Katia Cianchi: un mondo dipinto ad acquerello

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Katia Cianchi

E’ considerata una delle migliori pittrici sarde. La sua specialità è l’acquerello, tecnica con cui riesce ad esprimere la sua profonda ricerca spirituale. Katia Cianchi è però un’artista a tutto tondo. Nata a Cagliari, sin da piccola aveva due grandi sogni: scrivere e dipingere. A diciotto anni, nel 1966, ha ricevuto il premio Deledda e qualche anno dopo, nel 1971, è stato pubblicato il suo primo romanzo “Lui e gli altri”. Ma i suoi sogni si sono concretizzati soprattutto negli anni Ottanta, quando ha fondato una compagnia teatrale, la Compagnia del Bricolage, di cui era regista, autrice dei testi e scenografa. La sua Compagnia ha prodotto circa una decina di opere teatrali. La più impegnativa, Agord, prodotta in collaborazione con l’Ente Lirico di Cagliari, ha riscosso un discreto successo.

Oggi, dopo aver interrotto l’attività teatrale e sciolto la compagnia, Katia Cianchi insegna acquerello e olio nella scuola di pittura Artemisia. Ha partecipato a molte collettive allestendo qualche mostra personale in Sardegna e a Firenze. Continua a scrivere romanzi e poesie, continua a dipingere e ha mantenuto uno stretto legame con il mondo del teatro perchè realizza scenografie per musical, commedie e saggi di danza. Ma soprattutto si dedica alla sua famiglia numerosa, essendo diventata nonna di otto nipoti.

Katia Cianchi
Katia, lei insegna pittura ed è considerata una delle principali acquerelliste in Sardegna. Quali sono i suoi soggetti preferiti?

L’acquerello è una tecnica pittorica che ispira poesia e spiritualità. I miei soggetti preferiti sono i paesaggi con atmosfere rarefatte e nebbiose e i ritratti, sempre velati da un colore acquoso e compatto con il quale cerco di esplorare la profondità di uno sguardo o l’intensità di un pensiero.

Ogni artista esprime nell’arte la sua filosofia di vita e la sua visione del mondo. Qual è il mondo di Katia Cianchi?

Il mio mondo artistico è molto differente da quello reale. Quando ero piccola, credo che questa differenza per me non esistesse e sicuramente ho usato l’arte come scudo verso gli assalti della vita. L’arte è stata il mio rifugio, la mia consolazione. Tuttavia, quando il mondo con il suo fascino di realtà mi ha imposto una scelta, ho relegato nel mondo dell’arte tutti i sogni, le nostalgie e sopratutto la tristezza di una grigia infanzia per abbracciare con gioia e fiducia la vita. Questa mi ha ripagato dandomi una famiglia, dei figli, tante lotte ma sopratutto tanta serenità.

Insegna acquerello e olio nella scuola Artemisia di Cagliari. Cosa cerca di trasmettere ai suoi allievi?

La scuola Artemisia che ha sedi a Cagliari e a Quartu, operando con successo da oltre venticinque anni, non è solo una scuola dove si apprendono le tecniche del disegno, ma è un continuo incontro di persone sensibili, bisognose di esprimere capacità artistiche e umane in un ambiente costruttivo e in continua evoluzione di ricerca pittorica e culturale. Questa scuola mi ha dato la grande possibilità di trasmettere ad altri la magia di conciliare la fantasia espressiva con le difficoltà del vivere quotidiano. I miei allievi imparano ad osservare con altri occhi le variazioni cromatiche della natura e a esprimere con l’uso del pennello o della matita la ‘narrazione interiore’ degli oggetti, dei paesaggi, dei volti. Dipingere diventa così quasi un pretesto per aprire l’animo a dialoghi sempre nuovi e ad usare come linguaggio la materia pittorica.

Negli anni 80 ha fondato la Compagnia teatrale del Bricolage che ha prodotto numerose opere. Ora quell’esperienza è terminata ma continua a collaborare con la scenografia. Come è il mondo del teatro in Sardegna: aperto o chiuso?

