Incendi boschivi: bisogna salvare la Sardegna dalla desertificazione

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Gli effetti dell'incendio che ha colpito la vallata Capo Blu - Eden Rock, a Santa Margherita di Pula

Gli incendi boschivi distruggono in Sardegna ogni anno migliaia di ettari di territorio favorendo la desertificazione e il dissesto idrogeologico. Eppure i modi per prevenire i roghi ci sarebbero. Basterebbe avere a cuore la nostra terra e combattere gli interessi economici che stanno dietro questa piaga. Lo sanno bene i volontari della associazione “L’uomo che pianta gli alberi”, da anni in prima linea per la tutela dell’ambiente e protagonisti di numerose iniziative dedicate alla prevenzione degli incendi boschivi e all’educazione ambientale dei bambini. Per favorire la comprensione di un problema decisivo per la nostra terra pubblichiamo – a scopo divulgativo – alcuni stralci di una interessante e istruttiva intervista fatta dalla presidente dell’associazione “L’uomo che pianta gli alberi”, Anna Cadoni, a Giorgio Pelosio, amministratore della Teletron ed esperto in sistemi per la prevenzione degli incendi boschivi, intervistato nei giorni scorsi anche su questo sito.

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Gli effetti dell’incendio che ha recentemente colpito la vallata Capo Blu – Eden Rock, a Santa Margherita di Pula

Incendi boschivi: una piaga devastante

Intervista a Giorgio Pelosio, esperto in sistemi per la prevenzione degli incendi boschivi, realizzata dalla presidente dell’associazione “L’uomo che pianta gli alberi” Anna Cadoni.

D. Cosa sta succedendo in Sardegna sul fronte degli incendi boschivi?

R. Stiamo assistendo a una devastazione totale del territorio nell’indifferenza della gente che subisce tutto questo passivamente. L’immagine è quella di una Sardegna che nel periodo estivo è meta degli incendiari, fuori controllo. Questo non va bene nel momento in cui è una delle zone, a livello internazionale, dove il turista viene perché trova e si aspetta un ambiente meraviglioso e ancora intatto. La piaga degli incendi boschiviè una situazione che si potrebbe evitare o ridurre drasticamente. L’usanza di bruciare i terreni per migliorare la fertilità del terreno è molto antica, ma prima quando qualcuno creava un incendio per bruciare delle stoppie c’era sempre chi da vicino controllava fino all’ultimo momento che il fuoco non andasse fuori controllo.

D. Le cronache antiche (fino ai primi decenni dell’800) parlano di una Sardegna ricca di boschi. Le cronache successive, invece, descrivono una Sardegna inaridita. E’ vero che c’è stata la speculazione ai tempi dei Savoia, coi grandi disboscamenti durante il Regno di Sardegna e con l’unità d’Italia poi, sostanzialmente con Cavour. E’ possibile ritornare a quella Sardegna? Ci sono le condizioni ambientali perché si possa ricostituire una Sardegna ricca di boschi?

R. Si potrebbe tornare a questa situazione, però per certe specie di alberi ci vogliono millenni prima di diventare piante adulte. La macchia mediterranea è un ombrello straordinario per il terreno, perché limita i danni dell’acqua quando arriva la pioggia, in certi casi torrentizia, che limita il dilavamento dei terreni dove l’humus viene completamente trasferito a valle. Ha un compito molto importante: basterebbe farla ricrescere nell’arco di 5-10 anni e costituirebbe uno strato di protezione del terreno, favorendo poi la crescita di altre piante, che possono essere endemiche della Sardegna oppure piante di rimboschimento.

