Centinaia di cani randagi sardi in adozione in Germania: il web si mobilita

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Un cane abbandonato

Orbello ha una lesione all’occhio sinistro. Fino a poco tempo fa si trovava in un canile comunale della Sardegna, ma è diretto in Germania, in Austria o in Svizzera dove, dietro un compenso di quasi 285 euro (più cento euro per il trasferimento dall’isola) potrà essere curato da un veterinario. Così accade ad Hambert, anche lui cieco all’occhio sinistro e destinato ad essere curato con urgenza in Germania per la cifra di 310 euro, quasi che nei canili municipali sardi non ci fossero dei servizi veterinari. Lo stesso discorso per il vecchio Manolo, positivo alla leishmaniosi e in vendita a 400 euro su un sito tedesco. Orbello, Hambert e Manolo sono solo tre delle centinaia di cani randagi sardi provenienti dai canili municipali dell’isola inseriti qualche mese fa in un sito di annunci tedesco per essere ceduti in Germania, Austria o Svizzera.

Nonostante la questione sia stata posta con prepotenza già dal 1993, quando l’allora ministro della Salute Maria Pia Garavaglia emanò un’apposita circolare per combattere la piaga dei traffici internazionali di animali domestici. Nonostante petizioni, esposti e interrogazioni parlamentari, nonostante un’indagine avviata dalla Procura di Olbia in collaborazione con l’Interpol, sul web continua ad imperversare il dibattito sulle misteriose adozioni in Germania e nel nord Europa di cani e gatti provenienti dal sud Italia.

Tanti animalisti sardi continuano ad interrogarsi sulla sorte delle centinaia di cani randagi sardi provenienti dai canili dell’isola inseriti in un sito di annunci tedesco per essere ceduti in Germania, Austria o Svizzera. In base agli annunci, leggibili fino a pochi giorni fa anche in italiano, gli animali vengono ceduti dietro il pagamento di un compenso medio di 300 euro che può arrivare ai quasi 500 euro. Nella maggior parte dei casi si tratta di randagi o, come si è visto, cani gravemente ammalati. Una circostanza che ha indotto gli animalisti sardi a sospettare un vero e proprio traffico di poveri animali destinati a diventare cavie dei laboratori per la vivisezione.

Nei giorni scorsi il traffico di animali domestici dal sud Italia ai paesi del nord Europa è stato rilanciato da un accorato appello su Facebook della conduttrice televisiva Licia Colò che ha denunciato l’imminente e sospetta partenza di un centinaio di cani dal canile di Palermo, paventando espressamente che siano destinati ai laboratori per la vivisezione. In realtà è però da alcuni mesi che gli animalisti si mobilitano sul web per denunciare gli annunci del sito tedesco che stranamente dopo la mobilitazione web, pare abbia rimosso le traduzioni in italiano degli annunci e la stessa pagina Facebook del sito.

Il traffico dei cani randagi sardi (e non)

L’allarme sull’esportazione di cani randagi da parte di canili comunali o intercomunali verso la Germania e altri paesi europei era stato dato dal ministero della Sanità già nell’agosto 1993 con la circolare dell’allora ministro Maria Pia Garavaglia. La circolare Garavaglia parlava espressamente di “un vasto traffico di cani ma anche di gatti che, prelevati a cifre irrisorie in Italia, verrebbero dirottati e rivenduti a cifre più elevate in Germania, Austria e Svizzera ed anche in altri Paesi per essere destinati alla sperimentazione, vigendo in tali Paesi norme meno restrittive che in Italia”.

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Lo sguardo triste di un cane abbandonato

Chiedendo agli italiani di attenersi scrupolosamente alla normativa vigente per non favorire il traffico, la circolare Garavaglia richiedeva che, a norma dell’articolo 2 della Legge 281 del 14 agosto 1991, i cani ospitati presso i canili italiani fossero tatuati e non fossero ceduti prima di 60 giorni, per dar modo ai legittimi proprietari di rientrarne in possesso. “Occorre quindi registrare i cani riportando numero del tatuaggio, data di ingresso nonché data di uscita e numero progressivo della scheda di affidamento. Inoltre nelle modalità di cessione degli animali, occorre una valutazione attenta relativamente alle garanzie di buon trattamento che i privati devono assicurare o nel caso si tratti di Associazioni protezionistiche relativamente all’affidabilità delle stesse”, si leggeva nella circolare, che prevedeva una serie di procedure per consentire la tracciabilità degli animali ceduti e garantire l’affidabilità degli affidatari, primo fra tutti l’obbligo per tutte le regioni di istituire l’anagrafe canina. In ogni caso consigliando particolare cautela sulle richieste pervenute da parte di persone non residenti o addirittura residenti all’estero.

Nonostante le prescrizioni e ulteriori interventi ministeriali da allora è cambiato ben poco e i cani del sud Italia, compresi i cani randagi sardi, pare abbiano continuato ad essere spediti in grandi quantità in Germania, in Svizzera e in Austria ma anche in Belgio, in Olanda e nell’Europa dell’Est.

Come si legge in un recente articolo comparso su Libero e riportato in molti siti animalisti una rappresentante della Lega per la difesa del cane, associazione che ha promesso perfino una taglia di duemila euro per chi segnala i trafficanti di animali domestici, spiega che i canili italiani ottengono in cambio di questi randagi “pacchi di mangimi e medicinali delle migliori marche”.

Ma perché la Germania, la Svizzera e l’Austria sono così interessate ai cani randagi italiani? Cosa guadagnano da questa compravendita? E soprattutto che fine fanno gli animali che lasciano i canili italiani?

