Deontologia e casi di suicidio

1
1142
Suicidi

Fino a pochi anni fa nelle redazioni vigeva una regola fondamentale: la notizia di un suicidio non si doveva mai dare. Tranne in caso di eventi eccezionali che ne giustificassero la pubblicazione. La deontologia professionale imponeva in primo luogo il rispetto per chi decideva di compiere quel gesto estremo e per il dolore dei suoi familiari. A maggior ragione questo doveva succedere quando si trattava di minorenni. Questo principio è stato affermato anche dall’Organizzazione mondiale della Sanità che nel 2008 ha emanato una chiara raccomandazione ai media in cui si diceva espressamente che parlare dei suicidi fa aumentare il numero delle persone che decidono di togliersi la vita e si chiedeva ai mezzi di informazione di tutelare in tutti i modi la privacy dei familiari.

Suicidio ed emulazione

Leggendo le cronache e guardando la tv negli ultimi mesi pare che però i media si siano completamente dimenticati di questa regola e di questa raccomandazione che ha la finalità di evitare i casi di emulazione. Lo stretto collegamento della rabbia e della disperazione di chi si toglie la vita perchè devastato dai problemi economici ha fatto sì che la deontologia sia stata momentaneamente accantonata: abbiamo assistito al drammatico resoconto di una escalation di persone che si sono tolte la vita per motivi economici. La crisi ha prevalso sulla tutela della privacy e del dolore dei familiari e in maniera spesso irresponsabile sono stati divulgati i nomi ed esibite le immagini delle vittime. Tutto ciò mentre la Carta dei doveri del giornalista – a parte pochi, eccezionali casi nei quali il diritto e il dovere di cronaca prevale sul rispetto della privacy – impone di non divulgare le generalità di chi ha deciso di togliersi la vita e altri particolari che rendano identificabile chi compie un suicidio.

Senza lanciare accuse a chicchessia, perchè ognuno è responsabile di se stesso e fa i conti con la sua coscienza, scrivo su questo tema semplicemente perchè sono molto sensibile a questo problema deontologico. Togliersi la vita, anche nei casi più drammatici, non è mai una soluzione ai problemi. Non si dovrebbe mai abbandonare la speranza in un domani migliore. E questo a maggior ragione per dei minorenni con una vita davanti. Ma anche per via di un episodio accaduto molti anni fa quando ero un collaboratore sempre in cerca di notizie da portare al giornale cagliaritano per cui lavoravo.

SuicidioUna mattina mentre ero per strada da presto, vidi una scena che non avrei mai più dimenticato. Ero da poco uscito di casa quando vidi un assembramento di persone che guardavano in alto. Incuriosito mi avvicinai e vidi che un ragazzo, nel cornicione di un palazzo di una decina di piani, urlava minacciando di buttarsi sotto. Giù, per strada, la folla di curiosi assisteva alla scena. Molti avevano le telecamere (c’erano i primi cellulari che potevano fare i filmini). Alcuni addirittura schernivano quel ragazzo e lo esortavano a buttarsi sotto. Una scena terribile.

Nel giro di un’ora arrivarono la polizia, i vigili del fuoco, le ambulanze che purtroppo non riuscirono ad evitare il peggio perché alla fine il ragazzo decise di buttarsi, ma nonostante la strada fosse stata quasi totalmente sgomberata un furgone parcheggiato di cui non si trovava il proprietario aveva impedito l’uso del telone per attutire l’impatto.

In redazione raccontai al mio caposervizio l’episodio e evidenziai con enfasi il fatto che, nonostante un’ora di drammatica attesa, la macchina dei soccorsi non avesse funzionato adeguatamente per evitare la tragedia (magari semplicemente si sarebbe potuto rimuovere quel furgone con un carro attrezzi). Quella falla del sistema dei soccorsi fu ritenuta dal giornale prevalente rispetto alla tutela della privacy e dunque la notizia del suicidio fu data. Io, in quanto avevo in qualche modo portato la notizia, fui chiamato a scrivere un pezzo d’appoggio.

Il caso volle che proprio nella via dove era accaduta la tragedia avesse lo studio il fotografo di un quotidiano concorrente. Per i meccanismi perversi che regolano in mondo dell’informazione, subentrò nei capi la paura che l’altro giornale pubblicasse la foto di quel drammatico suicidio, una paura che alla fine prevalse su qualsiasi forma di ragionevolezza. In tutti i modi cercarono di recuperare l’immagine di quel drammatico gesto, era una questione di vita o di morte. Morale: il giorno dopo entrò in prima pagina una fotografia, credo recuperata dai vigili del fuoco, che ritraeva quel povero ragazzo che volava giù dal decimo piano, mentre nelle pagine interne fu pubblicata tutta la sequenza del suicidio. All’interno c’era anche il mio terrificante articolo che pretendeva di raccogliere testimonianze e di cercare le più disparate motivazioni per un gesto comprensibile solo conoscendo a fondo l’anima e la vita dei protagonisti. Mi vergognai di me stesso e della mia superficialità. E qualche anno dopo, in un altro caso analogo, quando il giornale pretendeva che prendessi le dichiarazioni di due genitori affranti perchè il figlio militare si era tolto la vita, evitai accuratamente di avvicinarmi anche solo di mezzo metro a quelle persone straziate.

Quelle foto pubblicate in prima pagina fecero crescere un’ondata di indignazione tra i lettori. Ma in me, anche per le critiche addolorate che i parenti di quel ragazzo giustamente mi rivolsero, quell’episodio provocò una forte presa di coscienza delle enormi responsabilità di un cronista. Non c’è notizia che tenga: il rispetto delle persone deve sempre essere al primo posto.

 

1 COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.