D. Però sarebbe un processo molto lungo…

R. Sì. Per riprodurre un bosco di tassi o una querce ci vogliono centinaia, migliaia di anni. Qui in Sardegna abbiamo delle specie straordinarie di tassi che hanno 2/3000 anni e degli ulivi, degli ulivastri che sono famosi nel mondo. Se questi esemplari sono arrivati fino a noi oggi, vuol dire che prima c’era la cultura e il rispetto di queste piante, di cui la Sardegna era straordinariamente colma. Ovunque c’erano lecci, corbezzoli, tassi, ginepri… Oggi ce ne sono ma molto meno. Certamente gli incendi sono una delle prime cause. Altra abitudine degli ultimi 50 anni è che vengono fatti dei rimboschimenti certe volte inappropriati, fatti con gli eucaliptus o con i pini. Ancora oggi vengono fatti rimboschimenti con l’eucaliptus, una pianta tipica che viene utilizzata nelle zone ricche d’acqua, quindi messa addirittura per assorbire l’acqua all’uscita degli impianti di trattamenti delle acque. Una pianta adulta di eucaliptus è in grado di assorbire 200-300 litri di acqua al giorno. Ora, però, le zone in cui c’è tanta acqua in Sardegna sono veramente molto poche. Quindi fare il rimboschimento di eucaliptus in una montagna, porta ad inaridire ulteriormente delle zone che magari sono state già percorse dal fuoco. I pini, essendo resinosi, sono estremamente resistenti, quindi vivono anche in situazioni difficili con scarsità di acqua e crescono un po’ più velocemente di altre essenze. Le specie endemiche della Sardegna rimangono sempre quelle della macchia mediterranea, poi i ginepri, i lecci… Queste sono le piante tipiche della Sardegna. I corbezzoli noti come arbusti si trasformano molte volte in alberi, sono delle piante veramente straordinarie.

D. Quanti ettari di vegetazione si perdono ogni estate in Sardegna?

R. Solo se pensiamo agli ultimi 20 giorni, credo che siano partiti 6 mila ettari di territorio, pascolo e boscato. Questo, oltre a essere un danno ambientale, determina anche un notevole aumento della temperatura: da osservazioni che faccio da circa trentacinque anni ho verificato che non è vero quello che si dice: “Fa caldo quindi nascono gli incendi”. E’ completamente alla rovescia: fa caldo perché ci sono gli incendi. Se c’è un incendio di qualche centinaio di ettari al centro della Sardegna e soffia il maestrale, a distanza anche di 100 Km la temperatura può aumentare oltre i 5 gradi. Questo lo dico per osservazioni fatte tutti gli anni in Sardegna. Il ragionamento è all’opposto.

D. Se si andrà avanti così, il processo di desertificazione sarà irreversibile?

R. Esattamente. Perché non c’è possibilità di far crescere delle piante in una zona percorsa più volte dagli incendi boschivi. Quando ci sono ad esempio delle zone granitiche, dove è passato più volte un incendio, prima che si ricostruisca l’humus (quindi tutto quel processo lentissimo che consente di creare il substrato per rinnovare di nuovo la vegetazione, quindi per far partire le piantine) ci vogliono centinaia di anni e in certi casi migliaia di anni perché è un processo lentissimo in quanto c’è poca acqua, molta pietra… Perciò la situazione è veramente molto difficile. Se si pensa che per costruire la pineta di Sinnai, fatta ai tempi della guerra, erano state scavate delle enormi buche nel granito, le avevano riempite di terra e lì avevano piantato gli alberi. Quindi pensate alle difficoltà che ci sono per fare un rimboschimento. Purtroppo, la maggior parte di quel rimboschimento di Sinnai, una quindicina di anni fa è scomparso per un incendio che in poche ore ha distrutto la maggior parte di quella meravigliosa pineta.

D. Cosa occorre secondo te per invertire questo processo di desertificazione della Sardegna?

R. Il processo di desertificazione è soprattutto un fatto culturale, che genera grandi interessi economici. Non è facile da sradicare. Bisogna mettere l’albero, il bosco, al primo posto nell’ambiente. Quando vediamo per esempio che brucia un ettaro di vegetazione, oltre al danno determinato del fatto che stia bruciando quella vegetazione e ai costi dell’intervento di spegnimento, non c’è più quell’ettaro, e quell’ettaro mancante ha impoverito il territorio. L’altro effetto molto importante è il fatto che quella piccola porzione di vegetazione non assorbe più la CO2, e l’assorbimento della CO2 è fondamentale. Invece, da una parte bruciando produciamo una enormità di CO2, da un’altra parte si impoverisce il territorio e quell’ettaro lì non ci sarà più, con la sua possibilità di assorbire la CO2. Quindi il problema è doppio. Più i costi degli interventi aerei ed a terra che oramai sono alle stelle.

