Il giornalismo missionario di padre Giulio Albanese

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giornalismo missionario

Giornalismo missionario: «Le Afriche non sono povere ma sono impoverite e invocano giustizia: di tutto hanno bisogno tranne che della nostra carità pelosa». (cit don Giulio Albanese)

Sono parole di don Giulio Albanese, missionario comboniano e giornalista esperto delle problematiche dei paesi del Sud del mondo, che qualche settimana fa ha tenuto una lezione sul giornalismo missionario e sociale nel corso della scuola di giornalismo organizzata dall’Ucsi a Fiuggi, località in cui padre Albanese vive da qualche anno.

Il giornalismo missionario

Giulio Albanese
Padre Giulio Albanese

La testimonianza appassionata e l’amore profondo per il Sud del mondo di don Albanese sono stati un punto di vista privilegiato per cercare di capire in che modo il mondo “civilizzato” si rapporta con il continente africano. Un paese dove i bambini sono costretti a lavorare giornate intere nelle miniere a cielo aperto per estrarre quella che sembra una insulsa sostanza nera. Vengono schiavizzati per la miseria di 80 centesimi di dollaro all’ora ma quella sostanza nera, che si chiama tantalio, materia prima indispensabile per la fabbricazione dei componenti degli apparecchi elettronici, viene rivenduta a 17mila dollari al chilo: praticamente più del platino.

Questo esempio per dimostrare quanto la realtà delle cose può essere distorta da una comunicazione parziale e pilotata da interessi esterni.

Secondo padre Albanese la grande sfida dell’informazione di servizio è quella di dare voce a chi non ha voce. Quella di trovare uno spazio di sopravvivenza in una realtà fatta di editori che a tutto pensano fuorché a fare informazione, una realtà dominata quasi esclusivamente dalla politica nel senso più becero del termine.

L’esperienza di don Giulio Albanese – anni e anni di trincea che lo hanno portato, nel luglio 2003, ad essere insignito dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi del titolo di Grande ufficiale della Repubblica italiana per meriti giornalistici nel Sud del mondo – dimostra che questa sfida può essere vinta.

Nel 1997 il sacerdote  – che oggi collabora con varie testate giornalistiche come Avvenire, Vita e Giornale Radio Rai – ha fondato la Misna (Missionary International Service News Agency). Questa agenzia di stampa internazionale on-line, alternativa ai consueti canali di informazione, raccontava i paesi del Sud del mondo cercando di integrare e a volte correggere notizie spesso manipolate dai grandi media internazionali. Per fare ciò si avvaleva della collaborazione di una enorme rete di missionari e di volontari sparsi in tutto il mondo, in linea con l’altissimo principio secondo cui la comunicazione (dal latino cum munus: con un regalo) dovrebbe essere prima di tutto un dono per gli altri.

La sfida di oggi è anche quella di coniugare un giornalismo missionario (nel senso più ampio del termine) con le dure leggi del mercato editoriale.

La visita ad Anagni

Campanile
Il campanile di Anagni

Che questa concezione di giornalismo missionario sia profondamente connaturata al suo modo di essere don Giulio Albanese  lo ha dimostrato con una inattesa quanto apprezzata lezione durante la visita serale alla cittadina di Anagni, in cui ha snocciolato con una incredibile dovizia di particolari la storia della città dei Papi, dalla dominazione degli Ernici all’episodio del celebre schiaffo, culmine della lotta tra la famiglia dei Colonna, il re di Francia Filippo il Bello e Bonifacio VIII che lì era prigioniero.

La storia di una cittadina che dopo il boom economico degli anni Sessanta, legato alla sua vicinanza con Fiuggi, oggi vive una fase di declino (si è ritornati a parlarne solo per la presenza del consigliere regionale del Lazio Franco Fiorito, er generale de Anagni, accusato di peculato per essersi appropriato di oltre un milione di euro dai fondi del gruppo regionale del Pdl).

Quella passione nell’approfondire le cose e nel raccontarle generosamente sono la testimonianza vissuta di una comunicazione concepita come un dono di sé.

Certo, non tutti possiamo pretendere di essere missionari della comunicazione, ma quell’atteggiamento “dialogico e inclusivo” di cui spesso ha parlato in quella lezione padre Albanese dovrebbe essere l’obiettivo prima che di un giornalista, di ogni essere umano che voglia comprendere la realtà in cui vive. Forse, con quell’atteggiamento dialogico e inclusivo potremmo capire perché – citando don Giulio – «anche se hanno tante risorse a disposizione gli africani continuano ad essere considerati dei pezzenti».

2 COMMENTI

  1. Solita storiella inzuppata di affermazioni fasulle. L’ Africa non è povera, ma impoverita ? Costa così tanto dire la verità ! Nei tremila anni di storia dell’umanità gli africani non hanno fatto un metro sulla via del progresso, i loro capi li vendevano ai negrieri nel corso dei secoli, oggi li vendono agli scafisti. Punto, tutto ciò che segue è solo fantasia fervida e distorsione della verità, per non dire quello che è : i neri sono rimasti al tempo dei Neanderthal.

    • Innanzitutto grazie per aver commentato il mio post, Vittorio, perché delle opinioni molto discordanti possono essere uno stimolo reciproco per approfondire gli argomenti, soprattutto quando sono così complessi come questo. Pur rispettando la tua opinione devo dirti che rifuggo le generalizzazioni e le catalogazioni degli esseri umani. Credo che tra gli africani, così come in tutte le altre razze del mondo, ci siano individui assai diversi tra loro. E che sia bello scoprire queste diversità senza generalizzare. Non si arriva alla verità se non sgombrando la mente dai pregiudizi.

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