Chiude a Cagliari la Città del Sole: quando il commercio ha ancora un’etica

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Giochi di legno

La crisi economica e lo strapotere della grande distribuzione stanno ammazzando sempre più il commercio. Nonostante le bugie che ci raccontano questa è una triste realtà. Perciò non meraviglia che anche la Città del Sole di Cagliari, storico negozio di giocattoli in un centro cittadino sempre più deserto e spopolato, chiuda i battenti dopo quasi trent’anni di attività. In un mondo sempre più superficiale e consumistico anche l’acquisto di un gioco per un figli è diventato, d’altronde, un fatto banale e dozzinale. Oggi le famiglie trovano sugli scaffali della grande distribuzione il giocattolo che il figlioletto ha visto in TV e lo mettono distrattamente nel carrello, tra le buste della spesa e i detersivi per la casa.

Si è persa sempre più quella magia che invece si poteva respirare entrando nel negozio incastonato in via Garibaldi. Alla Città del Sole scegliere un gioco era una cosa seria e ponderata che, grazie ai consigli dati con professionalità dalle dipendenti del negozio, non poteva prescindere da un attento esame della personalità del ragazzino destinatario del giocattolo. La Città del Sole era un caleidoscopio di colori e di personaggi in cui un bambino si perdeva e un adulto comprendeva il valore educativo e la responsabilità di un semplice gesto, quello di regalare un giocattolo.

Quel che colpisce nelle parole di commiato che Roberta Parisi, una delle tre dipendenti del negozio storico del centro di Cagliari insieme a Sarah Paolucci e Simonetta Lai, ha affidato ad un post di Facebook, è però soprattutto il modo con cui i vertici della catena nazionale della Città del Sole, il cosiddetto board di una azienda che fa un vanto della sua immagine ecologica, equa e solidale ed eco sostenibile, hanno liquidato chi per quasi trent’anni ha lavorato per il gruppo. Una fredda lettera di licenziamento, serrande abbassate in pieno orario di lavoro, con i clienti lasciati fuori dal negozio, un cartello a simulare un presunto inventario straordinario. Non una spiegazione ai tanti clienti che per anni hanno considerato la Città del Sole un marchio che simboleggiava anche importanti valori etici ed educativi per i loro figli.

Ai tantissimi che acquistando alla Città del Sole in questi 28 anni hanno creduto in questi valori e nella competenza di chi li trasmetteva, dedico queste parole come un immenso ringraziamento“, scrive nel post Roberta Parisi. “Il rapporto che lega un cliente ad un marchio è anche fatto di emozioni, di esperienze coinvolgenti legate a momenti importanti della vita. Quando finisce, è un dovere per chi l’ha vissuto salutare e dire grazie. E magari anche “scusateci”, se qualche volta non siamo stati all’altezza. Non solo. Sento anche il dovere di raccontare perché e come siamo arrivati a questo epilogo triste. Senza segreti, senza nascondersi o vergognarsi. Un dovere verso chi per tanto tempo ha amato la Città del Sole ed è bello che sappia anche come un’avventura finisce. Un marchio ha anche il dovere di spiegare, ringraziare e salutare quando le cose non vanno più bene: è una parte importante nella moralità del commercio, come di tutte le coseLo facciamo noi – Roberta Parisi, Sarah Paolucci e Simonetta Lai – dipendenti del negozio di Cagliari, perché sembra che la casa madre, il Gruppo Città del Sole nazionale, incredibilmente non senta questa esigenza e non voglia manifestare questo rispetto per i suoi clienti affezionati da tanti anni. Rispetto che a noi sembra irrinunciabile“, prosegue il post in cui la commessa racconta l’epilogo improvviso dell’attività commerciale.

