La giuria popolare di Grillo, la post verità e la libertà di stampa

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Beppe Grillo
Beppe Grillo durante un comizio

Il mondo della stampa italiana è in subbuglio dopo la provocatoria proposta pubblicata sul blog di Beppe Grillo di istituire una sorta di tribunale del popolo per valutare la veridicità delle notizie pubblicate dai media e svergognare le loro eventuali balle. Nell’epoca del televoto, delle bufale e della post verità l’idea di una giuria popolare con cittadini sorteggiati ad hoc che, sostituendosi agli organi di vigilanza previsti dalla legge, stabilisca se i giornalisti italiani rispettano le regole deontologiche che impongono di raccontare sostanzialmente la verità farebbe sorridere, se non evocasse scenari passati poco edificanti.

Eppure la proposta del comico genovese, vista dalla categoria dei giornalisti come una pericolosa museruola alla stampa, non è una boutade. E’ una scomposta reazione ad un’altra proposta altrettanto pericolosa e discutibile, quella di mettere una museruola pubblica al web.

L’attacco di Grillo al presidente antitrust

Lo scorso 30 dicembre Grillo aveva infatti attaccato duramente il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella dopo un’intervista al Financial Times in cui lo stesso Pitruzzella aveva auspicato per limitare le tante bufale che si trovano in Rete una rete di organismi nazionali indipendenti capace di identificare e rimuovere le notizie false“.

Il presidente dell’antitrust Pitruzzella ha rilasciato un’intervista al Financial Times, a metà strada tra il delirio d’onnipotenza e l’ignoranza completa di come funzioni il web, dicendo che ‘la post-verità in politica è uno dei catalizzatori del populismo e una minaccia alle nostre democrazie”, ha scritto Grillo in una dichiarazione riportata dall’Agenzia di stampa AdnKronos. “La post verità – scrive Grillo –  è una definizione usata dai rosiconi che non sono entrati nel ventre della balena del web e quindi non riescono a interpretare i tempi. Parliamo di giornalisti le cui testate hanno avallato per anni bugie ed idiozie di ogni tipo. La post-verità – semmai è quella costruita dai giornalisti. Chi vi ha aderito poi si è sorpreso per Grillo, per la Brexit, per la vittoria di Trump e per quella del no al referendum in Italia. Ci raccontano un mondo che non esiste più e chiamano post-verità quello reale”.

In pratica, secondo il numero uno dell’M5S l’idea di Pitruzzella di combattere la post-verità con una regolamentazione della Rete definita autoritariamente dai poteri statali è molto pericolosa: “vogliono fare un bel tribunale dell’inquisizione, controllato dai partiti di governo, che decida cosa è vero e cosa è falso“.

Pochi giorni dopo – come è noto – Grillo ha rincarato la dose sul suo blog sparando a zero contro i giornalisti e proponendo a sua volta un tribunale popolare per l’informazione, rea, come si legge nell’infografica del post che riporta i vari loghi dei tg nazionali, di fabbricare notizia false: Giornali e Tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene.

Beppe Grillo
Un primo piano dell’ex comico genovese Beppe Grillo, oggi a capo del Movimento 5 Stelle

Non è da ieri che Beppe Grillo si scaglia contro il sistema dei media italiani. Ma questa volta sembra aver toppato. I Tg e i giornali nazionali non fabbricano notizie false. Gli eleganti anchorman dei telegiornali non si possono certamente paragonare ai redattori de Il Fatto Quotidaino o a quelli di Panorana o del Corriere della Pera, giusto per fare solo qualche esempio dei siti farlocchi che impazzano in Rete. Non si possono certamente paragonare i professionali lanci dell’Ansa o dell’Agenzia Italia a quelli dell’Agenzia Ansia.

Grillo ha toppato perché Tg e giornali non fabbricano notizie false. Tutt’al più talvolta le interpolano bonariamente, le interpretano a modo loro a seconda della linea editoriale. Tacciono magari quelle più scomode, altre le modificano impercettibilmente e le propongono ai lettori o ai telespettatori in base alla loro lente politica, dando interpretazioni opposte a seconda della parte rappresentata. Ma fabbricarle di sana pianta no, quello no.

