Il Giro d’Italia in Sardegna tra polemiche fuori luogo, giornalismo e ipocrisia

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giro d'italia in sardegna
L'arrivo di una delle tappe sarde del Giro d'Italia

Meno male che il Giro d’Italia non è passato nel Sulcis Iglesiente. Perché qualche giornalista della Rai avrebbe potuto tirare fuori quella brutta storia della provincia più povera d’Italia e dell’altissimo tasso di disoccupazione. O altre storiacce che ai nostri governanti non piace sentire. D’altronde la Regione Sardegna ha investito tanto sulle tre tappe del Giro d’Italia in Sardegna: circa quattro milioni e mezzo di euro per una vetrina mediatica che avrebbe dovuto portare sugli schermi di quasi duecento Paesi del mondo le bellezze della nostra terra: il mare azzurro, le spiagge bianche, le scogliere mozzafiato. Ma anche i piatti tipici e il folklore. Un ingranaggio perfetto che si è inceppato quando un cronista del Tg Rai, Alessio Zucchini, inviato nella nostra regione per raccontare i territori che ospitavano il Giro d’Italia (notate bene: raccontare i territori, non le gare sportive), è rimasto incuriosito da un cartello crivellato dai colpi dei pallettoni che indica il paese di Orune. Un cartello pieno di fori e fiori.

Nel suo servizio andato in onda il 6 maggio sul TG1 il giornalista ha cercato a modo suo di raccontare quel lembo di terra sarda dalle tante contraddizioni ed è rimasto colpito da quel cartello dove sopra i buchi dei pallettoni erano stati disegnati dei fiorellini, ormai sbiaditi dal tempo. Ad indicare, con una immagine post sessantottina (“mettete i fiori nei vostri cannoni“), che la violenza si combatte con la gentilezza.

Zucchini nel suo servizio ha poi citato anche un fatto di sangue successo poco tempo in quel paese che ha visto come protagonista uno studente di 18 anni ucciso alla fermata dell’autobus. Per poi recarsi ad Orgosolo e raccontare, attraverso i bellissimi murales, un volto della Sardegna che sicuramente non ci piace mostrare, ma che fa inevitabilmente parte della nostra storia e del nostro dna.

giro d'italia in Sardegna
Il cartello del paese barbaricino di Orune inquadrato dalle telecamere del TG1

Zucchini ha raccontato fatti. Ma il suo racconto ha suscitato le ire di mezza Sardegna, scandalizzata dal fatto che la realtà scomoda del banditismo venisse raccontata in prima serata invece di un bagno al Poetto, di un rassicurante piatto di culurgiones o di una sebada con il miele di eucalipto.

I professionisti del politicamente corretto si sono immediatamente scandalizzati scatenandosi sui social network e sui blog. E ovviamente si sono scatenati anche i politici nostrani, sempre pronti a cavalcare gli ondivaghi stati d’animo del popolo del web.

Se il Giro d’Italia, che in questi giorni è approdato in Sicilia, dovesse passare a Capaci i cronisti che devono raccontare quel territorio non potrebbero non ricordare il giudice Giovanni Falcone facendo magari un salto anche in via D’Amelio a Palermo per ricordare Paolo Borsellino. Non credo che i siciliani si indignerebbero se nel raccontare la loro terra i cronisti della Rai facessero riferimento anche alle stragi mafiose, che purtroppo hanno segnato la loro storia. Perché il male si combatte guardandolo negli occhi e non nascondendolo.

Le polemiche sul Giro d’Italia in Sardegna

Invece il servizio di Zucchini sulla Barbagia ha scatenato il finimondo. Addirittura qualcuno ha scomodato il razzismo, concetto sicuramente abusato, ma che oggi va molto di moda. Morale: il giornalista è stato addirittura segnalato e la Rai pare abbia promesso persino un servizio riparatore.

Ma cosa bisognava riparare? La colpa del cronista, inviato per seguire il Giro d’Italia in Sardegna, è stata quella di aver cercato di capire cosa c’era dietro quel cartello crivellato di pallettoni. Una realtà complessa, sicuramente non sintetizzabile in un servizio di pochi minuti. Ma non certo uno stereotipo retaggio del passato.

