Libertà di stampa: una guida per tutelare la privacy online dei giornalisti

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privacy online dei giornalisti
Sicurezza online

Nell’era della post verità e dei controlli informatici la libertà di stampa è strettamente connessa alla riservatezza dei dati sensibili maneggiati dai giornalisti. In un mondo diventato esattamente come il Grande Fratello preconizzato da George Orwell è sempre maggiore l’esigenza di tutelare la privacy online dei giornalisti e di salvaguardare la riservatezza dei dati sensibili delle loro fonti. Negli USA ha destato molta preoccupazione l’ostilità manifestata nei confronti degli organi di stampa dal presidente  Donald Trump che lo scorso febbraio ha addirittura deciso di impedire ad alcune prestigiose testate americane come la CNN e il New York Times di partecipare ad una conferenza stampa alla Casa Bianca. La preoccupazione è acuita dal fatto che il presidente Trump, che ormai accusa apertamente i media americani di essere “bugiardi” e di essere il “primo nemico degli USA”, controlla la NSA, l’organismo governativo che si occupa della sicurezza interna americana, e che – stando alle ultime notizie della CIA – ormai quasi tutti i servizi di crittografia possono essere tranquillamente violati. D’altronde la nota vicenda di Edward Snowden, il tecnico informatico ex dipendente della CIA divenuto consulente della NSA, ha rivelato al mondo i programmi di sorveglianza ai quali sono sottoposti i cittadini.

La privacy online dei giornalisti

Le rivelazioni di Snowden – oltre che allarmare tutti i cittadini – hanno toccato profondamente anche la professione giornalistica perché hanno reso palesi i sempre crescenti controlli sui dispositivi elettronici che per i giornalisti sono abituali strumenti di lavoro. L’esistenza di controlli così pervasivi rende infatti difficile l’applicazione di principi basilari per la professione giornalistica come quello della segretezza delle fonti.

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Una tastiera incatenata: in Rete si può ancora parlare di diritto alla privacy?

Date queste premesse è dunque necessario che tutti giornalisti, ad ogni livello, cerchino di tutelare efficacemente la loro privacy rendendo difficile a chiunque intercettare le loro e-mail, i loro sms o le loro telefonate. Per questo motivo Michael Dagan, giornalista per 25 anni editor del gruppo editoriale israeliano Haaretz, ha scritto una guida per la privacy online dei giornalisti di tutto il mondo, in modo da aiutarli a proteggere il proprio lavoro e ad adempiere alla loro missione.

I suggerimenti contenuti nella Guida di Michael Dagan variano dalla protezione delle applicazioni e delle funzioni sui dispositivi elettronici utilizzati dai giornalisti in modo da “ridurre la superficie di attacco” (limitando ad esempio al minimo le applicazioni installate, installando solo app da fonti attendibili, selezionando quelle che richiedono diritti minimi, mantenendo il sistema completamente aggiornato) fino ai controlli di sicurezza e all’utilizzo dei sistemi di crittografia più avanzati e ai sistemi di navigazione anonima sul web.

È possibile adottare misure per rendere molto più difficile la vita di coloro che vogliono scoprire le tue fonti e le informazioni che ti vengono rivelate – scrive Dagan a proposito della guida sulla privacy online dei giornalisti -. Naturalmente, il grado di sforzo che sei disposto a prendere per proteggere la tua privacy, l’anonimato delle tue risorse e la sicurezza dei tuoi dati, dovrebbe essere commisurato alla probabilità di una vera minaccia di hacking o spionaggio”.

Il problema della privacy non si pone soltanto per i giornalisti di inchiesta che si occupano delle vicende più scottanti: la questione riguarda infatti tutti i cronisti che si trovano comunque a maneggiare dati sensibili. Con la consapevolezza che tutelare la riservatezza delle fonti significa, oltre che mettere in sicurezza i software utilizzati, anche operare con prudenza nel mondo reale, sottraendo materialmente da occhi indiscreti le apparecchiature professionali ed evitando di memorizzare sui dispositivi e sul cloud i dati delle fonti. “Bisogna operare con cautela sia nel mondo digitale che nel mondo reale – conclude Dagan -: questo ha molto a che fare con il senso comune e un po’ meno con il software”.

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