Equità sociale: l’impegno della Chiesa sarda

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Immaginate due scimmiette. Sono vicine di gabbia e vengono sottoposte agli stessi identici stimoli. Eppure ad una di loro i ricercatori danno per ricompensa un gustoso acino d’uva, all’altra un pezzo di cetriolo senza sapore. Immaginate la reazione: dopo un po’ la scimmietta vittima dell’ingiustizia protesta, si arrabbia, lancia il pezzo di cetriolo in testa al ricercatore. L’iniquità crea disgusto. La disuguaglianza stimola la parte del cervello che sovraintende al disgusto. Perciò una società dove manca l’equità, dove l’ingiustizia è sistematica, dove la ricchezza e le occasioni sono nelle mani di pochi e la maggior parte della popolazione vive male, è una società che vive nel disgusto, con maggiori problemi sociali e di salute.

Di equità sociale e soprattutto di iniquità (quella che è secondo Papa Francesco la radice dei mali sociali), si è parlato alla Fiera di Cagliari nel corso del Convegno ecclesiale regionale, tenutosi sabato scorso ad un anno circa dalla visita del Pontefice e dalle sue parole di speranza rivolte ai lavoratori sardi (vedi questo post).

Il filmato delle scimmiette (eccolo), proiettato dal docente di Economia Vittorio Pelligra, riassume bene il disgusto della società sarda dove quasi il 10 per cento della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta e il 25% delle famiglie conosce la povertà relativa (in soldoni le famiglie di due persone hanno meno di 972 euro al mese, quelle di quattro ne hanno meno di 1400). Una Sardegna dove l’equità è un miraggio, dove il tasso di disoccupazione ha toccato il 19,5% (quasi 18% quella femminile), la dispersione scolastica è del 36% e il 33% circa dei ragazzi sono considerati neet, senza speranza: non studiano, non cercano lavoro, sono fuori dai percorsi di formazione professionale.

La battaglia per l’equità

Ma cosa può fare la Chiesa oggi? In un clima laicista che la vuole relegare ai margini della società, la Chiesa – con la sua Dottrina sociale e con il suo impegno sul campo della lotta alla povertà – può fare molto per contribuire al risveglio delle forze morali. Innanzitutto riportando il lavoro alla sua vera funzione sociale come fulcro dell’attività economica al di sopra degli altri fattori produttivi.

Equità sociale vuol dire pari opportunità nell’accesso al lavoro e meritocrazia. Ricchezze e benessere distribuiti in maniera più giusta. In poche parole un’economia che dia più valore alle risorse umane rispetto agli altri fattori di produzione.

Ma una crisi come quella che stiamo vivendo, che colpevolmente gli economisti da prima pagina ci hanno dipinto come un fatto temporaneo, ha amplificato e stabilizzato le disuguaglianze. I ricchi sono diventati sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Dal 1987 al 2008 – ha rilevato il professor Pelligra – in Italia la maggior parte della ricchezza si è trasferita dalle fasce di età dai 41 ai 65 anni alla fascia degli ultrasessantacinquenni, creando un forte conflitto intergenerazionale. La nostra società, insomma, estrae ricchezza dai più giovani e la alloca nelle fasce di popolazione più anziane, che ne hanno ovviamente meno bisogno per comprare le cose essenziali.

Simone Weil, intellettuale che all’inizio del ‘900 decise di lasciare l’insegnamento per andare a lavorare in fabbrica, scriveva che il lavoro, prima che una busta paga, è un bisogno dell’anima: è essere impegnati in qualcosa che fa sentire utili. Risorse umane motivate in teoria dovrebbero essere la fortuna di un’azienda, perché – come ha evidenziato Pelligra – ciò che produce ricchezza non sono le macchine, sono soprattutto l’innovazione e l’ingegno.

Eppure, se guardiamo i dati che l’Ocse sforna da anni per misurare il valore intellettivo dei giovani dei ventiquattro Paesi più industrializzati c’è da mettersi le mani nei capelli. I nostri ragazzi hanno difficoltà a comprendere un testo, a fare semplici operazioni matematiche. In Italia come in Sardegna. Le province di Nuoro e Ogliastra, giusto per fare un esempio, sono ai vertici per numero di ragazzi bocciati.

Equità sociale - Prof Vittorio PelligraPelligra, a questo proposito, ha fatto un altro ragionamento interessante. Ha parlato di capitale umano non cognitivo, vedendo in esso la ragione principale della enorme disuguaglianza sociale che sta dividendo in due la nostra società.

In pratica quello che fa la differenza tra i ragazzi che si perdono senza una prospettiva (i neet di cui sopra) e quelli che invece si laureano e trovano spazio all’interno della società è determinato dalla capacità di impegnarsi, di perseverare, di fare sacrifici. In poche parole da quello che viene comunemente chiamato “carattere”.