D. Quanto costa un intervento?

R. Ricordo che l’incendio del 7 agosto di tre anni fa a Sinnai, nella zona di San Gregorio, è costato, solo di interventi aerei per 300 ettari percorsi dal fuoco, 300 mila euro. Stiamo parlando solo di costi vivi. Poi c’è tutto quello che gira intorno, che ha dei costi aggiuntivi.

………….

C’è un business dietro gli incendi? Chi ci guadagna?

Certamente tutti quelli che hanno fatto questo servizio, tutti quelli che hanno fornito il carburante, tutti quelli che hanno fatto delle missioni, tutti quelli che girano intorno alla macchina dell’antincendio. La campagna antincendio io la vedrei più come ”campagna incendi”. Ma non sto affermando nulla di nuovo, sulla stampa appaiono da oltre 40 anni articoli in tal senso.

Sono privati?

Ci sono certamente anche dei privati. I canadair sono della protezione civile però gestiti da società private sotto il controllo dei vigili del fuoco. Poi ci sono gli elicotteri che sono per lo più di società private. Ma è evidente che dietro tutta questa macchina girano un sacco di soldi. Per ogni ora in cui girano (questi sono dati della protezione civile), se girano quattro canadair e un elicottero ci sono circa 50-60 mila euro l’ora di interventi. Siccome un intervento può durare dalle 5 alle 10 ore… lì si vede quali interessi si mettono in moto con un incendio. Devo dire che questo coinvolge anche moltissime persone che invece si sacrificano ogni giorno, quei volontari che io ritengo gli unici che si dovrebbero occupare dell’antincendio, volontari specializzati e formati. In molte regioni la maggior parte delle attività antincendio è affidata ai volontari sia per l’osservazione, sia per l’identificazione, sia per l’intervento. Questo sarebbe importantissimo. Dove invece ci sono in gioco altri interessi, non è detto che gli incendi vengano spenti in maniera rapida.

………….

Giorgio, tu di cosa ti occupi?

Sono ormai 40 anni che mi occupo di sistemi per la prevenzione degli incendi boschivi. Il primo sistema lo abbiamo fatto nel 1986, collaudato nei territori di Arzana, vicino a Lanusei, col contributo della Comunità Europea e dell’Ispettorato Regionale delle foreste di Nuoro. Quel primo sistema fatto ha avuto un grande successo, tant’è vero che è stato organizzato un convegno in Francia nel 1987, proprio per parlare di questa tecnologia innovativa nell’infrarosso e nel visibile.

In cosa consiste questo sistema?

Sì. Per quale motivo un incendio si propaga in maniera così rapida? Quando si riesce a spegnerlo e quando non vi si riesce? Cosa succede? Se un incendio è molto piccolo e viene identificato sul nascere, sapendo esattamente dove si trova questo incendio, c’è la possibilità di spegnerlo in tempi brevissimi. Tutto può partire anche da un fiammifero, e propagarsi alla pagliuzza, al cespuglio, all’albero, alla chioma… Dopodiché diventa molto difficile spegnere un incendio. Poi, in certe situazioni impieghi diversi canadair o altri mezzi, persone… ma non si riesce a spegnere l’incendio, come è successo tante volte con incendi di addirittura migliaia di ettari, che sono divampati soprattutto all’estero dove, con impegno anche di 50 mila persone, elicotteri e mezzi, non sono riusciti a spegnere, finché non è arrivata la pioggia e si è risolto il problema.

Qual è quindi in sintesi l’alternativa che tu proponi?

