La tragedia di Francavilla e la deriva dell’informazione online

Polemiche e abusi: la tragedia di Francavilla al Mare richiama gli operatori dell’informazione ad una maggiore consapevolezza sulle responsabilità della stampa

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L'odio parte spesso dai tasti di un computer

La deriva della nostra informazione online e la sempre più frequente assenza di regole deontologiche non finisce mai di stupire. L’ultimo battibecco virtuale in ordine di tempo, quello sulla tragedia di Francavilla al Mare con le strumentali polemiche su un articolo di approfondimento pubblicato dal quotidiano Avvenire a firma Marina Corradi (qui la risposta del direttore Marco Tarquinio), è davvero sconcertante e fa comprendere i limiti di una informazione usa e getta a dimensione social che non vuole più approfondire e capire, ma interpreta ogni avvenimento esclusivamente sulla base di categorie preconfezionate e pregiudizi. Come se ciò non bastasse, alcune testate online hanno persino pubblicato le sequenze del volo dal cavalcavia di quell’uomo che, poche ore prima, dallo stesso ponte aveva lanciato la figlioletta di dieci anni (non linko volutamente quello che naturalmente è propagandato come video choc, essendomi rifiutato di aprirlo).

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Il direttore di Avvenire Marco Tarquinio replica alle polemiche sull’articolo della giornalista Marina Corradi

La tragedia di Francavilla sui social

Questa non è la sede per scrivere con cognizione di causa di una tragedia simile, ma solo per fare alcune considerazioni sull’informazione social.

Internet dà voce ad una platea immensa di persone. La tecnologia permette democraticamente a tutti di esprimere pubblicamente la loro opinione su qualsiasi argomento. Ben venga… forse. Ma chi esercita la professione giornalistica è chiamato a una responsabilità molto maggiore. E non può permettersi di ridurre tutto a una contrapposizione da dare in pasto ai social network.

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L’odio viaggia in Rete

Oggi in Rete lo scontro paga. Le contrapposizioni e l’odio pagano in termini di clic e visualizzazioni. L’odio si trasforma in denaro. Nell’arena mediatica opposte verità assolute si contrappongono davanti ad una enorme platea di tifosi urlanti, per far prevalere un’unica grande menzogna. Negli accesi scontri virtuali a forza di editoriali e di post al veleno non ci sono vincitori. A vincere sono sempre le bugie. Siamo vittime, spesso colpevolmente consapevoli, di una grande bufala mediatica, un grande fratello che vorrebbe descrivere il mondo come tutto bianco o tutto nero, che vorrebbe mettere semplicisticamente da una parte i buoni e dall’altra i cattivi. Interpretando e decifrando la realtà solo attraverso la sua lente ideologica e soprattutto il suo interesse economico. La logica mediatica del divide et impera non lascia spazio alle sfumature. A quell’imponderabile unicità che è irrimediabilmente propria di qualsiasi essere umano. Unico nel bene e anche nel male. A prescindere dalla sua appartenenza politica, ideologica, sessuale o culturale.

Favorendo le relazioni virtuali a discapito di quelle fisiche e frontali, internet ha ormai contaminato il nostro modo di percepire e interpretare la complessità della vita, frapponendo una barriera insormontabile tra noi e il resto del mondo. Dallo schermo di un computer possiamo tranquillamente permetterci di giudicare, insultare ed emettere sentenze anche se non conosciamo i fatti. Superficialmente. Appiccicandoci un’opinione posticcia solo per aver letto un titolo ad effetto.

La rete pullula di leoni da tastiera che sanno sputare solo veleno e odio, magari coperti dall’anonimato di un nickname. E’ un atteggiamento terribile per chiunque. Ma è imperdonabile per gli operatori dell’informazione che hanno invece il dovere deontologico di raccontare la realtà senza schermi ideologici e fare informazione senza assecondare gli istinti più bassi della gente solo per ottenere qualche clic in più.

Nessuno, tornando alla tragedia di Francavilla al Mare, può conoscere cosa passa per la mente di una persona che compie un simile gesto folle. Che sia uomo o che sia donna. L’informazione può, deve provare a capire. Deve provare a raccontare l’essere umano e la sua capacità di compiere azioni di ogni tipo, dagli atti più eroici ai gesti più estremi. Può, se ne ha le competenze e le conoscenze, provare a comprendere la psicologia dei protagonisti. Ma senza strumentalizzazioni. Possibilmente evitando di documentare persino il suicidio di un uomo per alimentare ulteriormente il voyeurismo e la morbosità degli internauti. Come è avvenuto nel caso di Francavilla.

Di fronte a certi fatti spesso le parole sono inutili. A volte anche noi giornalisti possiamo provare a lasciare per un attimo la tastiera, a chinare il capo e a stare in silenzio davanti al dolore e alla sofferenza. Arrendendoci all’impotenza di non saper capire le ragioni della follia umana.

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