Per chiedere alle istituzioni italiane di fermare definitivamente “il fenomeno delle finte adozioni e della deportazione all’estero degli animali domestici italiani”, nel giugno 2009 l’Ente Nazionale Protezione Animali (Enpa) aveva lanciato la petizione “Ti deporto a fare un giro” in cui fotografava una situazione impressionante e fuori controllo.

Per anni, secondo l’Enpa, furgoni, camion e aerei avrebbero trasportato in Germania, in Svizzera, in Austria e in altri Paesi del nord Europa milioni di cani e gatti, raccolti per strada o nei canili, abbandonati oppure smarriti dai loro padroni. Cani e gatti anche vecchi e malati che senza alcun documento partirebbero dall’Italia e sarebbero affidati a prestanome stranieri diventando oggetto di un commercio “assai vantaggioso”: prelevati gratuitamente in Italia, una volta a destinazione gli animali vengono ceduti per un prezzo che come si è visto si aggira mediamente tra i 300 e i 400 euro a prescindere dallo stato e dalla condizione di salute.

La petizione dell’Enpa cercava di rispondere alla domanda principale: a chi e perché vengono venduti i nostri animali?

Non tutti sanno quanto la legge tedesca di tutela degli animali sia elastica in materia di sperimentazione… – si leggeva – Ma a noi basta sapere che, una volta divenuto merce, l’animale perde ogni diritto alla tutela, qualunque sia la sua destinazione. E che ci si fa beffe della Repubblica italiana e delle sue leggiL’Italia – proseguiva la petizione – ha le leggi più avanzate d’Europa in materia di tutela degli animali. Ma non è senza colpe. L’abbandono e il randagismo affliggono tutto il Paese. Troppi Comuni e troppe ASL sono ancora inadempienti rispetto ai loro obblighi di tutela e di vigilanza. Così, il rimedio è semplice ed economico: eliminare il problema chiudendo gli occhi sulla deportazione all’estero degli animali in soprannumero”.

Alla petizione dell’Enpa aveva fatto seguito anche un’interrogazione parlamentare del deputato Gianni Mancuso che sollecitava l’intervento del Governo italiano per stroncare il traffico illecito di animali. “Sotto la falsa facciata delle adozioni di animali all’estero – scriveva Mancuso – si nasconde in realtà una speculazione sulla pelle dei poveri animali che passano di mano in mano sino, in alcuni casi, a diventare cavie per i laboratori del Nord Europa“.

Il timore degli animalisti dunque è che anche gli animali domestici provenienti dalla Sardegna vengano utilizzati per la vivisezione e per i test chimici o farmaceutici. Cosa significhi in soldoni questo utilizzo lo spiega senza mezzi termini l’articolo di Libero: per la sperimentazione serve un numero enorme di animali, topi, cani e gatti, che vengono obbligati a ingoiare vernici, colle, pesticidi e disinfettanti, vengono inseriti in camere che contengono vapori chimici che sono costretti a respirare, la loro pelle e i loro occhi vengono spalmati con i prodotti da testare per verificare quanto siano corrosivi o irritanti.

L’Associazione italiana difesa animali e ambiente (Aidaa) in un dossier sul “traffico di cani provenienti dalle regioni del Sud Italia” ha spiegato che “gli animali sono avviati clandestinamente al Nord, raccolti in rifugi abusivi, e poi mandati ai laboratori che li ordinano. Un giro d’affari che supera abbondantemente i 30 milioni di euro l’anno» e che interessa 150 mila cani”.

Negli anni scorsi la questione delle adozioni internazionali dei cani randagi sardi è approdata anche sul tavolo della Procura di Tempio che, dopo le reiterate denunce di alcuni animalisti galluresi (molti degli animali che dalla Sardegna sono diretti in Germania partono infatti dalla Gallura: circa 400 all’anno), ha avviato una approfondita indagine in collaborazione con l’Interpol. Indagine che – come riportava il quotidiano cagliaritano l’Unione Sarda – è però arrivata a conclusioni assolutamente opposte.

In pratica la Procura di Tempio e l’Interpol hanno appurato che la ricostruzione che vuole i cani randagi sardi destinati ai laboratori per la vivisezione tedeschi e di altri Paesi del nord Europa è assolutamente infondata, in quanto i cani di cui si denunciava la scomparsa sarebbero stati ritrovati sani e salvi presso centinaia di famiglie tedesche. In base alle risultanze della Procura tempiese, dunque le associazioni teutoniche opererebbero in maniera completamente legittima, occupandosi non solo dei cani tedeschi, ma anche dei cani randagi sardi, abbandonati e maltrattati in Sardegna. Ma è evidente che, dopo i reiterati allarmi che vanno avanti dal 1993, questa ricostruzione non convince del tutto gli animalisti che, sul web, continuano ad essere molto preoccupati della sorte dei cani randagi sardi destinati al nord Europa.

1 COMMENTO

  1. BASTA CON QUESTE POLEMICHE STRUMENTALI abilmente orchestrate dai gestori di canili..io ci sono andata per quanto mi riguarda leggo solo inesattezze e calunnie verso le associazioni tedesche e verso i volontari italiani che collaborano con loro, tutte le Procure d’ Italia che si sono interessate alla cosa hanno ARCHIVIATO le segnalazioni, non infangate i volontari tedeschi meravigliosi che salvano centinaia di vite dai “nostri” canili strapieni, i cani partono con TUTTE le autorizzazioni in regola libretto sanitario, passaporto e sistema CITES, non e’ vero che spariscono una volta in Germania sono solo calunnie!!!!!!!

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