Gli anni del teatro sono stati per me anni di grande felicità e fatica. Premetto che nella Compagnia del Bricolage da me fondata, avevo molti ruoli: dalla regia alla stesura dei testi, dalla scenografia alla realizzazione dei costumi, tutto era affidato alla mia creatività. Ciò era molto stimolante ma anche molto faticoso in considerazione che a quel tempo i miei quattro figli erano ancora piccoli. Ma erano anni di grandi entusiasmi culturali. Nella Sardegna degli anni Ottanta i movimenti teatrali erano numerosi e quasi sempre di buona qualità. Lo spirito competitivo era uno stimolo alla creatività e a quel tempo, nell’Isola sono approdati artisti e Compagnie di fama internazionale. Si viveva come ammaliati da una ricerca seria e laboriosa. Ai giovani attori della mia Compagnia credo di aver trasmesso l’amore per le arti sceniche. Un amore che va ben al di là del concetto di “fare un lavoro per ottenere un giusto corrispettivo”. Lo dimostra il fatto che, appena sciolta la Compagnia, molti dei miei collaboratori hanno continuato a fare teatro, fondando a loro volta delle Compagnie tutt’ora attive e di qualità, mentre altri hanno rivolto i loro studi o la loro principale occupazione ad attività artistiche e di pura creatività. Appena sciolta la Compagnia ho comunque mantenuto la mia relazione con il mondo del teatro realizzando scenografie su ordinazione. Questo lavoro mi affascina e si concilia perfettamente con la mia passione per il disegno e le arti pittoriche. Purtroppo devo dire che oggi fare teatro in Sardegna è veramente una impresa difficoltosa. Conosco molti bravi artisti sardi che sono emigrati all’estero riscuotendo un buon successo e qui in Sardegna sono quasi sconosciuti. Da questo non posso che constatare con amarezza tutta la chiusura e il vuoto che circonda l’arte di fare teatro in Sardegna.

E’ difficile fare teatro oggi in Sardegna?

Fare teatro in Sardegna oggi, penso che sia una impresa rischiosa e quanto mai difficile. Questo lavoro non è riconosciuto né giustamente ricompensato. Anche delle buone proposte e tante iniziative di qualità vengono lasciate languire nella completa indifferenza. Solo la grande passione e la tenacia di pochi teatranti possono continuare a far vivere una qualche forma di teatro in Sardegna.

Ci racconta della sua Compagnia? Che tipo di opere avete messo in scena?

La Compagnia del Bricolage, una trentina di componenti, è stata fondata alla conclusione di un corso di animatori di comunità nel quale insegnavo teatro e dal 1982 al 1992 ha prodotto 12 spettacoli originali e inediti rappresentati a Cagliari e in Sardegna entrando a far parte del circuito scolastico. Tutte le opere di cui sono l’autrice rappresentano una ricerca di linguaggio e di sperimentazione teatrale rivolta alla descrizione della solitudine umana nel difficile cammino della vita. Questa ricerca è incominciata con “Il fiore incantato”, una breve favola in tre quadri dove è predominante la lotta del bene e del male, idealizzata e descritta dal simbolismo del costume e dalle atmosfere sceniche. Continuando sul tema favolistico, ho scritto e diretto “Scialle rosso”, opera in due atti che, sul filo della pantomima, racconta il riscatto ottenuto sull’egoismo umano da un gesto di bontà e la conquista, grazie a questo gesto, della serenità interiore. Con “Scherzo di carnevale” questa ricerca si fa quasi onirica e irreale. Un collage musicale fa da linguaggio agli attori e lo sguardo spazia nel tempo e nella storia per ritornare alla interiorità dei personaggi. Il lavoro continua con altre opere quali “Single” o con “Isole nell’isola” e “Il paese verde smeraldo” dove la collaborazione con diverse scuole di Cagliari diventa per la Compagnia motivo di crescita e di confronto. L’atto unico “Fermo gioco” è l’opera più rappresentativa di questo percorso, in quanto ha visto la collaborazione attiva e determinante di un gruppo di alunni della scuola media di Sant’Elia. Alunni molto interessati al discorso teatrale, vivaci nell’inventiva e nella volontà, materiale umano col quale si dovrebbe sempre poter costruire un discorso teatrale. Dopo l’utilissima esperienza nella scuola, la Compagnia ha messo in scena “Morteinframmenti”, atto unico che, racchiudendo tutte le passate esperienze, matura un discorso teatrale più completo ed eterogeneo. In quest’opera si analizza per immagini la sofferenza adolescenziale nel chiuso della casa e della famiglia. Il tutto è affidato a un effetto scenico molto elaborato di ombre in movimento, spiragli di porte che si aprono e chiudono come nicchie nei quali vivono i ricordi e scenari in frammenti, quasi gabbie in movimento che ostacolano i sogni del protagonista.

Poi?

