Is ascurtus: le antiche profezie dei cagliaritani

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is ascurtus

Frasi smozzicate prese per caso dai discorsi ascoltati qua e là e poi riunite insieme, quasi a comporre un vaticinio, una profezia. Una previsione per il futuro. Lunghe sere appostati nella salita di Buon Cammino ad ascoltare quelle che la credenza popolare voleva fossero le voci dei santi. E’ la tradizione de is ascurtus (o is scurtus, per dirla con don Paolo De Magistris) legati alla chiesetta dei santi Lorenzo e Pancrazio dove, fino quasi alla seconda guerra mondiale, i cagliaritani, soprattutto le donne, avevano l’abitudine in determinate occasioni di salire il colle di Buon Cammino pregando e raccogliendo casualmente (spesso sguinzagliando anche i ragazzini) le parole altrui per formare delle previsioni sul loro futuro e su quello dei loro cari.

Alziator e is ascurtus

“Il carattere demologicamente (attinente alla cultura popolare, ndr) conservativo della zona di san Lorenzo – scriveva nel 1963 il letterato e antropologo cagliaritano Francesco Alziator – è riconfermato dall’usanza detta de “is ascurtus” durata sin quasi alla seconda guerra mondiale. Per tre volte all’anno: nel giorno della solennità della Vergine del Buon Cammino, in quello della sagra di san Lorenzo e durante la Settimana Santa, la gente del popolo, specialmente le donne, salivano pregando il colle e, raccogliendo qua e là le parole dette dal prossimo, le univano assieme per trarne previsioni per il futuro”.

Un‘usanza, questa, che accomuna la Sardegna alla Romagna dove, scrive ancora Alziator citando il filologo Luigi De Nardis, esisteva l’usanza in determinate circostanze di ascoltare le voci, anche provenienti da lontano e trascinate dal vento in modo da trarne “ventura per la sorte dell’anno e nell’avvenire”.

Secondo l’Alziator “dall’esame complessivo dei dati cagliaritani e romagnoli non è difficile scorgere i vari elementi che fanno risalire ad un più antico rituale di indubbio carattere religioso:

  1. l’ascendere il colle in preghiera;
  2. il solito tabù che vieta di comunicare ad altri le rivelazioni e la conseguente punizione qualora esso venga violato;
  3. i giorni particolari nei quali si praticava questa specie di oroscopo, tutti legati all’inizio di un ciclo stagionale”.

“Circa l’origine di quest’usanza di trarre presagi da parole udite a caso – scriveva ancora l’Alziator – riteniamo che essa discenda e sia comunque in connessione con la usanza ebraica del bath’col. Questa usanza di cui è ricordo già nel Vecchio Testamento, consisteva appunto nel reinterpretare come presagio delle parole udite a caso”.

 Is ‘scurtus di Paolo De Magistris

is ascurtusLe parole di Francesco Alziator sono riportate dallo scrittore cagliaritano Adriano Vargiu che alla voce Madonna del Buon Cammino del volume “Ecce Sardinia mater tua 1908-2008” sui titoli mariani in Sardegna (Cap. 1 “Santa Maria mamma de Deus“), pubblicato dai Padri Mercedari del Santuario di Bonaria e regalato a Papa Francesco in occasione della sua visita a Cagliari nel settembre 2013, riporta anche le parole dello storico sindaco di Cagliari Paolo De Magistris (al quale probabilmente Alziator si era ispirato) che al posto de is ascurtus parlava forse più propriamente (dal punto di vista linguistico) di is ‘scurtus.

Con riferimento alla chiesa dei santi Lorenzo e Pancrazio, intitolata anche alla Madonna del Buon Cammino, il Vargiu (la voce è stata pubblicata per la prima volta sul notiziario dell’Arcidiocesi di Cagliari)  riprende le testuali parole di Don Paolo De Magistris:

“Il “rito” più singolare era quello che si svolgeva per spontanea iniziativa popolare nei mercoledì di Quaresima. Soprattutto dal Castello, ma anche dagli altri quartieri cittadini, nel primo pomeriggio convenivano sul rocciato numerose donne. Sedute a crochi si davano, com’è nella loro natura, a un interrotto cicaleggio. Da un gruppo all’altro, il vento, quasi mai assente nel luogo, trasportava brandelli di discorsi, apparentemente incoerenti tra di loro, ma che le donne, quasi fossero alla presenza di un antico oracolo pizio (da Pizia, la sacerdotessa di Apollo nel santuario di Delfi, ndr) interpretavano ricavandone indicazioni augurali a seconda dei propri desideri. Era “su scurtu”, I’ascolto, da cui attendevano risposte alle loro segrete ansie di madri e di spose. Rito pagano? Forse nelle più remote origini, ma certo non nelle intenzioni o nella convinzione che esso fosse un dono della Madonna e di San Lorenzo, che aiutavano a leggere nella oscurità del futuro colla luce, anche se appena in barlume, di una fede ingenua e però profonda”.

Oggi is ascurtus, o is ‘scurtus, sono diventati degli incontri quaresimali organizzati dal rettore della chiesa dei Santi Lorenzo e Pancrazio, monsignor Mario Ledda, che da due anni ha dato nuovo smalto al piccolo gioiello di Buon Cammino, facendolo diventare un vero e proprio centro di diffusione della cultura cristiana a Cagliari. Senza dimenticare, come testimonia il nome is ascurtus dato ai suoi incontri di catechesi, le tradizioni cagliaritane legata alla chiesa.

Ringraziando lo scrittore cagliaritano Adriano Vargiu per il materiale storico fornitomi e per i preziosi spunti e consigli, pubblico su Sua segnalazione la straordinaria unica poesia in cagliaritano classico che Paolo De Magistris ha dedicato alla festa di san Lorenzo.

