Giornalismo e comunicazione sociale nell’era digitale

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Ucsi _ Scuola Fiuggi

Entrare nel mondo dei social network e del giornalismo digitale, per un giornalista della carta stampata, abituato al fruscio dei giornali e al rumore stridulo della penna che prende appunti sul taccuino, è stata una vera e propria rivoluzione.

Quando nella primavera 2010 lavoravo ancora nella sede cagliaritana del gruppo E polis e scrivevo per le pagine politiche del quotidiano Il Sardegna raccontando le vicende dei palazzi istituzionali della Sardegna, avevo un bel cellulare aziendale e un vecchio desktop in redazione su cui scrivere i pezzi. Quella situazione, in cui potevo liberamente telefonare alle mie fonti senza più spendere manco un euro e scrivere direttamente in pagina, mi pareva un confortevole punto d’arrivo, soprattutto se pensavo alla mia lunga gavetta all’Unione Sarda quando, da collaboratore “abusivo”, avevo il permesso di fare le telefonate in redazione solo all’ora di pranzo, per poi correre a casa a scrivere il pezzo e riportarlo altrettanto di corsa al caposervizio dopo averlo stampato a casa.

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Giornalismo analogico

La passione per il giornalismo

D’altronde quel che – come tanti colleghi – mi ha fatto andare avanti facendo i salti mortali e con compensi molto esigui (che purtroppo per i collaboratori esterni in questi anni non sono aumentati), era l’entusiasmo. Come tutti i giovani aspiranti giornalisti ero animato da una grande passione per questo mestiere. Volevo raccontare storie belle, cose belle. E il mio campo d’azione erano soprattutto le associazioni di volontariato. Telefonavo, correvo a casa a scrivere, poi correvo nuovamente in redazione per portare il foglio dattiloscritto al caposervizio. Fino all’avvento dell’email che per noi giovani cronisti degli anni Novanta è stato la prima clamorosa rivoluzione: niente più corse pazze in redazione per consegnare il pezzo, si poteva far tutto calcando un bottone. Beh, magari calcandolo parecchie volte, visto che in quel periodo le adsl erano di una lentezza esasperante. Fare il giornalista era e restava la mia passione.

Ecco perché, tornando alla primavera 2010, da redattore ordinario di un quotidiano free con in tasca l’agognato contratto a tempo indeterminato e, conseguentemente, un bel mutuo ventennale da pagare, credevo di avere appagato la mia smania di progresso con il cellulare aziendale che addirittura mi permetteva di accedere alla mail del lavoro e il computer della redazione, mastodontico e forse per questo particolarmente rassicurante. Pur continuando ad appassionarmi di comunicazione, vedevo ancora con distacco i primi tablet che i miei colleghi tecnologicamente più evoluti armeggiavano con ingordigia e non capivo come si potesse stare ore ed ore a chattare su Facebook.

Nel frattempo, continuavo a macinare migliaia di articoli, per lo più di politica e, senza che me ne rendessi conto, la mia passione iniziale si inaridiva. Iniziavo a scrivere come un automa, senza più un’anima. Pur con tutti i dubbi sulla stabilità di quel posto di lavoro sempre più traballante e le avvisaglie di una crisi aziendale imminente, dentro di me avevo iniziato a considerare il giornalismo non più come una passione ma come un semplice mestiere, un compito da svolgere meglio possibile per portare a casa lo stipendio. La verità è che vedere sempre il mio nome su una pagine di giornale – che all’inizio era un malcelato motivo di vanto – iniziava a darmi un certo fastidio.

A cambiare nuovamente le carte in gioco è stata la cassa integrazione, sopraggiunta drammaticamente nell’estate 2010. Quella bastonata, peraltro abbondantemente prevista, ha stravolto le mie abitudini tecnologiche perché il nuovo (e benedetto) lavoro da addetto stampa, sopraggiunto fortunatamente quasi subito, mi ha spinto ad avere gli strumenti per essere operativo e connesso alla Rete praticamente in ogni momento della giornata. L’utilizzo quotidiano e la necessità di padroneggiarla sempre più mi hanno fatto apprezzare sempre più la tecnologia fino ad indurmi a munirmi di tablet e smartphone, diventati con il tempo strumenti indispensabili. La prima folgorazione per i social networks è arrivata con Twitter, cui ho deciso di iscrivermi dopo aver partecipato a un interessante seminario organizzato dal Gus Sardegna: I giornalismi ai tempi di twitter. La mia visione del giornalismo continuava però ad essere ancora distorta, condizionata dalla paura della precarietà e dalla preoccupazione per il futuro.

Un giornalismo condiviso

La vera svolta è arrivata qualche mese fa. La partecipazione alla Scuola di giornalismo organizzata a Fiuggi dall’Unione Cattolica Stampa italiana – di cui da qualche mese sono dirigente regionale – ha rivoluzionato la mia concezione di giornalismo e mi ha aperto una visuale del tutto inaspettata della comunicazione digitale.

La lezione di alcuni autorevoli relatori mi ha fatto capire che, prima ancora di un lavoro, la nostra professione è una missione. Che bisogna bandire qualsiasi forma di autoreferenzialità e mettersi in gioco daccapo. Il giornalismo ha un futuro solo a patto di studiare, approfondire gli argomenti e mettere a disposizione degli altri la propria professionalità. Il giornalista, se vuole resistere, deve creare relazioni e rapporti di fiducia reciproca, perché la distanza tra chi legge e chi scrive oggi è diventata veramente minima e mette in discussione la stessa professione giornalistica.

La rivoluzionaria consapevolezza scaturita dall’esperienza di Fiuggi che, come illustrato in modo esemplare nella lezione tenuta dal giornalista romano Federico Badaloni, il giornalismo nella sua accezione migliore è condivisione e dono di sé mi ha portato alla decisione di aprire un blog e iniziare una strada comune con chi vorrà percorrerla insieme a me. Questo blog dovrà parlare di tante cose e cercherà di discutere anche sul modo migliore per raccontarle. Insieme.

2 COMMENTI

  1. Condivido e approvo l’impostazione e la voglia di condividere parole che siano portatrici di emozioni ed esperienze vissute con sincera voglia di costruire insieme, un mondo migliore… AUGURI!

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