Quel che è certo è che lo spauracchio della giuria popolare evocata da Grillo ha indignato tantissimi colleghi. Anche i giornalisti di tante testate che fanno della battaglia ideologica il loro vessillo si sono sentiti toccati e hanno difeso a spada tratta la bontà, la serietà e l’obiettività dell’intera categoria.

Premessa. Sicuramente il mondo dell’informazione italiana è fatto di tantissimi giornalisti seri e preparati. Eppure bisogna essere obiettivi.

La professione del giornalista attraversa da anni una profonda crisi di credibilità, spesso dovuta proprio alla poca obiettività e alla eccessiva faziosità di testate troppo vicine ai palazzi del potere, a questo o quel partito politico o a questo o quel potentato economico.

In un editoriale molto accorato il direttore di Repubblica Mario Calabresi si è giustamente detto molto preoccupato per “il danno che la propaganda grillina arreca al tessuto sociale, alla fiducia nell’informazione e per il farsi strada dell’idea che il giornalismo sia establishment a cui contrapporre il popolo. Il nostro popolo è la comunità dei lettori, che è anche il nostro unico giudice. Il suo verdetto lo emette ogni mattina, decidendo se leggerci o no“.

Certo, il giudice di un giornale devono essere i lettori, il giudice di un Tg devono essere i telespettatori.

Ma basta tornare indietro di un mese per ricordare la propaganda unidirezionale e spesso acritica al referendum voluto e sponsorizzato dal Governo Renzi. Basta tornare indietro di due mesi per ricordare con quanta parzialità i mass media italiani hanno raccontato le elezioni americane concluse la vittoria (a sorpresa?) di Donald Trump. Basta pensare a come la maggior parte dei giornali italiani hanno trattato nel corso del 2016 i cosiddetti diritti non negoziabili cari a una parte considerevole del mondo cattolico nella totale indifferenza di buona parte dell’informazione generalista.

Per essere credibile il giornalismo deve essere libero e raccontare la realtà in modo imparziale, senza tifare per uno o per l’altro come una qualsiasi bacheca di Facebook.

Persino Enrico Mentana, direttore del Tg di La7, l’unico anchorman che inizialmente ha opposto alle dichiarazioni di Grillo una sostanziosa querela per tutelare i lavoratori della sua testata (pare che le rispettive posizioni si siano ammorbidite in queste ultime ore e la querela non ci sarà), ha ammesso tempo fa che Tg (non il suo) e giornali nazionali hanno spesso considerato poco e in maniera distorta il Movimento 5 Stelle, badando soprattutto a denigrarlo piuttosto che a raccontarlo in maniera veritiera.

Insomma chi conosce da dentro il giornalismo sa bene, se è intellettualmente onesto, che Grillo non ha tutti i torti ad essere inviperito con il sistema dei media italiani.

Come dice giustamente Calabresi non è giusto contrapporre il giornalismo al popolo.

Ma a patto che il giornalismo riesca ad essere davvero la voce del popolo e non quella dell’establishment di cui i giornalisti sono (o dovrebbero essere?) i cani da guardia.

Oggi infatti l’unico deterrente contro qualsiasi odiosa e antidemocratica censura, che sia ai danni dei Tg, della carta stampata o del web, è esclusivamente un giornalismo libero e autorevole che riscopra la sua funzione sociale di cane da guardia del poterecerchi di raccontare esclusivamente la verità dei fatti senza manipolazioni, mistificazioni e interpolazioni.

Un giornalismo che non stabilisca la gerarchia delle notizie in base alla propria appartenenza politica, alla propria impostazione ideologica o, peggio, agli interessi economici e imprenditoriali dell’editore di riferimento. Un giornalismo deontologicamente inappuntabile che non faccia leva sugli scandali, sull’odio online e sui titoli ad effetto e che sappia sempre distinguere i fatti concreti dalle opinioni personali per non confondere i lettori e i telespettatori.

Il deterrente alle derive populiste contro la stampa è solo una buona stampa capace di difendere se stessa con la propria inattaccabilità. Un giornalismo davvero libero che forse è sempre più raro nel nostro paese. Non è un caso che nella annuale classifica di Reporter sans Frontieres l’Italia è il 77° Paese al mondo per libertà di stampa dopo Botswana e Burkina Faso. Un primato negativo che il nostro sistema informativo conserva gelosamente da tanti anni.

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