’uomo non è preparato a questa trasformazione della sua psiche. E’ abituato a vivere di vicinato, di rapporti umani e non di statistiche. Non è abituato alla razionalità tecnica che considera solo ciò che è utile e vantaggioso”.

La tecnica, d’altronde, va avanti senza considerare che ogni anno 500 ragazzi si tolgono la vita. Questo perché, ha spiegato Galimberti, non sanno neppure dare un nome ai sentimenti. E se non si conoscono i sentimenti diventano insormontabili. “I sentimenti si imparano attraverso le storie. I greci utilizzavano i miti. Bisognerebbe riempire le scuole non di apparecchi tecnologici, ma di letteratura per insegnare i sentimenti ai ragazzi”.

Poi c’è spazio per le domande. Una in particolare, sembra mettere un po’ in difficoltà il filosofo. Don Ettore Cannavera, probabilmente uno dei pochi sacerdoti che seguono con molta attenzione il lavoro di ricerca di professor Galimberti, gli chiede con naturalezza cosa è per lui la morte. Una domanda che, per un cristiano, ne cela automaticamente anche un’altra: qual è il senso ultimo della vita?

La nostra concezione della morte dipende dalla cultura in cui viviamo – risponde Galimberti -. Per i Greci la morte era un fatto ineluttabile: bisognava solo accettarla e sopportare il dolore con dignità. Nell’antica Grecia era assolutamente impossibile interiorizzare l’idea di una vita dopo la morte. Nella cultura cristiana invece tutto è scritto in un disegno di salvezza. C’è un prima, un presente e un dopo, in cui si realizza questo disegno. Sotto questo profilo anche la scienza è cristiana. Ma anche Freud e Marx, a modo loro avevano una impostazione cristiana, perché accettavano l’idea ottimistica di un cambiamento in meglio. Tutto l’Occidente è improntato a questa visione. In quest’ottica – spiega Galimberti – il dolore acquista un senso, diventa la caparra per l’eternità, l’espiazione di una colpa. Per un cristiano anche la morte è soltanto un passaggio. Ma io – conclude – non sono cristiano, sono greco”.

7 COMMENTI

  1. La mia domanda era:
    I sardi resistono, ma sanno che resistono? Ne sono consapevoli razionalmemte? O lentamente ma inesorabilmente scivolano verso la scomparsa?
    Anche G. Lilliu disse qualcosa a proposito di un’altra “resistenzialità dei sardi”, e anche lui non diede una risposta ai perchè di quella “resistenzialità”.
    In fondo la tecnica-tecnologia in mano a chi comanda non è altro che uno strumento di potere. I sardi l’accettano passivamente e anzi lo/la rincorrono per riempire meglio la “pancia”, o in definitiva stanno ad osservare, pur bagnandosene la bocca di tanto in tanto?
    Quanto ai media, mi colpisce l’atteggiamento di molti sardi di fronte ai media italici. Mi sembra di vedere non dello scetticismo consapevole, ma un velo di sarcasmo, se non è fatalismo.
    Talvolta mi consola notare che molti, molti, molti sardi sono rimasti attaccati agli aspetti semplici e naturali della vita che si conduce in Sardegna. Sono i “modelli” proposti dai media, dalle tecniche che mi preoccupano.
    Grazie per le sue cortesi risposte, signor Zorco.

    • Probabilmente, come lei dice, una parte dei sardi resiste. Magari anche inconsapevolmente perchè è rimasta attaccata alla terra e agli aspetti essenziali della vita. Ma non mi pare che a livello politico ci siano gli strumenti per organizzare questa resistenza. Dargli voce. L’autonomia è inesistente, lo dimostra la sudditanza dei nostri partiti maggiori da Roma e la sudditanza di Roma dagli organismi internazionali, l’indipendentismo e il sovranismo sono ancora ininfluenti. La maggior parte della società sarda mi pare legata agli schemi imposti dall’alto e diffusi dai media. Viviamo assorti dentro i nostri telefonini e i nostri tablet mentre rubano il futuro ai nostri figli devastando il territorio. Grazie a lei per il suo intervento, Aldo!

  2. “Ma stando attenti a capire bene contro chi dobbiamo resistere, perché chi comanda ha tutto l’interesse a creare divisioni.”
    Intendo: resistere al condizionamento assoluto della tecnica-tecnologia che è nelle mani di chi comanda, ed è forte proprio di questo e per questo. Ma se io resisto al condizionamento della tecnica-tecnologia per soddisfare altri valori, anzi i veri valori “utili” all’uomo nella sua interezza, non solo quelli utili alla “pancia” – il vitello d’oro soddisfa solo la pancia, per quanto ne so io – allora il potere di “chi comanda” si svuota e io uomo ridivento libero e democratico.

  3. Spero di aver compreso il senso di quanto affermato dal Prof. Galimberti, che la tecnica sta uccidendo la democrazia. I valori uomo, natura, anima, Dio, religione, sono oggi e saranno ancor più in futuro, semplici strumenti del vitello d’oro che si chiama tecnica – tecnologia?
    Se è corretta l’interpretazione, la Sardegna e i sardi, pur con grandi eccezioni, fanno bene a resistere “coriacemente” all’invasione della tecnica e della tecnologia. Resistere nel senso di non diventarne schiavi, voglio dire, non nel senso di non utilizzarle.
    Se così è, perchè accettare i politici sia di casa nostra che i forestieri, e perchè non gettarli tutti a mare?
    E c’è un’altra considerazione: i sardi sanno, sono consapevoli del senso di rifiuto che provano contro tecnica – tecnologia, e di conseguenza contro i politici?

    • Penso che sia l’interpretazione corretta, Aldo. Galimberti, da ateo, anzi da greco come lui stesso si definisce, esclude a priori l’idea ottimistica del Bene che alla fine prevale sul Male e di un disegno di salvezza. In questo, personalmente, vedo una incompletezza nella sua concezione del mondo perché senza una speranza di miglioramento e cambiamento secondo me l’uomo è finito. Quanto alla politica e alla democrazia, lui sostiene che non esistano perché chi comanda sono l’economia e la tecnologia. Sotto questo profilo credo che non abbia tutti i torti. È difficile scorgere in Italia una parvenza di democrazia e di potere per il popolo. E per rispondere alla tua considerazione, ti do assolutamente ragione: bisogna resistere! Ma stando attenti a capire bene contro chi dobbiamo resistere, perché chi comanda ha tutto l’interesse a creare divisioni.

      • “Ma stando attenti a capire bene contro chi dobbiamo resistere, perché chi comanda ha tutto l’interesse a creare divisioni.”
        Intendo: resistere al condizionamento assoluto della tecnica-tecnologia che è nelle mani di chi comanda, ed è forte proprio di questo e per questo. Ma se io resisto al condizionamento della tecnica-tecnologia per soddisfare altri valori, anzi i veri valori “utili” all’uomo nella sua interezza, non solo quelli utili alla “pancia” – il vitello d’oro soddisfa solo la pancia, per quanto ne so io – allora il potere di “chi comanda” si svuota e io uomo ridivento libero e democratico.

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