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La Città del Sole (foto tratta dal profilo fb di Roberta Parisi, una delle tre ex dipendenti del negozio)

La chiusura della Città del Sole

Attendevamo ieri la visita di un responsabile della catena per discutere dell’andamento del negozio, della crisi delle vendite perdurante, dei modi per affrontare il momento difficile. Tutte cose diventate purtroppo familiari a chi vive nel mondo del commercio, soprattutto in una città come Cagliari: non molto popolosa, non certo ricca, incastonata in un territorio che sembra in decadenza costante e inarrestabile. Riceviamo invece la visita dell’intero board di comando dell’azienda, che dopo averci consegnato le lettere di rito ha semplicemente abbassato le serrande nel bel mezzo della giornata lavorativa, con clienti che avrebbero voluto entrare e poi cercavano di capire da dietro le serrande cosa mai fosse successo.

Questa situazione è ormai divenuta non più sostenibile e ci vediamo pertanto costretti ad adottare la soluzione più drastica consistente nella chiusura del negozio. Nel ringraziarLa per la collaborazione da Lei prestata all’azienda in questi anni, Le rinnoviamo i migliori saluti”.

“Fine. Pochi minuti per raccattare gli effetti personali lasciati in negozio (qualcosa dimenticata per la fretta e l’emozione), incredulità, lacrime, sconcerto.
Bastano queste poche righe di una lettera a rendere onore e giustizia ad un rapporto trentennale di collaborazione, di condivisione di valori, obiettivi e pratica quotidiana? Basta un semplice foglio volante affisso alla serranda con la scritta “chiuso per inventario straordinario” come spiegazione e saluto ai tanti clienti altrettanto trentennali della Città del Sole di Cagliari?”.

“È in armonia questo colpo di mano della durata complessiva di pochi minuti con l’immagine che la Città del Sole ha sempre voluto dare di sé e della sua strategia aziendale? Equa e solidale nella scelta dei produttori, ecologica, eco-compatibile… e poi capace di chiudere un negozio storico senza mostrare la minima comprensione e interesse per il significato di questo gesto per la vita dei suoi dipendenti? Senza credere di dover provare tutte le strade prima di arrivare all’ultimo bivio? Senza sentirsi in dovere di preparare per tempo i propri dipendenti alla peggiore delle eventualità, perché anche loro possano avere il tempo di pensare a come riprogettarsi, a come affrontare un futuro incerto e minaccioso? Ognuno dia la sua risposta. Ognuno che conosce la Città del Sole e la sua storia da quando è nata nel lontano 1972 per mano di Carlo Basso, dica la sua. Dica se questa procedura è coerente con la costruzione di una “brand reputation” moderna e consapevole – che non si costruisce con il mero rispetto delle procedure di legge”.

Poi una considerazione. “Se invece che per un piccolo negozio del centro di Cagliari, la stessa cosa, negli stessi identici modi, fosse successa per una fabbrica o una grande azienda con centinaia di dipendenti, tutto il Paese griderebbe allo scandalo ed esprimerebbe sdegno. Non si chiude un’azienda letteralmente in un’ora, senza che i dipendenti vengano informati con largo anticipo sulla possibilità che lo stato di crisi dell’azienda possa portare alla più drastica delle decisioni. Senza aver sperimentato prima altre soluzioni, anche insieme ai dipendenti consapevoli della situazione, consapevoli che certo la chiusura rientra fra le eventualità del commercio e della vita, ma che c’è un management all’altezza che vuole provarle tutte prima di abbassare la serranda per sempre”.

Riportare quanto è successo alle tre dipendenti della Città del Sole è utile e significativo se si vuole ancora parlare di un’etica nel commercio. Se si vuole ancora sperare in un mondo del lavoro fatto anche di correttezza e lealtà e non soltanto di scambi di denaro e valutazioni puramente economiche.

La domanda è però questa: di fronte a storie di ordinaria ingiustizia come quella di Roberta Parisi, Sarah Paolucci e Simonetta Lai, abbiamo ancora la forza di indignarci? Oppure ci siamo assuefatti ad una economia che ragiona soltanto in forza del profitto? Siamo ancora in grado di percepire, tra una visita e l’altra in un ipermercato, persino nei giorni di festa, il valore immenso di chi lavora ancora con coscienza e responsabilità e sente la valenza etica di quello che sta facendo?

Grazie a Roberta Parisi, Sarah Paolucci e Simonetta Lai!

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