L’alternativa è questa: localizzare in tempi brevissimi (3 minuti massimo) un incendio, quindi sul nascere, individuarne la posizione in maniera molto precisa e mandare quest’informazione a chi deve fare l’intervento, che possono essere o mezzi a terra o, se lo consentono le condizioni meteorologiche, l’elicottero. Dopo questo primo impianto fatto a Lanusei, in Ogliastra, visto il successo di questa iniziativa, la Regione, le comunità montane e altri enti hanno ordinato molti altri di questi impianti, che hanno funzionato fino al 2004 quindi hanno funzionato per circa 18 anni. Tutti impianti collaudati, che si basano soprattutto sulla prevenzione. La prevenzione fa anche effetto deterrente. Da uno studio fatto, si è visto che nell’arco di tre anni in tutte le zone monitorate da questi sistemi basati su telecamere dell’infrarosso e del visibile, nelle zone di migliore osservazione (in cima alle montagne), c’era una riduzione (e questi sono dati ufficiali) dell’80% degli incendi. Chi, intenzionato a dare fuoco, vedeva la stazione, non dava fuoco direttamente a vista proprio per il notevole effetto deterrente. E’ la stessa cosa che si verifica molto banalmente in un supermercato o in una banca: se uno si trova sotto una telecamera è scoraggiato a prendere determinate iniziative. Nel momento in cui viene localizzato in tempi brevissimi (stiamo parlando nell’ordine di 3 minuti massimi) un principio di incendio, se queste informazioni sono comunicate agli elicotteri e ai mezzi a terra, lo spegnimento può essere rapidissimo prima che il fuoco finisca in chioma e quindi che provochi danni che sono veramente irreparabili. Abbiamo numerosissimi casi registrati e a disposizione dall’insorgere dell’incendio al rapido spegnimento in brevissimo tempo.

Tornando ai costi di cui hai parlato prima (l’incendio del 2007, 300 mila euro per spegnere 300 ettari), questi sono legati anche alla durata delle operazioni di spegnimento? Più tempo occorre a spegne un incendio, maggiore è il costo e quindi anche i guadagni, giusto?

Esattamente.

Quindi, per chi trae profitto dalle operazioni di spegnimento, è “opportuno” che l’incendio abbia il tempo di propagarsi…

Certo, più dura, maggiori sono gli interessi.

Il tuo sistema non esclude l’impiego dei mezzi di spegnimento tradizionali (mezzi di terra e di cielo) ma ne ridurrebbe la necessità e i tempi di utilizzo…

Il fatto che io possa fare un intervento che duri 10 minuti o 10 ore, questo cambia moltissimo. Perché 10 minuti di elicottero possono costare qualche centinaio di euro. Se invece uno fa 10 ore di canadair, possono essere centinaia di migliaia di euro. Questa è la differenza. Oltre alla distruzione del territorio. Devo dire che le tecnologie di monitoraggio realizzate sono state utilizzate con successo dal 1986 al 2004 perché l’amministrazione ha visto che, nel momento in cui il rilevamento è immediato, l’intervento è immediato, la riduzione delle superfici bruciate è drastica, e che quindi delle zone importanti sono state preservate, preservate per molti anni. Poi dal 2005 hanno delegittimato questi impianti, che sono stati abbandonati da una amministrazione, in maniera ancora oggi incomprensibile, ma credo che ci sia un’indagine della Corte dei Conti in atto per capire le motivazioni per cui siano stati abbandonati perché erano impianti collaudati, entrati in esercizio, che hanno dato dei risultati importanti, perché se no la mia impresa non avrebbe continuato a produrre questi impianti. Si sarebbe fermata sul nascere nell’86, invece, visti i risultati, ha continuato a investire, come hanno investito altre regioni d’Italia e all’estero. Ora io credo che bisognerebbe fare un ragionamento importante, che è quello di ricostituire una rete di persone, di soggetti che siano veramente interessati al bene della Sardegna, al bene dei boschi e della vegetazione. Se non si fa questo (quindi bisogna entrare in un discorso di tipo culturale), se per gli interessi di pochi milioni di persone si devono trovare senza i boschi, in un ambiente insano, questo non va bene. Ritorniamo sempre al fatto dell’economia mondiale generale, che va sempre all’indirizzo di pochi straricchi che sfruttano tutta l’umanità. Una volta, quando c’era un incendio, suonavano le campane del paese e tutti partecipavano, andavano coi secchi, cercavano di dare una mano per spegnere un incendio. Oggi, quando c’è un incendio, c’è tutto un meccanismo piuttosto complesso: passano i minuti, qualche volta le ore, per cui il fuoco prende piede e brucia decine, centinaia, migliaia di ettari, come si è visto questi ultimi giorni, perché non c’è più la consapevolezza che è interesse di tutta la collettività contribuire a spegnere un incendio. Diventa anzi quasi uno spettacolo aspettare che arrivi l’aereo, carichi l’acqua e la scarichi sul fuoco. Senza pensare che quell’intervento, oltre a danneggiare l’ambiente, danneggia anche le tasche di tutti perché se le tasse vanno a finire alle stelle, come in questo momento, è anche per questa ragione.

