Giornalismo in Sardegna: intervista a tutto campo con Celestino Tabasso

Il presidente dell'Assostampa sarda Celestino Tabasso racconta lo stato attuale dell'informazione in Sardegna: "Dalle crisi ci si rialza. Ma ci si rialza più rapidamente quando si ha una nitida coscienza di sé, del senso del proprio lavoro e della propria funzione sociale"

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Dalle crisi ci si rialza. Ma ci si rialza più rapidamente quando si ha una nitida coscienza di sé, del senso del proprio lavoro e della propria funzione sociale”. Celestino Tabasso, dal 2014 alla guida dell’Assostampa Sarda, non si nasconde dietro un dito e non fa sconti nel raccontare lo stato attuale dell’informazione in Sardegna. Ma, coerentemente con il suo carattere brillante e ironico, vede qualche via d’uscita, un piano B per superare una crisi occupazionale e di credibilità della professione giornalistica ormai sotto gli occhi di tutti. Una crisi testimoniata – come emerge dal recente dossier sul giornalismo in Sardegna elaborato dall’Ucsi sarda – da una occupazione ai minimi storici che sta spingendo tanti ottimi professionisti sardi, con alle spalle una lunga esperienza, a cercarsi un altro mestiere.

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Il presidente dell’Assostampa sarda Celestino Tabasso

Abbiamo incontrato Celestino Tabasso – brillante penna del quotidiano cagliaritano L’Unione Sarda – nella sede dell’Assostampa sarda in occasione della recente Settimana Sociale dei cattolici italiani in cui si è parlato di quel lavoro libero, creativo, partecipativo e sociale auspicato da Papa Francesco nella Evangelii Gaudium. Ne è scaturita una lunga chiacchierata (che non avendo limiti di spazio riproponiamo quasi interamente) in cui alla luce degli avvenimenti più recenti cerchiamo di capire se in Sardegna il lavoro giornalistico è un lavoro degno oppure no.

Celestino Tabasso, oggi in Sardegna due giornali si dividono sostanzialmente il territorio: senza concorrenza c’è il rischio di un appiattimento dell’informazione?

Alla fine degli anni Novanta lavoravo al Quotidiano di Sassari, piccolo e avventuroso esperimento che cercava di portare la concorrenza in casa della Nuova Sardegna. La nostra redazione era stata addirittura sistemata di fronte a quella della Nuova. Il risultato è stato che quel periodo La Nuova Sardegna, con la concorrenza sotto casa, ha aumentato le vendite. Forse non molti sassaresi erano al corrente dell’esistenza del nostro giornale, ma tutti i lettori della Nuova erano al corrente che in quel periodo il loro giornale faceva una informazione molto più accurata. Questo per dire che ovviamente la concorrenza fa bene. In Sardegna c’è stata una sorta di patto di Jalta non dichiarato, con aree d’influenza tutto sommato rispettate. Ma quelle che noi vediamo come posizioni di oligopolio non derivano da processi di fusione o investimenti sul territorio: semplicemente in campo sono rimasti i soggetti più forti e con le spalle più larghe, che sono finora riusciti ad affrontare dignitosamente la crisi dell’editoria. Dietro questa situazione di oligopolio c’è una crisi che riguarda tutti i mezzi di informazione. E’ ovvio che quando c’è burrasca un vascello più strutturato resiste e quello meno strutturato affonda, ma sicuramente il mare è agitato per tutti.

Oggi è in crisi la stessa professione giornalistica…

C’è una crisi di vendite e di inserzioni pubblicitarie perché oggi nessuno ti sommerge di pubblicità. Ma c’è anche una crisi di identità che riguarda tutta la professione. In generale, detto questo, dalle crisi ci si rialza ci si rialza anche più rapidamente se si ha una nitida coscienza di sé, del senso del proprio lavoro e della propria funzione sociale. A quel punto è più facile mettere a fuoco qualche strategia per riprendere fiato.

Sono i giornalisti che non fanno bene il loro mestiere o i lettori che non leggono?

