Hockey su prato: quando lo sport significa fratellanza

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Hockeisti in azione

Una domanda secca ai giornalisti sportivi: perché sui giornali ci sono pagine e pagine sul calcio anche di ultima categoria e non si parla quasi mai di hockey su prato? E’ una cosa che non sono mai riuscito a comprendere. Sarà che sin da ragazzino, da quando mio padre mi regalò la prima mazza e la prima pallina ho immediatamente provato una passione viscerale per l’ hockey. Sarà il ricordo dei giocatori indiani che giocavano scalzi e con il turbante in testa nei campi dell’Amsicora e del Cus Cagliari. O il sapore dell’erba calpestata quando ancora si giocava sui prati veri. Oppure sarà che da bambino non mi perdevo una trasferta del Cus Cagliari, la squadra che mio padre allenava. E seguivo le partite dalla panchina tifando come un ossesso per i colori azulgrana. Nel corso degli anni mi son sempre chiesto perché l’hockey, come peraltro tanti altri sport minori, non ha mai sfondato nell’informazione. Neppure in Sardegna, nonostante la nostra regione abbia dato a questo sport tantissimi campioni e abbia, tra le altre, una squadra come l’Amsicora che, per scudetti vinti e giocatori prestati alla Nazionale, non ha nulla da invidiare alla Juventus o al Milan.

Il quesito amletico su quello che per me rimane lo sport più bello del mondo (nonostante da anni non riesca più a vedermi neppure una partita) mi è tornato alla mente quando, qualche settimana fa, il collega dell’Unione Sarda Marco Capponi ha postato su facebook la descrizione di una immagine molto significativa della finale della Champions Trophy, la rassegna europea che si è tenuta a Cagliari e ha visto l’Amsicora tra le protagoniste: l’immagine era quella delle due squadre finaliste, una irlandese e una ucraina, che si dirigono insieme a piedi insieme verso il campo dell’Amsicora per giocare la finalissima del torneo internazionale.

L’hockey su prato è questo: niente pullman in cui sedersi da soli perché sei incazzato nero perché l’allenatore ti ha sostituito. Tutti insieme al campo. A piedi.

Quell’immagine mi ha fatto tornare alla mente il torneo internazionale di Southampton cui tanti anni fa avevo partecipato con gli amici e compagni di squadra del Cus Cagliari, per i cui colori ho giocato in serie A2: gli irlandesi, sempre loro, che bevevano birra insieme agli avversari, prima della partita e anche dopo, l’odore dell’erba rasata come un biliardo, i campi inglesi tutti in fila uno accanto all’altro. Le risate, i cori e il sapore di tutte quelle cose che si dicono e si fanno a vent’anni quando sei  in viaggio con gli amici per correr dietro una pallina.

Ma che cos’ha di tanto affascinante questo sport da farti affrontare anni di sacrifici e allenamenti alle sei di mattina? Poi la doccia e a scuola, all’università o al lavoro? Ora gli allenamenti si fanno la sera tardi, ma il  ricordo di quelle mattine buie in cui in giro alle sei c’erano solo gli edicolanti e gli hockeisti, è per me indelebile.

Hockey su prato in Sardegna

Hockey PratoLa leggenda narra che nel 1948 Filippo Vado, professore di educazione fisica nato in India da padre piemontese e madre indiana,  abbia portato l’hockey in Sardegna. Tra il 36 e il 37, epoca in cui – come si legge nel libro La nascita dell’hockey in Italia di Cipriano Zino –  quel singolare sport proveniente dall’India è stato introdotto nella nostra nazione, Filippo Vado era praticamente l’unico ragazzo italiano che sapesse già giocare con mazza e pallina: aveva infatti imparato a giocare ad hockey nei college indiani diretti dai Padri irlandesi “mai pensando sicuramente di poterlo giocare in Italia e che più avanti ancora nel tempo la guerra e la vita l’avrebbero portato a farlo conoscere e sviluppare in Sardegna, in una terra così lontana ed esotica, per la sua gioventù indiana”.

Giunto in Sardegna, Filippo Vado insegnò l’hockey ad un manipolo di volonterosi sportivi che abbandonarono senza molti rimpianti il pallone per dedicarsi alla mazza e alla pallina. L’hockey avrebbe portato molti di loro a girare per il mondo. Da quel primissimo gruppo di pionieri è nata la gloriosa Amsicora che, dopo qualche anno di appannamento, oggi a quanto pare ha ripreso a vincere come negli anni migliori.