Tra l’altro spesso i canadair attingono l’acqua dal mare. Quest’acqua salata che effetto ha poi sul terreno?

E’ devastante. Se io prendo un vaso di fiori e ci metto l’acqua salata, muore la pianta. Quindi, una volta che io sono andato a spargere il sale in giro… questo è un ulteriore danno. Quindi credo che vada fatta una grande trasformazione: dal business del bruciare al business del ricostruire e della prevenzione. Questo è fondamentale. Si può fare lo stesso il business. Pensa, anziché vedere le montagne tutte nere, vederle d’estate che si ricoprono di vegetazione. Vedere la gente occupata, che non ha necessità più di compiere atti vandalici perché avrebbe un’occupazione stabile. Anche in un decennio, con l’ausilio dell’uomo, si può ricostruire un manto di vegetazione in Sardegna. Per cui quando, arrivano le piogge, se arrivano a carattere torrenziale, questo manto di vegetazione consente di rallentare l’acqua e di farla assorbire regolarmente nel terreno. Invece, se noi vediamo quello che è successo nella zona di Olbia un paio di anni fa o di Capoterra, ci rendiamo conto del disastro ambientale di proporzioni incredibili in un’area molto piccola. Una volta che l’ambiente è distrutto e quindi non ci sono più i boschi, il danno che può provocare una massa d’acqua che arriva verso valle, crea una distruzione che ha un costo sociale e ambientale così elevato, che è incalcolabile. Solo coi costi di risanamento ambientale necessari, si potrebbe finanziare una campagna di ricostruzione di boschi che si sono persi. Possibilmente con specie endemiche della Sardegna, non con eucaliptus e pini.

Se fossero in funzione tutti gli impianti, quanti ettari potrebbe coprire questo sistema?

Il sistema potrebbe coprire oltre 600 mila ettari di territorio pregiato e individuare un principio di incendio entro 3 minuti con localizzazione precisa in pianta ed effettuare la previsione di sviluppo e direzione dell’incendio per poter aiutare le squadre dell’intervento e orientare i loro sforzi. Perché poi, non dimentichiamo una cosa: l’osservazione dell’incendio è soltanto una delle tantissime cose che può fare questo sistema di cui abbiamo parlato. Perché l’osservazione la può fare anche una vedetta. Ma è fondamentale l’effetto deterrente. E’ fondamentale la tempestività della localizzazione di un principio di incendio, seguirlo costantemente, sia nelle fasi iniziali sia nelle fasi dello spegnimento attraverso le camere termiche all’infrarosso, il fatto di poter consentire a quelli che si occupano dello spegnimento e che rischiano la propria vita, di avere uno strumento per sapere esattamente da dove arriva il fuoco e quindi qual è la linea di fuga più adatta. E’ una cosa che l’uomo, senza la strumentazione, non può fare.

I costi?

Grossomodo 3 euro per ettaro. Basti pensare che il rimboschimento di un ettaro può costare dai 15 mila ai 30 mila euro. Quindi il grande risparmio che si può avere è assolutamente evidente. E poi se non brucia è un vantaggio per tutti, per i boschi, per l’ambiente. C’è da considerare che un sistema di sorveglianza accurata e di monitoraggio del territorio (soprattutto gli ultimi tipi di telecamere e di dispositivi di registrazione) consentono di fare uno storico di quello che è avvenuto istantaneamente ma anche di quello che è avvenuto prima. E questo è importantissimo per poter stabilire anche le cause dell’incendio. Perché se io vado ad analizzare con grande dettaglio le immagini a 360°, posso avere tutti gli elementi per individuare ad esempio il movimento di un’auto sospetta e fornirli ai dispositivi di investigazione per determinare qual è stata l’origine dell’incendio. Se è stato un incendio casuale o se è stato causato dalla mano dell’uomo.

Le istituzioni, di fronte a questo progetto che tu hai presentato e che ha avuto anche una fase di realizzazione, come reagiscono?