La vedo un po’ come l’analisi dei voti ai partiti tradizionali e la questione dell’astensionismo. I lettori che hanno smesso di leggere possono fare a meno dei quotidiani, ma questo non è un bene soprattutto perché oggi abbiamo di fronte un problema a livello democratico: accanto all’informazione si sta facendo sempre più spazio la sua gemella perversa, che è la propaganda. Questo è molto pericoloso. Oggi i giornalisti non possono accontentarsi di dire che sono credibili perché hanno fatto un esame e hanno il bollino dello Stato sul tesserino: la credibilità la devono dimostrare tutti giorni scrivendo ogni giorno il loro certificato di esistenza in vita.

Cosa non facile…

Questa esigenza sicuramente confligge con la produzione industriale dell’informazione: le redazioni non hanno più risorse da liberare per investire sulle inchieste perché la grandissima parte delle energie di una redazione sono dedicate alla vita quotidiana che significa confezione e compilazione di pagine. In Italia e in Europa – aggiunge Celestino Tabasso – abbiamo una concezione del giornale che va rivista completamente: nella prima pagina del giornale di oggi si racconta ancora al lettore quello che ha saputo ieri. Nel mondo ideale Internet dà la notizia, la televisione la fa vedere e il giornale, il giorno dopo, la spiega ai lettori. Ma se te la deve spiegare, e io sono convinto che te la debba e te la possa spiegare, deve avere un approccio diverso: deve essere uno strumento di analisi, non può perdere energie appresso a mille altre cose che probabilmente il lettore sa già e, se non le sa, forse non gli interessano.

Siamo entrati da anni nell’era digitale, ma il giornalismo digitale continua ad offrire pochi sbocchi occupazionali…

Il mercato digitale è una frontiera che stiamo esplorando con un grande ritardo culturale. Mi cascano le braccia quando sento dire che Internet è il futuro. Internet è il passato prossimo, lo smartphone è il futuro. Immaginare un lettore che sta davanti al computer fisso con l’hardware alto un metro e guarda un quotidiano on-line significa non capire niente. Significa non capire che il lettore medio, appena sveglio, dà un’occhiata sul suo smartphone alla prima pagina on-line del suo quotidiano di riferimento o al suo mezzo di informazione preferito. Comunque il vasto oceano del web non è privo di insidie, di costi e di problemi come qualche dilettante crede di poter dire.

Si parla molto di industria 4.0: c’è il rischio che la tecnologia possa uccidere il giornalismo?

Secondo me la tecnologia è per la creatività, l’indipendenza di giudizio e lo spirito critico dei giornalisti un problema infinitamente inferiore rispetto ai suoi nemici tradizionali che sono l’acquiescenza, l’autocensura e la pigrizia. Molti anni fa, all’inizio della mia attività sindacale, mi capitò di chiacchierare con un collega che lavorava in un centro lontano da Cagliari e mi fece un rapido elenco di tutta una serie inchieste che gli sarebbe piaciuto fare e che non aveva fatto perché conosceva bene l’orientamento della testata per la quale lavorava. Gli chiesi: chi ti ha censurato? La risposta fu: nessuno, non ho neanche portato quegli argomenti perché si sa come vanno le cose. Ma le cose vanno così soprattutto se si sei tu a farle andare così. Ognuno fissa la propria soglia di ricattabilità. C’è chi pensa di essere ricattabile perché ha un contratto a termine, ed è una cosa che io capisco e rispetto. C’è chi ha un contratto a tempo indeterminato e pensa di essere ricattabile perché lo hanno contrattualizzato dopo il jobs act e quindi comunque può essere licenziato. C’è anche chi pensa di essere ricattabile perché ad esempio è vice caporedattore e vorrebbe diventare caporedattore. Diciamo che man mano che si assottiglia la quota di ricattabilità, quando più che la sopravvivenza entrano in ballo la carriera e le ambizioni personali io divento sempre meno comprensivo. Il punto è che in certi casi c’è una malintesa forma di aziendalismo: la censura è a monte e alligna in quella stanzetta buia e piena di scricchiolii minacciosi che è la tua camera segreta di ambizioni, paure e inconfessabili compromessi. Credo che succeda a tutti gli esseri umani in tutte le professioni. Dobbiamo avere il coraggio di capire che in certi casi succede anche nella nostra.