Nel corso degli anni, tanti ragazzi e ragazze sardi hanno calcato i campi da hockey. I migliori sono diventati nazionali azzurri, alcuni (tra cui mio padre, cosa di cui mi vanto moltissimo) hanno partecipato addirittura alle Olimpiadi di Roma confrontandosi con i mostri sacri dell’hockey, gli indiani e i pakistani (partecipazione unica nella storia dell’hockey italiano in quanto la nazione organizzatrice aveva diritto di partecipare in tutte le discipline).

All’Amsicora si sono affiancate numerose altre squadre sarde. Cagliari ha rappresentato per anni il polo hockeistico d’eccellenza della Sardegna con, oltre gli amsicorini, gli universitari del Cus Cagliari, la Polisportiva Johannes, la Cumini, la Ferrini del compianto Piero Polese. Negli ultimi dieci anni sono poi sorte le importanti realtà del Suelli e della Juvenilia Uras.

Sui campi in terra battuta (in principio c’era il glorioso Stadio Rosas di Quartu), di erbetta prima e di erba sintetica poi (ma anche nei palazzetti dello sport sede di appassionanti tornei indoor) migliaia di ragazzi hanno affrontato le gare. Tutti con la stessa passione e lo stesso entusiasmo. Migliaia di ragazzini, me compreso, sono stati avviati in età scolare al mini hockey (le mini partite si svolgevano all’Amsicora con le mini porticine).  Tanti altri hanno affrontato la trafila dei campionati: ragazzi, allievi, juniores. Fino ad assaporare il sogno della serie A1 o della A2 e, i migliori, quello della nazionale azzurra.

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Bastone e pallina

Eppure tutti, al di là dell’altezza delle vette raggiunte, hanno giocato ad hockey con la stessa passione, hanno provato lo stesso amore per quello sport importato da lontano da Filippo Vado, il professore che, per uno scherzo del destino, è riuscito a trasmettere a migliaia di ragazzi sardi il sapore della libertà rappresentato da quella disciplina nata così lontano, che lui aveva iniziato a praticare da ragazzino nel collegio dei Padri irlandesi.

Ma che cosa si cela dietro quella fragranza indiana? Non credo che nasconda solo e semplicemente la nostalgia di un periodo spensierato della propria vita, dei viaggi per affrontare i tornei e delle trasferte fatte un weekend si e uno no.

Leggendo un altro saggio, la Fenomenologia dell’hockey su prato, scritto tanti anni fa da un ex allenatore ligure, il cui nome, Luciano Pinna, tradisce un’origine sarda, ho trovato una illuminante definizione dell’hockey su prato, sport caratterizzato – si legge nel saggio – dalla “assoluta mancanza di riconoscimenti pecuniari“.

Eccone alcuni brani.

Molti altri sport sono occasione di guadagno, a volte di ricchezza individuale, di avanzamento nella gerarchia sociale tanto da costituire un valore da perseguire e raggiungere fin dalla tenera età. Tutto questo è assente nell’hockey dal momento che l’unico riconoscimento per la pratica di questa forma di intrattenimento fisico e mentale è la condivisione di una serena gratificazione del proprio e altrui operato.

Per questo l’hockey assurge prepotentemente a paradigma di fratellanza umana, sociale e fiscale, mezzo di condivisione e accettazione di valori universali quali amicizia, bontà, uguaglianza, fair play, fede, speranza, carità, amore. Si spiega altresì come il suo successo sia costantemente avversato o tenuto a freno da soggetti e gruppi di potere che vedono nella sua esistenza, un grande pericolo per il perseguimento di interessi privati e personali, spesso in contrasto con i valori guida che una società moderna dovrebbe riconoscere, perseguire e diffondere.

Questa positività naturale, propria del mondo sportivo hockeistico, gioca contro la sua penetrazione nelle menti delle giovani generazioni. Da una parte esso, l’hockey, è gradito, praticato, amato da quanti lo conoscono e non lo hanno deliberatamente evitato, dall’altra no, poiché le masse sono condizionate, attraverso parametri di giudizio e valori, alla ricerca di realizzazioni sportive che non potranno mai avere luogo per tutti ma che, proprio per questo, attirano gli appetiti della gente.

Ecco perché, anche se da tanto tempo non riesco manco ad andare a vedermi una partita, rimarrò sempre un hockeista nel cuore. Ecco spiegato anche perchè gli irlandesi e gli ucraini sono andati tranquillamente insieme a piedi a giocare la finale europea al campo dell’Amsicora. Ed ecco perché, tornando alla domanda iniziale, sui giornali (anche in quelli sardi) ci sono pagine e pagine sul calcio, anche di ultima categoria, e non si parla quasi mai dell’hockey su prato.

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