Iconografia cristiana: la realtà vista dalla prospettiva di Dio

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Il maestro iconografo Michele Antonio Ziccheddu al lavoro

Non è semplice guardare la realtà con gli occhi di Dio. Avere una prospettiva inversa rispetto a quella imposta dal mondo moderno che, dall’illuminismo in poi, ha iniziato a vedere l’uomo come il protagonista assoluto dell’Universo. L’iconografia, arte nata quando la Chiesa era ancora indivisa per divulgare la Sacra Scrittura e renderla comprensibile anche alle persone meno colte, ha invece sempre e solo come protagonista Dio. Il Dio incarnato, che si rivela all’uomo attraverso le immagini, la luce, i colori. L’antica iconografia bizantina, rimasta pressoché inalterata fino ad oggi nella Chiesa orientale, dove l’iconografo è un vero e proprio ministro di culto nominato dal Vescovo, è stata però gradualmente estromessa dalla moderna Chiesa occidentale dove negli edifici di culto l’arte è diventata un semplice abbellimento.

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Il maestro iconografo Michele Antonio Ziccheddu al lavoro

«L’icona è una immagine sacra che deve essere al servizio della liturgia e ispirare la preghiera in chi la guarda», spiega Michele Antonio Ziccheddu, maestro iconografo che a Mandas ha fondato insieme a sua moglie Emanuela l’Accademia Santu Jacu, probabilmente l’unica scuola esistente in Italia in cui si studiano, in un percorso pluriennale, esclusivamente l’iconografia e la teologia dell’icona.

Appassionato di pittura e disegno sin da bambino, il maestro Ziccheddu ha studiato e si è laureato in Teologia a Bologna, dove ha frequentato numerosi corsi di Teologia dell’Icona tenuti dai massimi iconografi italiani e internazionali. Ma è stato soprattutto durante un viaggio di studio sul Monte Athos che ha ricevuto la folgorazione, conoscendo ed apprezzando da vicino la vera iconografia e la spiritualità dei monaci ortodossi.

«L’amore per l’ iconografia non è nato semplicemente da un desiderio umano – racconta Michele Ziccheddu – ma da una vera e propria chiamata: è Dio che ti mette nel cuore il desiderio di intraprendere questo cammino spirituale, che è anche un cammino di santità».

Seduto sulla cattedra dell’Accademia Santu Jacu di Mandas, il volto quasi coperto dalla sua icona preferita, quella del Cristo Pantokrator, Michele Antonio Ziccheddu ci fa entrare in punta di piedi nell’affascinante mondo che si cela dietro le sue immagini dai colori vivi che raccontano tanti episodi del Vangelo.

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Il maestro iconografo Michele Antonio Ziccheddu al lavoro

«Non è possibile scrivere un’icona se non si ha una profonda conoscenza teologica della Sacra Scrittura», premette, spiegando che l’iconografo deve esprimere le verità della fede e per questo deve seguire precise regole teologiche, oltre che artistiche: «un errore in iconografia non è mai solo un errore tecnico ma sempre anche un errore teologico, di conseguenza è un’eresia».

Ecco perché sono necessari anni di studio e di esercizio per diventare iconografi. Dopo un corso propedeutico di circa sette incontri, che servono soprattutto al maestro per saggiare le attitudini spirituali e artistiche degli allievi, a Mandas l’Accademia vera e propria dura dai tre ai cinque anni.

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Il maestro Ziccheddu con gli allievi dell’Accademia Santu Jacu

Oltre all’approfondimento delle antiche tecniche bizantine, che prevedono l’utilizzo di preziosi materiali rigorosamente naturali, si studiano materie strettamente attinenti all’iconografia: Teologia dell’icona, Liturgia, Sacra Scrittura, Storia, Storia dell’arte. E lavorando con i colori e i pennelli si prega tanto.

«Le icone – spiega Michele Ziccheddu – devono rispondere a determinati canoni: ogni santo deve essere riconosciuto e identificato. Non è mai frutto della fantasia dell’iconografo, ma di una tradizione iconografica e teologica ben precisa tramandata nei secoli».