Ormai un editore ha sempre degli interessi extra editoriali con cui i giornalisti devono fare i conti …

Non siamo nel paese delle meraviglie. Sappiamo che ci sono interessi editoriali ed interessi extra editoriali e che le linee editoriali vanno concordate tra editori e direttori. L’importante è la trasparenza e la completezza dell’informazione: nel momento in cui mi dici tutto ciò che è significativo e me lo dici modo intelligibile, è legittimo che tu mi dia una chiave di lettura. Non pretendo il masochismo, ma la correttezza e la trasparenza. Quello deve essere il giornalista a pretenderlo, in primis da se stesso. Altrimenti, tornando alla domanda iniziale, il rischio non è che la tecnologia cresca al punto da sostituire il giornalismo, ma che il giornalista si banalizzi tanto da abbassarsi sotto il livello dell’eventuale redattore virtuale cibernetico.

Lo scorso decennio ha visto in Sardegna una serie di iniziative editoriali che hanno provato a scalzare l’oligopolio di Unione Sarda e Nuova Sardegna: tutte sono fallite miseramente lasciando un panorama desolante…

Io non penso che sia stata una stagione negativa perché comunque è stato dato un segno di vitalità. Purtroppo quando muoiono le testate i danni sono a lungo e lento rilascio: si demoralizza la categoria e si demoralizza chi lavorava in quei posti. E’ un’occasione persa, sembra che ci sia un rifiuto da parte dell’opinione pubblica, anche se poi magari c’erano soltanto dei problemi amministrativi e strutturali.

Cito un’esperienza vissuta da vicino: Epolis. Perché secondo te quell’esperimento è fallito?

Ho assistito fisicamente alla chiusura di Epolis la mattina in cui hanno portato via gli arredi, compresa la bacheca. Devo dire che è stata la scena più triste alla quale abbia mai assistito dal punto di vista sindacale e professionale. Non so quale modello avrebbe dovuto sposare Epolis per continuare andare avanti. Sicuramente è troppo facile dire che in Sardegna storicamente non c’è mercato per un terzo quotidiano. C’è da dire che Epolis aveva una struttura molto onerosa dal punto di vista redazionale e al tempo stesso un progetto editoriale ambizioso che metteva sotto torchio quella struttura. L’intuizione era potente, ma l’allargamento dell’avventura editoriale su tutto il mercato nazionale con aperture di redazioni in tutte le città principali a me è parso un tentativo di allungare il cerino anziché spegnere la fiamma. Quello che poteva essere un problema editoriale di tenuta di costi è diventato un problema sociale e poi semplicemente un problema di ammortizzatori sociali. Non dimentichiamo che fra le vittime dell’avventura Epolis c’è anche l’INPGI che continua ad avere dei contraccolpi da quella vicenda.

Incapacità editoriale o mala fede?

A proposito non solo di Epolis ma anche di molte altre avventure finite male ribadisco nel mio piccolo quello che il sindacato dei giornalisti ripete da tempo: per fare questo mestiere noi giornalisti abbiamo dovuto sostenere un esame. Questo non basta, però ha come presupposto delle cognizioni professionali e una consapevolezza di base. Invece oggi per fare l’editore di un giornale basta solo avere i soldi. Bisogna capire che l’editore non è un industriale qualunque, ma ha come core business la formazione e la maturazione dell’opinione pubblica. E’ auspicabile che abbia qualche responsabilità in più, sia nei confronti dei lettori che dei suoi dipendenti.

Cooperative di giornalisti: ci credi?

Quello della cooperativa di giornalisti è un concetto molto bello e nobile. Molto seducente, per certi versi. Purtroppo è raro che le cooperative di giornalisti vadano bene perché nove volte su dieci i giornalisti sanno fare i giornalisti e non gli amministratori e i manager. Noi abbiamo molto bisogno di un’editoria pura, ma purtroppo l’editoria pura ha un difettuccio: non ha il capitale alle spalle e il capitale in questa fase è fondamentale. La carta costa, la stampa costa, la diffusione costa un occhio della testa e contratti di lavoro costano.

Parliamo di televisione: oggi il giornalista tv va in giro con la telecamera, gira le immagini e monta i servizi. E’ anche quella solo una questione di costi?