SA FESTA DE SANTU LORENZU

Asua de s’arrocchili
est’oberta sa Cresia
antiga de Santu Lorenzu.

Esti strintu su logu
e su callenti è de morri
cun sa genti stibbia
ananti de sa Statua.

Is candelas si croccanta
scallaras de sa basca
e stiddianta sa cera
cun su lusingiu a pampas.

Is pararas inforas
bendinti in is palinis
su cixiri e sa nuxedda,
sa gazzosa e is turronis
e sa sindria, a sa tacca
de Serramanna, birdi e tunda
de foras, aintru arrubia che fogu.

Bessi sa prucessioni
a su son’e sa banda,
candu su soli, a stani,
cumenzar’a si croccai.

In su campanileddu
is campanas schinnias
movinti, arreppiccaras
cun is funis sfiglioncaras
de Amedeu Biddieboi.

Imburchinant’is beccias
in sa calara; sa piagna
cun su Santu e sa cardigh’e pratta
sanziar’in basciu e in susu
coment’ìn mari is undas.

Murrungian’t un’arresu
ls femmineddas, struppiendi
su latinu de is orazionis.
Sa musich’e sa banda;
s’abboxinu de is bendidoris;
su zaccarr’e is guettus;
su ciacciarr’e sa genti
s’ammesturant’a pari
e parint’unu zummiu
de unu casidd’e abis.

Passa sa prucessioni
in is portas antigas
e, de prazz’e presoni, calara
in s’arruga deretta.

Passant’a dus a dus
Bissenti e Arrafeliccu,
Cicitu cun Nazieddu,
Bucciucca cun Pioccu,
Beraglia cun Pulenta:
sabatteris e piluccheris,
cabus maistrus e ferreris,
fusteris e gliauneris
cun su froccu in sa giacca
de sa bestimenta bona.

Trumbonis e grancascias
e prattus e cornettas
arrentronanta s’aria.

Avattu de sa piagna
unu canonigu becciu
si chistionar’a solu
ponendisì tabaccu.

Furria sa processioni
cand’esti scorighendi
e in is bancus s’alluinti
is lantias de carburu.

Tottu a una borta in celu
arziara una pampara
bjrdi asuletta e groga
chi si sparziri in centu
e poi centu cicciddas.

De is fogus de artifiziu
pari su xelu alluttu
de stellas ammacchiaras
gioghendi a sighi sighi.

Solittant’is guettus
e arrentronant’is zacchirus.
Sa genti s’è cittia
coment’e abbabballuccara.
Is tres toccus signalanta
chi sa festa è accabara.

In su celu is stellas
passant’a curridura.
Funti aicci impressias
chi no si fair’a tempus
a pensai unu disiggiu.

Ma de tottu sa genti
unu disiggiu è zertu:
attrus annus sia mellus
e cun bona saluri
chi sa grazia s’accanzara
furriendi in sa cardiga
santu Lorenzu martiri
in sa cresiedda antiga
asua de s’arrocchili.

 

LA FESTA DI SAN LORENZO

In alto sulla roccia
sta aperta la Chiesa
antica di San Lorenzo.

E’ ristretto lo spazio
ed è alto il calore
per la gente stipata
tutt’intorno alla statua.

Le candele si piegano
disciolte dal calore
e sgocciolano la cera
col lucignolo in fiamme.

Gli ambulanti, di fuori,
vendono nei canestri
i ceci e le nocciuole
la gassosa e il torrone
e I’anguria di Serramanna
con la finestrella, verde e rotonda
fuori, dentro rossa di fuoco.

Esce la processione
al suono della banda
quado dietro lo stagno
va declinando il sole.

Su nel campaniletto
Ie campane fesse
muovono, dondolanti,
suonate, con le funi,
consunte, da Amedeo Biddieboi.

Incespicano le vecchiette
nella discesa; Ia portantina
col Santo e la graticola d’argento
s’alza e s’abbassa
come le onde del mare.

Biascicano una preghiera
le donnette e storpiano
il latino delle orazioni.
La musica della banda;
il vocio dei venditori,
il crepitio delle castagnole,
il bisbiglìo della gente
si compongono insieme
e sembrano il ronzio
d’un alveare in moto.

Passa la processione
sotto le antiche Porte
e dalla Piazza delle carceri
scende per la via Dritta.

Sfilano a due per volta
Vincenzo e Raffaele
Cicito assieme a lgnazio,
“Budello” con “Tacchino”
“Beraglia” con “Polenta”:
ciabattini e barbieri,
capimastri e ferrari
falegnami e tolai
con la coccarda alla giacca
dell’abito festivo.

Tromboni e grancasse
e timpani e cornette
rimbombano nell’aria.

Segue, dietro la statua,
un canonico vecchio
che mormora da solo
mentre annusa il tabacco.

Svolta la processione
quando scende la sera
e sui banconi accendono
le lampade al carburo.

Ecco, di colpo, in cielo
sale una vampata
verde, azzurrina, gialla
che si divide in cento
e altre cento stelle.

Dai fuochi artificiali
è tutto acceso iI cielo
di stelle impazzite
che giuocano a rincorrersi.

Sibilano i mortaretti
e rintronano gli scoPPi.
La folla è ammutolita
come per incantesimo.
i tre colpi segnalano
la festa è finita.

Passan veloci in cielo
le stelle cadenti.
Sono così di fretta
che non rimane il tempo
di esprimere desideri.

Ma di tutta la folla
un desiderio è certo:
un altr’anno sia meglio
con la buona salute
se la grazia ci impetra
steso sulla graticola
Lorenzo il Santo Martire
nella chiesetta antica
in alto sulla roccia.

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