E’ questo, ha spiegato il docente, il “capitale umano non cognitivo” che forgia una persona e la prepara alla vita: è un plusvalore immateriale che si respira da piccoli in famiglia ed è questo il motivo per cui è fondamentale che le istituzioni investano nelle famiglie. Soprattutto in quelle disagiate e in quelle più giovani. «E’ bene investire quando i bambini sono in età pre-scolare per dare supporto al loro processo formativo – ha spiegato -: questo investimento o è precoce o è inutile».

Eppure nella scala delle priorità degli italiani l’istruzione paradossalmente viene agli ultimi posti.

La famiglia. Tante volte durante i lavori del Convegno ecclesiale, sia nelle relazioni che nei gruppi di lavoro, si è fatto riferimento al ruolo essenziale della famiglia nella formazione dei ragazzi. Una famiglia che teoricamente dovrebbe avere un compito quasi profetico: dare ai ragazzi uno sguardo di prospettiva e speranza verso il futuro. Sguardo che però è spesso offuscato dai problemi quotidiani di sopravvivenza che rendono impossibile a tanti genitori trasmettere ai propri figli quella speranza e quella fiducia nel futuro.

Ma l’equità ha anche un aspetto economico e istituzionale. Interessante la metafora utilizzata sempre dal docente cagliaritano sulle imprese api e le imprese locusta: le prime creano valore non solo per se stesse e valorizzano il lavoro altrui, le seconde distruggono e si appropriano del lavoro degli altri.

Quante sono le imprese locuste che stanno distruggendo il nostro Paese e la nostra regione?

Anche le istituzioni, d’altronde, possono distinguersi in due categorie: quelle inclusive, che tendono a redistribuire le ricchezze e ridurre le diseguaglianze, quelle estrattive che invece favoriscono la rendita di pochi personaggi sfruttando tutti gli altri.

E’ chiaro che per essere inclusive le istituzioni devono valorizzare la cultura e l’istruzione (cioè i giovani), farsi carico delle situazioni marginali, essere attente ai beni comuni, devono allearsi con la società civile ed essere trasparenti e dialoganti con gli elettori. Insomma la democrazia deve essere veramente partecipativa e le decisioni devono essere ragionate e soprattutto motivate.

Teoricamente il futuro dovrebbe essere costruito su valori solidi: per questo le istituzioni dovrebbero contrastare la strabordante cultura della fortuna che delega il futuro dei cittadini all’azzardo e ai gratta e vinci pubblicizzati alla televisione. Questo soltanto in teoria, visto che siamo governati da uno Stato che continua a spendere 80 miliardi all’anno per l’industria delle slot machine sottraendoli all’economia reale per creare illusioni e dipendenze e soprattutto per favorire il malaffare e le lobby delle macchinette.

Insomma dalla Chiesa sarda a convegno sono scaturiti tanti spunti di riflessione. E tanti ancora sono contenuti nei documenti ufficiali, dalla Evangelii Gaudium, in cui Papa Francesco declina i canoni della Dottrina sociale della Chiesa, alla Lettera pastorale dei Vescovi sardi.

Superando gli steccati di un laicismo all’ennesima potenza che vorrebbe marginalizzare la religione e senza ovviamente discutere il sacrosanto principio della laicità dello Stato, il grande impegno della Chiesa sul fronte sociale dimostra che i valori di giustizia ed eguaglianza che sono alla base della dottrina cristiana possono essere spunto di discussione per creare una economia e una politica più giusta. Anzi: che la politica e l’economia, oggi in crisi totale, hanno bisogno assoluto del contributo di questi valori universali.

E che c’è bisogno soprattutto di laici che, ognuno nel suo ambito, riescano a declinare i valori cristiani in maniera moderna, comprensibile e chiara applicandoli alla vita di tutti i giorni. Come ha fatto sabato scorso il professor Pelligra che, nelle fasi conclusive dell’incontro, ha riportato il commento di un suo amico di Facebook al quarto gol del Cagliari (quel pomeriggio la squadra di Zeman giocava ad Empoli) sottolineando che “la più grande rivoluzione in Sardegna è continuare ad attaccare anche se si è sopra di tre reti”.

La grinta dei giocatori del Cagliari è la metafora di una terra che vuole superare le disuguaglianze, che vuole una politica inclusiva e un tessuto imprenditoriale fatto non di locuste ma di imprese api che creano ricchezza per redistribuirla. In poche parole un Cagliari vincente è il simbolo di una Sardegna che esige dalle istituzioni e da se stessa una maggiore equità. E in questa battaglia contro l’ingiustizia, il mondo cattolico, con i suoi valori antichi di duemila anni, deve combattere da protagonista.

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