C’è sicuramente un momento di trasformazione della professione e il giornalista sta diventando sempre più autosufficiente. Nel momento in cui alla Rai vedi inchieste realizzate da cronisti che girano con la telecamera è difficile pretendere che il resto del mondo non lo faccia. Oggi il giornalista fa da sé la sua pagina, monta il proprio servizio dopo averlo girato, scatta le sue fotografie. Ma i cambiamenti o li governi o ti travolgono: la produzione dell’informazione va verso formule sempre più agili e necessariamente ci dobbiamo confrontare con questa nuova realtà che ha anche un lato positivo perché consente al giornalista di arricchirsi professionalmente.

Ma non c’è rischio che il giornalista diventi una monade che fa tutto da solo?

Ecco, questo è il punto fondamentale. La prosecuzione naturale di questo processo è il telelavoro. Nel momento in cui io divento un piccolo fornitore trovo la notizia, la scrivo e ti spedisco quello che ti serve per il tuo giornale, per il tuo sito, per la tua televisione o per la tua radio da casa mia come allegato a una e-mail. Questo porta dei risparmi all’editore, ma fa venire meno il confronto quotidiano con la comunità dei colleghi che fa di un giornale il frutto dell’ingegno collettivo. In una redazione ci si confronta sul titolo, ci si confronta sull’impostazione di una pagina, ci si arricchisce vicendevolmente, anche perché nessuno sa tutto ciò che sanno gli altri. Se io sono solo a casa mia sono anche solo con i miei problemi e con le mie lacune culturali e professionali che sono inevitabili in ogni essere umano. L’impoverimento culturale e professionale è enormemente superiore rispetto ad un risparmio di energia elettrica per l’editore.

Negli anni scorsi ha fatto scalpore la vicenda di Sardegna 1 in cui la redazione è stata letteralmente decimata…

Quella di Sardegna 1 è stata una vicenda particolarmente dolorosa. Sardegna 1 è una redazione che è stata espulsa in virtù di un atteggiamento aziendale che da un certo momento in poi non riesco a leggere. E’ una vertenza che continuo a vivere con un enorme disagio personale. L’unica cosa che mi viene in mente di positivo di quella vicenda è l’unità dei tecnici e della redazione. E’ l’unico aspetto positivo di una vicenda che resta unicamente dolorosa.

Molti giornalisti sardi, anche professionisti, stanno cambiando mestiere. Che fa il sindacato per bloccare questa emorragia?

Io non ho ovviamente la ricetta in tasca per la ripresa dell’editoria e dell’informazione – prosegue Celestino Tabasso – ma credo che qualcosa si possa fare. Innanzitutto bisogna dare atto alla Regione di averci ascoltato perché ora ci sono anche dei fondi per le emittenti radiofoniche e per i siti che fanno informazione e si sta facendo un ragionamento anche per i siti Internet dei singoli giornalisti che fanno informazione. Ma la Regione ha ancora davanti delle praterie.

Cioè?

Se si dotasse di un addetto stampa quantomeno un comparto omogeneo dell’amministrazione (ad esempio quello delle agenzie Agris, Laore e Forestas), se si dotassero di uffici stampa enti come la Sfirs o la Azienda Unica Sanitaria (facendo confluire i colleghi che informavano l’opinione pubblica per conto delle diverse Asl) non si farebbe solo una cortesia all’Associazione della stampa creando o stabilizzando dieci posti di lavoro, ma in primo luogo si farebbe un favore anche ai tanti giornalisti sardi che cercano informazioni dalle pubbliche amministrazioni sarde e in secondo luogo si farebbe una enorme cortesia all’opinione pubblica sarda. La Regione non può condannarsi ad essere un gigante muto. Se poi anche le Unioni di Comuni si dotassero di ufficio stampa potremmo dall’oggi al domani creare lecitamente ed in modo trasparente altri 15 posti di lavoro, con un’informazione molto più ricca per l’opinione pubblica sarda. Sia chiaro: per concorso. Nessuno vuole piazzare un amichetto o un cliente, meno che mai l’Associazione o l’Ordine, ma onestamente il fatto che si tratti di una possibilità fino adesso sprecata è sotto gli occhi di tutti.