Devo dire che ho trovato molto favore per i risultati, che sono estremamente chiari, evidenti, perché al di là di tutto, se uno guarda una zona dove c’erano gli impianti e vede il livello di protezione e di riduzione degli incendi… Questo ha trovato il favore di molte istituzioni. Stiamo parlando della Corte dei Conti, dei Carabinieri, Guardia di Finanza, barracelli… tutti quelli che operano nel territorio e hanno a cuore la prevenzione degli incendi. Il progetto si è fermato per motivi di carattere politico. Questi impianti sono in capo al Corpo Forestale Regionale dall’anno 2000 e la decisione è stata presa da un responsabile del Corpo Forestale Regionale, che non è detto rappresenti il pensiero di molti forestali (ai quali tra l’altro noi abbiamo fatto tanti corsi di formazione) i quali erano e sono ancora molto interessati all’utilizzo della tecnologia.

E i politici?

Dietro la scelta di abbandonare un sistema di impianti collaudato, certificato e entrato in esercizio, deve esserci l’interferenza di altri interessi. D’altra parte c’è un motivo che potrebbe essere la causa o la concausa di questo blocco, e cioè nello stesso anno in cui è stato bloccato il funzionamento degli impianti, la Regione aveva ottenuto un grosso finanziamento dall’Unione Europea Per un’altra rete di impianti (RTI Alenia Progensar Teletron) basandosi proprio sul miglioramento e la manutenzione di questi impianti. Ma stiamo parlando di milioni e milioni di euro. Quei soldi sono spariti, non si sa dove siano andati a finire. E su questo io ho fatto una denuncia alla Procura alcuni anni fa ma non se ne sa assolutamente niente. E’ strano che proprio nel momento in cui sono stati bloccati questi impianti, contemporaneamente siano spariti milioni di euro. E la Comunità Europea sta ancora aspettando i documenti di collaudo degli impianti (dell’RTI) sta aspettando ulteriori informazioni per vedere che cosa è stato fatto. Non è stata mai data risposta all’Unione Europea. Quindi c’è stato un grosso spreco di denaro pubblico e io mi auguro che chi è artefice di tutto questo prima o poi possa risponderne.

Quindi, appurato che ci sono grossi interessi economici e che c’è ostracismo da parte di certi ambienti della politica, a questo punto qual è la vera medicina? Sensibilizzare la coscienza pubblica?

Certo! Occorre che tutti, sardi e non, sappiano che esiste questa tecnologia e che è stata abbandonata! Oltretutto, quando c’è stato l’incendio dei Sette Fratelli, anziché mettere l’accento sul fatto che c’erano delle stazioni erano spente durante l’incendio, hanno focalizzato l’attenzione sulle perplessità intorno a questa tecnologia e che dietro vi si nascondeva qualche cosa di losco e che tutto quanto sarebbe stato affidato alla Procura della Repubblica. Mi ricordo molto bene questo: è successo nell’agosto di tre anni fa. Poi il silenzio. La verità è che è stato fatto un grande fumo per coprire le responsabilità. E di fatto a oggi non mi risulta che qualcuno sia stato denunciato dalla Procura per illeciti o altre responsabilità. Sono passati tre anni e dopo due anni l’indagine si chiude. Evidentemente qualcuno ha voluto mettere le mani avanti per proteggersi di fronte a quel disastro ambientale e allo spreco che c’è stato di tanti soldi. Ma siccome gli impianti erano registrati, collaudati ed entrati in esercizio, la grande responsabilità sta in coloro che tengono questi impianti fermi. Questa è la grossissima responsabilità. E io mi auguro che chi è preposto a occuparsi di questa cosa, le istituzioni pubbliche, se ne occupino fino in fondo: non possiamo continuare a guardare in maniera passiva incendi devastanti, a vedere i canadair, gli elicotteri che volano, mentre bruciano migliaia e migliaia di ettari di territorio, di animali, aziende distrutte… Tutto questo è un danno grossissimo anche per la collettività. Tutto questo non va bene, bisogna reagire in maniera molto ferma.

………….

Qui l’intervista integrale sui sistemi di prevenzione degli incendi boschivi pubblicata dal sito Scirarindi.

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