Con “Agord” il discorso si fa corale e di più ampio respiro. Per rappresentare quest’opera, la Compagnia ha ottenuto la collaborazione dell’Ente Lirico lavorando con artisti come Rambaldi e i costumisti del teatro dell’Opera di Roma. “Agord” narra la sorte di un villaggio e di due suoi abitanti che, di fronte al minaccia di una terribile siccità, sperano di risolvere con un atto egoistico il dramma della sopravvivenza. In “Libera nos” e “La bottega di Marta” la Compagnia, affrontando temi sempre intimisti e rivolti ad esplorare il “linguaggio dell’anima”, studia con attenzione l’uso della parola e del simbolismo nel teatro sperimentale. Una bella e costruttiva esperienza è stata infine l’opera “Saurra” in lingua campidanese e rappresentata ad Uras in una interessante rassegna di opere sarde.

Perché ha deciso di chiudere?

Ho deciso di porre fine alla mia attività teatrale unicamente per motivi economici. Con i tagli ai finanziamenti regionali e comunali i costi dell’affitto dei teatri, delle attrezzature, del personale e della SIAE sono diventati esorbitanti e hanno finito per rendere inevitabile questa decisione.

Un’altra delle sue passioni è lo scrivere. A diciotto anni ha ricevuto il Premio Deledda. Con quale opera?

Per me scrivere è stata una passione costante e naturale. All’età di diciotto anni vinsi ex aequo con altri tre partecipanti il Premio Grazia Deledda con l’opera inedita “Concettina Orrù”, un lungo romanzo che descrive la vita di una adolescente agli inizi del ‘900 nel suo ambiente arcaico seguendola nel suo divenire donna in un mondo che si trasforma imponendole delle scelte e delle grandi rinunce.

Il suo primo romanzo è stato pubblicato nel 1971. Di cosa trattava?

Nel 1971 la casa editrice Fossataro ha pubblicato il mio romanzo “Lui e gli altri”. Protagonista è un giovane sacerdote animato da una forte vocazione, ma che per la sua inesperienza e ingenuità mal si adatta alle regole e alle ipocrisie di una Chiesa troppo distante dal mondo degli umili.

Successivamente che cosa ha pubblicato?

Successivamente, pur avendo scritto altri tre romanzi, ho pubblicato soltanto una serie di racconti su quotidiani e riviste a carattere regionale e nazionale.

Che qualità deve avere secondo lei uno scrittore per emergere?

Oggi per emergere credo non si debbano avere particolari qualità. Noto con rammarico un certo degrado della lingua italiana nel panorama di una editoria incline ad accontentare lettori affascinati più dalle imposizioni del mercato e da mode passeggere che dal piacere di una lettura costruttiva e di qualità. Uno scrittore per me dovrebbe avere la capacità di ‘accarezzare l’anima’ del lettore, dovrebbe affascinarlo con immagini limpide, destinate a rimanere a lungo nei recessi più profondi del suoi pensieri.

La sua famiglia ha condiviso la sua passione per l’arte?

La mia famiglia ha sempre approvato le mie passioni artistiche. Devo soprattutto a mio marito il sostegno morale e materiale nel percorso teatrale e ai miei quattro figli la carica di entusiasmo e collaborazione che ha fortemente ispirato le mie opere. L’infanzia dei miei figli è trascorsa sui palcoscenici e nelle sale di prova. Il teatro è stato per loro uno stimolo alla curiosità, hanno vissuto come in una favola, alla ricerca della strada per la realtà, risolvendo giorno per giorno con lo studio e la ricerca i problemi di un mondo che li attendeva oltre il sipario.

Essere un artista comporta solitamente un certo isolamento per esplorare la profondità dell’animo. Anche per lei è così?

L’isolamento nel quale l’artista tende a racchiudersi fa parte della sua esigenza creativa. Anche per me, chiudermi nei miei pensieri, è indice di una personalità portata alla meditazione e alla contemplazione dell’animo, qualcosa che assomiglia alla nostalgia, ma che non ha la stessa tristezza. Anzi, questa solitudine è piena di serenità, di quiete. Un porto nel quale attraccare dopo le varie tempeste della vita.

In definitiva secondo Katia Cianchi in Sardegna con la cultura si può vivere o soltanto sopravvivere?

Gli artisti più appassionati, quelli che senza l’arte non potrebbero esistere, un modo per sopravvivere sanno sempre trovarlo e sarà proprio grazie a queste persone che la cultura non si lascerà seppellire da questi tempi incerti, pieni di chimere. La Sardegna potenzialmente potrebbe vivere e prosperare nella cultura e nell’arte essendo per natura un patrimonio inesauribile di cultura e di tradizioni: sta in noi e soprattutto nei giovani non abbandonare questa terra, ma stare uniti per collaborare a progetti sempre più ambiziosi.

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