Il problema della trasparenza delle selezioni pubbliche è molto sentito…

Indubbiamente non si può andare avanti con il precariato di parastato e con selezioni che diventano delle sanatorie mascherate perché spesso sono uno strumento per dare dignità e stabilità a un collega che quel lavoro lo fa da tempo. E’ lo strumento sbagliato per arrivare al risultato giusto, ma è una situazione che deve comunque esaurirsi: stabilizzato colui che va stabilizzato la regola deve essere il concorso il più possibile trasparente e meritocratico. Tutto ciò che non è trasparente e meritocratico aumenta la sfiducia della categoria e dell’opinione pubblica.

Quella dei giornalisti è una categoria solidale oppure ognuno va per la sua strada?

Da quando ho la responsabilità dell’associazione ho istituito il contributo di solidarietà e la risposta devo dire stata entusiasmante. Ma soprattutto rilevo uno spirito di appartenenza comunitaria abbastanza radicato.

A vedere certe polemiche sui social network non si direbbe…

Se avessi la macchina del tempo spegnerei il computer di Zuckerberg un istante prima che inventasse Facebook. Farei un grande regalo all’umanità, ma anche per la coesione all’interno della categoria dei giornalisti. La cosa paradossale è che noi che per lavoro scriviamo spesso non ci rendiamo conto della portata delle nostre affermazioni sul social network. E’ desolante, ma credo che piano piano ne usciremo.

Solidarietà significa anche che chi è pensionato o ha già un buon contratto non faccia altri lavori…

Sono d’accordissimo. Quando organizzammo gli Stati generali dell’informazione in Sardegna uno dei documenti che furono approvati all’unanimità fu un appello ai colleghi contrattualizzati ex articolo uno e ai pensionati di non accettare uffici stampa. Devo dire che ci furono dei colleghi che rinunciarono ad uffici stampa che avevano dicendo che si adeguavano alla nostra richiesta. Altri se ne sono infischiati superbamente. La scusa è sempre quella: lo danno a me perché io sono bravo. Ma mi domando: lo danno a te perché sei bravo o perché sei potente? Il sindacato non ha gli occhi foderati di prosciutto, può anche parlare con il collega. Dopodiché diventa una questione deontologica, ma prima ma prima ancora che deontologica è una questione etica. Facciamo i nostri appelli e naturalmente continueremo farli. E’ anche vero che stiamo andando verso una professionalizzazione sempre maggiore degli uffici stampa e per un committente diventa sempre più proficuo affidarsi non tanto al feudatario della pagina quanto al professionista che sa come muoversi anche nei social media: l’addetto stampa oggi è anche un social media manager.

Ma per lavorare in Sardegna bisogna essere bravi o raccomandati?

E’ possibile che il bravo non emerga, nel senso che è possibile che a uno bravo non venga data possibilità, ma è impossibile che un raccomandato venga scambiato per uno bravo. Non viviamo il mondo ideale e i raccomandati ci sono e ci saranno sempre, ma se il tasso fisiologico di raccomandati che un’azienda può tollerare ha un limite: oltre diventa un problema strutturale.

Pluralismo dell’informazione: in Sardegna possiamo dire di averlo?

Ovviamente pluralismo non può significare avere solo due testate che coprono due mercati territoriali completamente diversi, ma fortunatamente possiamo dire che esiste anche grazie ad Internet. La Rete è una risorsa enorme e credo che alla lunga prevarranno le testate più credibili.

Per concludere: abbiamo parlato delle responsabilità degli editori e dei giornalisti, ma secondo te l’opinione pubblica sente davvero l’esigenza di una buona informazione?

Per la verità – conclude Celestino Tabasso – oggi l’opinione pubblica mi sembra un po’ più effervescente di rabbia che di curiosità e questo un po’ mi preoccupa. Ma se i giornali cominceranno a inseguire la deriva pop dei social, cosa che peraltro molte testate stanno già facendo, faranno un errore clamoroso. Chiudo con una citazione evangelica: se il sale perderà il sapore che cosa glielo potrà restituire? (Matteo, 5-13, ndr). E’ quello che dovremmo chiederci tutti giorni quando impostiamo il nostro giornale.

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