Un servizio del quotidiano L’Unione Sarda che all’indomani del servizio del TG 1 stigmatizzava il presunto “scivolone” fatto dalla Rai, sottolineava però che fino a poco tempo fa la provincia di Nuoro spendeva 50mila euro all’anno per sostituire i cartelli stradali presi a fucilate. Cinquantamila euro all’anno: poi le amministrazioni devono aver desistito, lasciando i cartelli definitivamente bucati. E sottolineava anche che molte amministrazioni comunali hanno tuttora nel bilancio comunale la voce “riparazione punti luce spenti a fucilate“.

Allora di cosa stiamo parlando? Realtà o stereotipi?

Forse chi si è indignato sul web per il servizio della Rai dovrebbe avere più presente la sostanziale differenza tra il giornalismo e la promozione. Ma soprattutto questa differenza dovrebbe essere ben chiara ai nostri politici, che forse si sono abituati ad un giornalismo troppo prono ai loro voleri.

Perché in questa vicenda del Giro d’Italia in Sardegna non è importante capire l’opportunità o meno di un servizio giornalistico. Ma è in gioco la stessa essenza del giornalismo come servizio.

E’ vero, la Sardegna ha speso quattro milioni e mezzo per promuovere la nostra regione e le nostre istituzioni, con tutta questa spesa, si aspettavano sicuramente che ne venissero raccontate le bellezze. E’ una cosa normale. Ma il giornalismo è un’altra cosa: racconta le cose come stanno, racconta la realtà. Anche quella scomoda, anche quei cumuli di polvere che ci piacerebbe nascondere sotto il tappeto.

E la Sardegna, che lor signori vogliano o meno, non è purtroppo fatta soltanto di bellissime spiagge, di primi piatti a base di culurgiones, di sebadas o di bicchierini di mirto. Ma è fatta anche di un grande malcontento sociale. Un malcontento che riguarda soprattutto le zone interne della Sardegna, che si stanno spopolando inesorabilmente senza che la nostra politica abbia la minima idea su come creare un po’ di sviluppo e benessere.

E quei cartelli che continuano ad essere presi a fucilate sono uno dei sintomi di quel malessere non curato.

Zucchini ha semplicemente fatto il suo dovere di inviato: ha cercato di raccontare quello che ha visto. Si è stupito per un cartello crivellato di pallettoni, dove sui buchi erano stati disegnati dei fiori e, a modo suo, ha voluto capire e raccontare quella realtà uscendo dai canoni del politicamente corretto. Lo ha fatto lui come lo hanno fatto i tanti cronisti che durante gli eventi sportivi raccontano i Paesi che li ospitano.

Si sarebbero potuti raccontare il Mondiali del 2014 in Brasile mettendo a tacere la povertà di quel Paese e gli scontri della popolazione furibonda per le enormi spese sostenute dal Governo per organizzare l’evento? Certo, si sarebbe potuto fare, e probabilmente le autorità brasiliane lo avrebbero gradito molto. Ma fortunatamente i giornalisti ce lo hanno raccontato.

Lo sport è anche questo: una grande occasione per raccontare i popoli e le terre che ospitano gli eventi. Con tutte le loro contraddizioni.

Non importa se Alessio Zucchini, inviato Rai per il Giro d’Italia in Sardegna, lo abbia fatto bene o male, ma ha fatto il giornalista libero. E il giornalismo non si addomestica pagando i servizi. Quella si chiama comunicazione istituzionale ed è un’altra cosa.

I professionisti del politicamente corretto, quelli che si sciacquano la bocca parlando di post verità, ma si scandalizzano puntualmente quando viene messa in luce la verità, continueranno ad indignarsi sui social network e sui blog. Ma forse sarebbe bene che chi ci rappresenta nei palazzi della politica, invece di sprecare ipocritamente energie per mettere al bando i giornalisti che cercano di fare il loro lavoro, facesse quello per cui è lautamente pagato. Cerchi di risolvere i problemi della Sardegna invece di indignarsi se qualche cronista ne parla in tv.

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