Eppure, come si è detto, la Chiesa Cattolica ha purtroppo quasi del tutto dimenticato quest’arte antichissima. E nonostante già i primi Concilii abbiano contemplato l’obbligo della presenza negli edifici di culto di immagini che richiamano alla liturgia, le icone sono di fatto sempre meno presenti nelle nostre chiese. Perché?

«La divisione tra Chiesa orientale e occidentale non è stata solo teologica e storica ma anche liturgica e, conseguentemente, artistica – spiega Michele Ziccheddu -. Dalla fine del Medio Evo e dall’inizio del Rinascimento in poi la Chiesa Occidentale ha dimenticato che l’arte deve essere al servizio della liturgia, interpretandola sempre più come una semplice decorazione pittorica dello spazio sacro. L’arte liturgica è stata sostituita con altre forme figurative come la statuaria, che rappresentano le figure così come esistono nella realtà terrena: l’iconografia tende invece a rappresentare i personaggi trasfigurati, come sono attualmente in Paradiso. E’ la raffigurazione di una realtà differente che supera quella terrena».

A questo, spiega Ziccheddu, si aggiunge un altro motivo storico di divisione basato, come spesso accade, su un equivoco: i teologi di Carlo Magno hanno interpretato erroneamente i documenti del Concilio di Nicea II, traducendo il termine greco proskinesis, che significa “prostrazione” (letteralmente venerazione), con il termine latino adoratio. Parlando di “adorazione dell’icona” anziché di “venerazione” hanno fatto nascere malintesi che alla fine hanno portato solo altre divisioni.

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Il maestro iconografo Michele Antonio Ziccheddu al lavoro su una icona di San Bernardo di Chiaravalle
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Il maestro iconografo Michele Antonio Ziccheddu al lavoro su una icona di San Michele Arcangelo

Oggi, spiega Michele Ziccheddu, l’arte all’interno della Chiesa Cattolica ha assunto un valore semplicemente decorativo dello spazio sacro, ma ha abdicato alla sua funzione di partecipazione attiva alla celebrazione liturgica, richiesta dai Concilii (dai primi fino al Vaticano II).

Per la verità gli ultimi Papi, in particolare Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno posto l’accento su questi argomenti parlando esplicitamente dell’importanza dell’iconografia.

Delle icone sacre parla d’altronde anche il Catechismo della Chiesa Cattolica (n.1160): L’iconografia cristiana trascrive attraverso l’immagine il messaggio evangelico che la Sacra Scrittura trasmette attraverso la Parola. Immagine e Parola si illuminano così a vicenda.

Eppure oggi è sempre più difficile vedere delle icone all’interno delle nostre chiesa, sempre più moderne e sempre meno somiglianti ad edifici di culto.

«Perdere l’identità dell’arte cristiana e sostituirla con una qualsiasi arte e una qualsiasi forma pittorica – commenta Ziccheddu – significa allontanare i fedeli da una possibilità in più di entrare nel mistero divino».

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Il maestro iconografo Michele Antonio Ziccheddu al lavoro

Ecco perchè nell’odierna società dell’immagine e dell’apparenza, l’iconografia è un’arte in totale controtendenza. Una delle qualità caratteriali essenziali per un iconografo è una profonda e sincera umiltà: l’iconografo non firma mai le sue opere e si impegna a compiere un lungo e impegnativo percorso, artistico e soprattutto spirituale.

«L’icona riflette quello che siamo – conclude Michele Ziccheddu -. E’ immagine di Dio ma è anche la nostra. E’ la traduzione esteriore della nostra vita interiore. Di conseguenza una vita interiore non curata non trasmette pace, non trasmette l’amore di Dio, non trasmette la vita nello Spirito, ma riflette inquietudine, non verità, non luce. Non siamo più tramite tra Dio e l’uomo né siamo più capaci di irradiare quella luce che nell’icona emerge dalle tenebre. L’iconografo deve restare nascosto e fornire tutte le capacità e i talenti che Dio gli ha dato per aiutare gli altri ad avvicinarsi sempre di più al Signore. Non un Dio qualunque, però, ma il Dio incarnato: il Cristo».

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