Cagliari: chiese sbarrate il Giovedì Santo (Giovanni Lavena)

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta sul Giovedì Santo cagliaritano inviata dal magistrato Giovanni Lavena al vescovo di Cagliari Arrigo Miglio e al vicario generale don Franco Puddu

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Cattedrale di Cagliari giubileo dei giornalisti comparetti
La facciata della Cattedrale di Cagliari

Da sempre, per molti cagliaritani, la serata del Giovedì Santo rappresenta un’occasione speciale. La tradizionale visita delle sette chiese offre infatti la possibilità, unica in tutto l’anno, di compiere un piccolo pellegrinaggio spontaneo nel silenzio e nel raccoglimento. L’apertura fino ad ora tarda delle chiese in cui è possibile sostare davanti a Gesù Eucaristia, la quiete serale, i gruppi di giovani, i gruppetti familiari o fra amici, le coppie di coniugi o le persone singole che compiono lo stesso cammino o con cui ci si incrocia, spesso più volte, scambiandosi un sorriso e ritrovandosi nella preghiera, portano a vivere un momento piuttosto intenso di spiritualità e consentono inoltre ai pellegrini di riappropriarsi in modo nuovo della città e di rendere sacri, per una volta all’anno, quei percorsi che ordinariamente sono segnati dallo stress, dalla fretta e dalle preoccupazioni della quotidianità.

Così è stato fino a pochi anni fa. Da qualche anno questo piccolo pellegrinaggio è turbato dalla delusione e dalla frustrazione causata dal trovare sbarrate le porte di molte chiese, proprio quelle che, tradizionalmente, accoglievano, nel silenzio del centro storico, i fedeli che vi si recavano. Non parlo di orari per nottambuli, ma della fascia oraria intorno alle 22, quella in cui molti fedeli sono abituati a fare il loro pellegrinaggio, una volta liberi dalle occupazioni della giornata e dopo aver partecipato alla messa “in coena Domini”.

Gli stessi fedeli che ora si ritrovano davanti a quelle porte chiuse e, invece di una preghiera davanti al “sepolcro”, masticano espressioni di disappunto e si scambiano smorfie indispettite insieme a informazioni per raggiungere in fretta – quasi fosse una caccia al tesoro – un’altra chiesa che si spera sia ancora aperta, prima che il portinaio di turno decida anche lui di andare a letto con le galline. La gioia e la serenità del pellegrinaggio sono inquinate dalle recriminazioni e da qualche soffocata invettiva nei confronti di chi ha chiuso quelle porte.

santa rosalia giovedì santo
Una immagine della chiesa di Santa Rosalia, a Cagliari (foto tratta da internet)

E’ cronaca di giovedì scorso. Più che un pellegrinaggio, una corsa con mia moglie per trovare chiese aperte. A San Cesello e dalle Cappuccine proprio noi due abbiamo fisicamente impedito che ci chiudessero la porta in faccia, ma non siamo riusciti a evitare che qualcuno ci richiamasse all’ordine: “sbrigatevi che dobbiamo chiudere!”. A Santa Rosalia ci ha “accolto” sul portone un frate che, con uno sguardo inequivocabile, ci ha fatto capire che non avrebbe gradito che ci trattenessimo troppo. E infatti, all’uscita ci ha regalato un freddo “buona notte” e con mala grazia ha sbattuto il portone dietro di noi: non fosse mai che qualcun altro avesse l’ardire di presentarsi … per pregare!

Da amici e parenti abbiamo saputo che altre chiese, parrocchiali e non, sono state chiuse al termine della messa e riaperte soltanto per quell’oretta di adorazione o azione paraliturgica che ormai viene organizzata ovunque. Infatti sta prendendo piede l’abitudine a momenti di preghiera comune nella stessa serata. Iniziative senz’altro lodevoli e importanti per le comunità che vi si ritrovano. Sono tuttavia iniziative replicabili in qualsiasi giorno dell’anno, classificabili nell’ottica dell’offerta di un “prodotto finito” e sintomatiche di una certa diffidenza per la preghiera silenziosa e umile del cristiano di passaggio che in quel momento vorrebbe trovarsi da solo davanti a Gesù. Un pellegrinaggio serale e intimo che finora era possibile al Giovedì santo e che da qualche tempo pare inviso a chi può decidere, incurante del flusso di fedeli che vorrebbero entrare e pregare, di sbarrare i portoni delle chiese. Evidentemente c’è qualcosa di meglio da fare che dare ai fedeli la possibilità di incontrare Gesù nel giorno dell’Eucaristia.

Giovanni Lavena

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