Giornalismo in Sardegna: un primo bilancio sul dossier Ucsi

Grande visibilità sulla stampa isolana per il dossier Ucsi sul giornalismo in Sardegna. Ma la visibilità deve essere accompagnata dalla volontà di risolvere i problemi

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ordine giornalisti
Cronisti al lavoro: per la maggior parte sono freelance

Dopo due presentazioni, a Cagliari e a Sassari, bisogna dire che il dossier Ucsi (Unione Cattolica Stampa Italiana) sul Giornalismo in Sardegna ha riscosso un buon successo mediatico. Se ci fermiamo alla visibilità data dai media regionali a questo lavoro che fa il punto sull’informazione in Sardegna non ci possiamo lamentare. Il dossier ha dato certamente lustro alla nostra associazione e ha dato la possibilità ai vertici regionali di comparire in tivvù o in radio. Eppure un po’ di visibilità non basta a risolvere le cose. Per quanto importanti non bastano il titolo su un giornale o un servizio alla televisione.

Quando, alla vigilia della Settimana sociale di Cagliari, mi è venuta in mente l’idea di dare un contributo come Ucsi Sardegna e raccontare questo nostro mondo scalcinato non avevo certo in mente di ottenere un po’ di visibilità. Mi interessava piuttosto scattare una fotografia veritiera del nostro lavoro lasciando da parte i luoghi comuni e le ipocrisie che spesso lo governano. Quando ho proposto ai colleghi del gruppo di lavoro le domande da proporre nel questionario che poi abbiamo inviato ai giornalisti sardi mi sono tornati in mente i tanti anni che avevo passato in strada, domeniche comprese, per scrivere servizi pagati pochi euro dal giornale cittadino con cui collaboravo. Ho pensato ai tanti colleghi che ancora oggi si sbattono per pochi euro a pezzo con l’illusione di poter essere un giorno assunti e coronare così il loro sogno di diventare giornalisti. Pensavo alle tante giornate di sciopero per avere lo stipendio al Giornale di Sardegna, o alla lunghissima vertenza dei colleghi di Sardegna 1.

Pensavo in sostanza al fatto che noi giornalisti siamo abituati a raccontare i problemi degli altri, ma siamo scarsissimi non solo a risolverli, ma anche solo a raccontare quelli della nostra categoria.

Il dossier Ucsi

E’ stato più volte detto che dal dossier Ucsi emerge la figura di un giornalista medio che in Sardegna vive nella precarietà e nella povertà. Uno su mille che la fa, cantava Morandi. Qui da noi su mille, 750 sono precari. Molti guadagnano mediamente tra i 170 e il 580 euro al mese. Una miseria. Uno su mille ce la fa. Ma in base alle risposte che i colleghi hanno dato al questionario, spesso e volentieri ce la fa perché gli hanno dato un calcio nel sedere. La maggior parte dei giornalisti che hanno risposto alle domande pensa infatti che per lavorare qui in Sardegna ci vogliano soprattutto raccomandazioni politiche e conoscenze importanti. Pochissimi credono ancora che si possa andare avanti con le proprie gambe, con i propri meriti, con il proprio curriculum.

dossier ucsi
Il dossier realizzato dall’Ucsi Sardegna

Io non voglio ancora credere che sia sempre così e penso che ci siano ancora tanti giornalisti con la schiena dritta. Ma la rassegnazione e lo scoramento che traspaiono dalle risposte al nostro questionario sono gli stessi che si respirano durante le elezioni degli organismi di rappresentanza dei giornalisti, quando la maggior parte dei colleghi precari non si presenta neppure a votare. Perché non ci crede più e, spesso, perché non ha i soldi per pagare le quote associative.

Durante le presentazioni del dossier Ucsi ho cercato, personalmente, di porre l’accento su alcune criticità: a fronte di tanti colleghi che si arrabattano per una miseria c’è anche chi già percepisce una pensione o ha un contratto stabile ma, nonostante ciò, prende altri incarichi e intasa il mercato a discapito di chi avrebbe bisogno di lavorare e fatica a racimolare uno stipendio dignitoso a fine mese.

C’è poi un’editoria ecclesiale che sforna migliaia di copie di giornali ma si basa quasi esclusivamente sul lavoro dei volontari. C’è una giungla, quella degli uffici stampa, in cui sempre più spesso non si ricorre a giornalisti che abbiano una professionalità adeguata. Ed una legge, la famosa 150 del 2000 (quella che prevede che gli enti pubblici che istituiscono un ufficio stampa debbano impiegare giornalisti iscritti agli albi) che è ancora sostanzialmente inapplicata nella nostra regione.

Sono problematiche che, avendone la possibilità, ho ritenuto giusto evidenziare. Senza voler andare contro qualcuno, ma solo per provare ad aprire una discussione costruttiva tra gli addetti ai lavori. Consapevole che la nostra è però una categoria ancora molto individualista e poco solidale con chi sta peggio.

La realtà è che a fronte dei sempre meno fortunati che hanno ancora un contratto fisso (alcuni dei quali non disdegnano peraltro altri incarichi lavorativi), di parecchi pensionati (alcuni irriducibili) e di tanti giornalisti improvvisati che sgomitando riescono in qualche modo a lavorare oggi c’è una platea sempre più grande di giornalisti precari che si arrabattano per fare questo mestiere con enormi sacrifici perché credono ancora nel valore di una buona informazione. Ma ci sono anche tanti bravi professionisti che ormai non ci credono più e hanno deciso di abbandonare la professione dopo anni ed anni di lavoro.

Ne conosco tanti. E devo dire che se ho portato a termine questo lavoro, reso possibile grazie ai tanti che hanno dato un contributo con le loro idee e la loro testimonianza, è soprattutto perché ho pensato a quei colleghi che con grande sofferenza hanno deciso di gettare la spugna. E a quanto l’informazione sarda sta perdendo nel farli scappare a gambe levate.

1 COMMENTO

  1. Ho molto rispetto per i bravi giornalisti, anche perché dimostrano coraggio e passione. Ma quando leggo certi articoli che descrivono situazioni di cui non hanno la minima conoscenza mi viene il vomito. Giornalisti presi per il naso come babbei e che non hanno le palle di fare le domande giuste. Vedo situazioni in cui la gente viene assunta senza concorso perché ha un bel culo e magari viene dall’Est Europa. E altre piccole mafie.

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