Economia etica: più soldi al ceto medio per far ripartire le imprese

Il futuro delle nuove generazioni è riposto in una economia etica che sappia riscoprire la sua fondamentale componente di giustizia sociale

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Soldi irpef

Dare più soldi alle imprese. Spesso nelle analisi economiche si dà per scontato che per far ripartire la nostra economia si deve erogare più denaro alle aziende: più soldi=nuovi investimenti, nuovi posti di lavoro e maggior produzione. Questo sillogismo non è per niente scontato. Soprattutto in mancanza di una vera economia etica.

Dandola teoricamente per buona (la realtà ci parla invece di tanti imprenditori che non investono i loro guadagni sulle aziende e che tagliano sistematicamente sul costo del lavoro, magari delocalizzando le attività dove il lavoro costa meno o utilizzando il precariato e il lavoro nero) questa ricetta non può funzionare.

Non può funzionare per una semplice ragione empirica: in teoria le aziende possono anche ampliarsi, produrre di più e magari assumere. Ma se questa crisi economica perdura quella produzione è destinata a restare nei magazzini perché nessuno la potrà consumare ed i lavoratori saranno destinati ad essere licenziati.

La causa della grande recessione economica, ormai diventata strutturale nel nostro Paese, risiede invece in grandissima parte nella iniqua distribuzione delle ricchezze, la maggior parte delle quali sta nelle mani di pochi Paperoni che hanno già tutto quello di cui hanno bisogno.

economia eticaLa massa popolare, il cosiddetto ceto medio che rappresenta circa il 95% della popolazione italiana, quella che avrebbe davvero un grande bisogno di liquidità per far fronte alle sue necessità, è invece sempre più impoverita dalla crisi. Eppure  avrebbe bisogno di denaro per rifare la facciata della casa, aumentando così il mercato edile, o per rimettersi a posto la macchina, dando lavoro a carrozzieri ed auto-riparatori, o per cambiare la lavatrice. O per tante altre cose. Ma non può farlo.

Una minoranza di ricchi sfondati che si tolgono lo sfizio della Jaguar, dello yacht o di chissà quale altro bene di lusso non muovono certamente l’economia italiana. Ma l’economia potrebbe viceversa essere risanata se decine di milioni di persone potessero finalmente essere messe in condizione di ristrutturare l’appartamento in cui vivono o comprare un elettrodomestico, una utilitaria o un altro bene necessario.

Ecco perché c’è bisogno di una economia etica.

Una maggiore equità sociale e una redistribuzione delle ricchezze non sono questioni esclusivamente morali, per quanto anche questo aspetto abbia ovviamente una rilevanza.

L’etica dell’economia è la grande questione del nostro tempo.

Per potersi risollevare la nostra economia deve infatti ritrovare la sua componente etica. Deve tornare ad essere giusta. Equa. E’ fondamentale trovare dei rimedi alle iniquità e togliere, gradualmente e con le giuste leve, prima di tutto fiscali, la ricchezza dalle mani di chi la utilizza per il superfluo per darla a chi ne ha bisogno per le cose necessarie.

Lo Stato è chiamato a fare delle precise scelte di campo e a schierarsi a favore della giustizia e del bene comune, come è stato ribadito anche dalla recente Settimana sociale di Cagliari

Ecco perché, tornando ai finanziamenti alle imprese, bisognerebbe cambiare completamente registro. E utilizzare i soldi disponibili nel bilancio pubblico prima di tutto per abbassare in modo considerevole le tasse al ceto medio (lavoratori dipendenti, piccole partite Iva, pensionati) in modo da consentire a tante persone di avere le liquidità necessarie a far ripartire veramente i consumi.

Solo in questo modo le nostre imprese più virtuose, senza necessità di ulteriori finanziamenti e di sterile assistenzialismo (ma magari eliminando un po’ di lacci e lacciuoli burocratici), potrebbero davvero ripartire: con l’aumento dei consumi le aziende avrebbero infatti davvero la necessità di aumentare le produzioni e, di conseguenza, potrebbero creare ricchezza e posti di lavoro veri.

Non c’è bisogno di dilungarsi per specificare che l’aumento delle tasse pagate dalle imprese in virtù della crescita del volume d’affari, tasse che ogni azienda sarebbe felice di pagare perché segno di una ritrovata floridezza, compenserebbe la minor pressione fiscale esercitata dallo Stato sui consumatori finali. Con buona pace persino per le casse dell’Erario.

Ma per varare misure economiche di questo genere, dettate dal buon senso e da una economia etica che rappresenterebbe davvero un cambio di paradigma rispetto al passato, occorrono decisori coraggiosi che sappiano guardare al futuro senza essere schiavi del consenso elettorale immediato. Amministratori la cui unica bussola sia il perseguimento del bene comune e non il proprio tornaconto.

Dobbiamo essere consapevoli che il futuro delle nuove generazioni è riposto in una economia etica che sia capace di riscoprire la sua fondamentale componente di giustizia sociale.

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